Nel 2025, almeno 124 difensori dell'ambiente e della terra sono stati uccisi per aver protetto le loro terre e i loro mezzi di sussistenza dalla distruzione. Con questa cifra, il numero totale di omicidi e sparizioni documentati da Global Witness ammonta a 2375.
Ciascuna di queste morti rappresenta un brutale tentativo di intimidire i movimenti che si oppongono ai diritti umani e agli abusi ambientali. In questo rapporto, ricordiamo le famiglie, gli amici e le comunità devastate da ciascuno di questi attacchi.
I nostri dati non si limitano a raccogliere i nomi di difensori dei diritti umani assassinati o scomparsi, ma contribuiscono anche a svelare le cause profonde della violenza. Identificare queste tendenze e affrontare i fattori che le generano è fondamentale affinché i difensori dei diritti possano rivendicare il loro diritto alla terra e ad un ambiente pulito, senza mettere a repentaglio la propria vita.
Poder colectivo
Global Witness
Informe anual, Global Witness, Septiembre 2026 - 49 pp.
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PROLOGO
di Joan Carling
Direttrice di Indigenous People's Rights International
In qualità di attivista indigena delle Filippine, ho potuto constatare come le reti di solidarietà resistano con forza di fronte a minacce mortali, proteggendo i territori, acque e culture da cui dipendono così tante persone.
Negli anni '80, ho vissuto per diversi mesi con le comunità tribali che si opponevano alla diga sul fiume Chico, nelle montagne delle Filippine. Il progetto, finanziato dalla Banca Mondiale, minacciava di inondare le terre ancestrali e di sfollare centinaia di migliaia di persone delle tribù Kalinga e Bontoc.
Il loro coraggio di fronte alla militarizzazione, agli arresti di massa e all'omicidio del leader Kalinga, Macli-ing Dulag, ha lasciato un segno indelebile nella mia forma d'intendere cosa significa essere indigena.
Il governo, i cui soldati crivellarono di proiettili la casa di Macli-ing, accusò i manifestanti di opporsi allo sviluppo.
Non capivano che, per i popoli indigeni, il territorio è la vita. Ogni minaccia contro le nostre terre, i nostri territori e le nostre risorse è una minaccia alla nostra stessa esistenza: alle nostre culture, alle nostre identità, alla nostra dignità e alle nostre generazioni future. Ed è proprio per questo che le nostre comunità erano disposte a rischiare tutto per proteggerli.
Lo stesso linguaggio viene ancora oggi utilizzato per stigmatizzare chi difende l'ambiente e la terra. Nelle Filippine e in tutto il mondo, le aziende e le autorità statali considerano le popolazioni indigene come ostacoli al progresso.
Si tratta di un discorso che affonda le sue radici nel razzismo: nel disprezzo coloniale verso le conoscenze e le pratiche indigene che si basano sul vivere in armonia con la natura.
Nel mondo odierno, questa conoscenza ancestrale viene riaffermata giorno dopo giorno. Dall'agricoltura sostenibile alla gestione dell'acqua resiliente al clima, le tradizioni dei popoli indigeni offrono soluzioni efficaci contro il cambiamento climatico.
Ma la crisi climatica sta mettendo alla prova la nostra capacità di adattarci al mondo naturale. Il suo impatto è troppo drastico e di immensa portata. Piuttosto che cercare di affrontare questa emergenza da soli, vorremmo contribuire agli sforzi collettivi a livello globale.
Tuttavia, le voci dei popoli indigeni non vengono ascoltate. Al contrario, siamo esclusi dalle principali istanze dove si prendono decisioni. Di conseguenza, gli stessi progetti e risorse che si presentano come soluzioni – come le energie rinnovabili o i minerali per la transizione energetica – finiscono per causare espropriazioni, espulsioni e violenze. Noi lo chiamiamo "colonialismo verde".
Se ci opponiamo ai tentativi di rubarci le terre e le risorse, veniamo criminalizzati, fatti sparire o uccisi. Secondo Global Witness, nel 2025 almeno 124 difensori dei diritti umani sono stati uccisi semplicemente per aver alzato la voce in difesa dei territori in cui vivevano.
Prendiamo come esempio il caso della comunità Dayak in Indonesia. Gli espropri di terre da parte delle imprese stava distruggendo i terreni agricoli comunitari e le foreste tradizionali indigene, causando al contempo la perdita di torbiere ricche di carbonio e habitat degli oranghi. Anche i siti rituali, centro della vita spirituale del popolo Dayak, sono stati distrutti. I leader Dayak della zona si sono organizzati per opporsi a questa distruzione e imporre sanzioni consuetudinarie all'impresa responsabile.
Ma invece di ricevere sostegno nei loro sforzi per proteggere questi ecosistemi cruciali per il clima, sono stati criminalizzati. Un leader della comunità è stato accusato di estorsione per aver utilizzato pratiche tradizionali al fine di responsabilizzare un'impresa per la sua negligente distruzione dell'ambiente.
"Se ci opponiamo ai tentativi
di rubarci le terre e le risorse,
ci criminalizzano o ci uccidono"
Joan Carling, Indigenous Peoples' Rights International
Tattiche simili si riscontrano nelle Filippine, uno dei luoghi più pericolosi al mondo per la difesa dell'ambiente. La Alleanza dei Popoli della Cordillera, un'organizzazione di cui facevo parte, nata dalla resistenza contro la diga sul fiume Chico, si è vista congelare i conti bancari dopo che quattro dei suoi leader sono stati qualificati come terroristi.
Altre minacce sono più gravi. Nel 2025, nelle Filippine, sono stati uccisi un totale di 12 difensori. Global Witness ha scoperto che cinque di questi omicidi potrebbero essere collegati alle Forze Armate, evidenziando come, quando falliscono i tentativi di
criminalizzare i difensori, i militari ricorrono ad attacchi più diretti.
Di fronte a uno Stato indifferente o ostile, le comunità indigene fanno ciò che hanno sempre fatto: si organizzano per proteggere se stesse, le proprie case, le foreste, le montagne, i fiumi e i territori.
È questo il caso dell'Amazzonia peruviana, dove decine di leader indigeni sono stati assassinati mentre gruppi criminali cercano di consolidare il loro controllo sui territori.
In risposta a tutto questo, i popoli amazzonici come i Kakataibo e gli Shipibo hanno creato le proprie guardie indigene, che monitorano e pattugliano i loro territori, fanno fronte ai gruppi criminali, rispondono alle minacce e coordinano le attività di collegamento con le istituzioni statali.
In tutto il mondo, le comunità indigene sono state costrette a istituire sistemi di questo tipo per la propria protezione. I leader non viaggiano più da soli. Vengono messi a disposizione rifugi e veicoli per proteggersi o per facilitare la fuga in caso di serie minacce. Si stringono alleanze con professionisti in ambito legale e medici che possono intervenire in caso di azioni giuridiche o aggressioni fisiche.
Abbiamo bisogno anche del supporto di specialisti della salute mentale. Io stessa ne sono la prova. Mentre ricoprivo la carica di presidente dell'Alleanza dei Popoli della Cordillera, due straordinari colleghi indigeni furono
assassinati: Alyce Omengan Claver e Rafael Markus Bangit.
A causa delle minacce che circolavano, sono stata costretta a vivere temporaneamente in ufficio per evitare gli spostamenti verso casa. Di conseguenza a ciò, sono caduta in una grave depressione, anche se mi ci è voluto un po' di tempo per rendermi conto di soffrirne.
Purtroppo, nel 2025, altre 44 persone indigene, tra cui 7 guardie indigene, sono state uccise mentre difendevano il loro territorio, la loro cultura e le loro risorse. Da Edgar Tumiñá Gembuel (una guardia nasa colombiana) a Nickasio Tayas Mindo (un leader teduray delle Filippine), rendiamo omaggio all'eredità di tutte queste persone.
Nonostante lo stress e il pericolo, i difensori dei diritti umani hanno compiuto progressi. La resistenza contro la diga sul fiume Chico ha spinto la Banca Mondiale a sviluppare una propria politica sui popoli indigeni. La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), a sua volta, ha creato la Piattaforma per le comunità locali e i popoli indigeni al fine di integrare le pratiche indigene nell'azione globale per il clima.
Il problema è che questi strumenti sono stati relegati a un ruolo secondario. Non vengono presi in considerazione in altri processi, come i dibattiti multinazionali sui percorsi verso una transizione giusta o l'adattamento ai cambiamenti climatici.
E questo è esattamente l'opposto di ciò che serve. I popoli indigeni, con le loro conoscenze, dovrebbero occupare un posto centrale nellla presa di decisioni sul clima. Il nostro ruolo di custodi della terra, la nostra comprensione delle conseguenze dell'emergenza climatica e la nostra resistenza collettiva all'espropriazione dovrebbero influenzare le politiche adottate nei centri del potere.
Ma ciò può accadere solo quando i nostri territori sono sicuri e le nostre popolazioni sono protette dai pericoli. Gli Stati e i loro leader dovrebbero prima di tutto collaborare con noi, al fine di garantire la sicurezza delle nostre comunità e - di conseguenza - affrontare le crisi ambientali che rappresentano una minaccia esistenziale per tutta l'umanità.
(1. Continua)
→ Originale in
spagnolo tratto da
* Traduzione di Giorgio Tinelli per Ecor.Network

Immagini:
*) Copertina: Attivisti commemorano le popolazioni indigene e i difensori dell'ambiente uccisi a Quezon City, Metro Manila, Filippine. Ezra Acayan/Getty Images
1) Joan Carling, Direttrice esecutiva di Indigenous People's Rights International
2) Un monumento nel distretto di Kalinga nelle Filippine, eretto in onore di tre leader della resistenza contro la diga di Chico: Macli-ing Dulag (al centro), Pedro Dungoc (a sinistra) e Lumbaya Aliga Gayudan (a destra). Davide Stanley
3) Fransiskus Sima, un agricoltore indigeno Dayak, ha partecipato a una protesta pacifica per difendere il monte Sabar Bubu in Indonesia, in seguito alla distruzione della foresta causata dall'accaparramento di terre da parte di multinazionali. Adi Renaldi / Global Witness
4) La Guardia Indigena Kakataibo pattuglia le foreste della propria comunità in Perù come misura di protezione collettiva contro minacce quali la coltivazione illegale di coca. Leslie Searles / Global Witness
5) Joan Carling (a destra) parla a una conferenza stampa delle Nazioni Unite nel 2023, chiedendo che gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile mettano al centro i popoli indigeni. Albin Lohr-Jones/Pacific Press / LightRocket via Getty Images
6) Una veduta mattutina del monte Sabar Bubu avvolto dalla nebbia, nella reggenza di Ketapang, Kalimantan Occidentale, Indonesia. Per generazioni, la comunità Dayak ha considerato la collina un luogo sacro e l'ha protetta. Adi Renaldi/Global Witness.