The global criminalisation and repression of climate and environmental protest – a repertoire of repression
Chris Rossdale, Oscar Berglund, Christina Pantazis, Roxana Pessoa Cavalcanti e Tie Franco Brotto
In Environmental Politics, DOI: 10.1080/09644016.2025.2602416
13 dicembre 2025, 27 pp.
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ABSTRACT
Questo documento illustra una serie di misure repressive volte a criminalizzare e reprimere le recenti proteste climatiche e ambientali a livello globale. Utilizzando un nuovo approccio metodologico misto, che prevede un'analisi comparativa quantitativa e qualitativa su un campione di 14 paesi, identifichiamo la repressione e la criminalizzazione come fenomeni globali, che interessano sia il Sud che il Nord del mondo. Il repertorio della repressione comprende:
i) l'emanazione di nuove leggi anti-protesta;
ii) l'uso creativo e strategico della legislazione e dei processi legali esistenti;
iii) l'azione della polizia, come arresti, sorveglianza, molestie e altre forme di violenza poliziesca;
iv) sparizioni e omicidi;
v) la diffamazione.
Sosteniamo che la repressione sia un ecosistema complesso che coinvolge attori statali e non statali, leggi e processi legali, discorsi sociali e mediatici che operano per esaurire, scoraggiare e delegittimare la protesta e distogliere l'attenzione da strutture politiche violente o dannose.
INTRODUZIONE
Negli ultimi anni si è assistito a un’ondata di proteste per il clima e l’ambiente in diversi sistemi politici (Fisher et al. 2023). Questa mobilitazione riflette sia una crescente percezione del carattere esistenziale della crisi climatica (Soler-I-Martí et al. 2024), sia il riconoscimento diffuso che i sistemi politici esistenti non siano adeguati a rispondere con la rapidità e la portata necessarie (Smith 2021). Le proteste per il clima e l’ambiente hanno incontrato un’intensificazione della criminalizzazione e della repressione da parte di attori statali e non statali (Menton et al. 2021, Vegh Weis 2021, Berglund et al. 2024), dalle leggi di ampia portata contro le proteste nel Regno Unito (UK) (Martin 2025), in Australia (Gulliver et al. 2023) e negli Stati Uniti (US) (Page e Greer 2024) al ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ordine, alle sparizioni e agli omicidi (Le Billon e Lujala 2020). Sebbene la ricerca sulla criminalizzazione e la repressione
delle proteste sia ormai consolidata (Della Porta 1996, Earl 2003, Vegh Weis 2021), il lavoro accademico specificamente incentrato sulle proteste per il clima e l’ambiente rimane ancora agli albori (Di Ronco e Selmini 2025; Gulliver et al. 2023; Rodriguez & Bazan Seminario, 2024; Vegh Weis 2024). Una recente rassegna ha evidenziato la mancanza di una prospettiva globale e comparativa (Ayanian et al. 2025), e il lavoro limitato sulle dimensioni internazionali delle proteste per il clima, in particolare, ha assunto la forma di giornalismo d’inchiesta piuttosto che di analisi sistematica (Westervelt e Dembicki 2023)
Affrontiamo questa lacuna teorizzando e mappando un repertorio sulla repressione, operante a livello globale, che collega la criminalizzazione e le relative tattiche coercitive come parti di un continuum a più livelli. In particolare, ci chiediamo in che modo queste proteste vengano represse in tutto il mondo e quali differenze e somiglianze si possano osservare tra paesi con diversi livelli di spazio civico e diverse esperienze di protesta climatica e ambientale. Collegando i cambiamenti legislativi, le pratiche di polizia e la violenza letale e non letale, sosteniamo che la criminalizzazione e la repressione non siano aberrazioni della governance climatica, ma una strategia di governo fondamentale. La criminalizzazione e la repressione delle proteste espongono gli attivisti a danni e rischi considerevoli e minacciano di indebolire o scoraggiare la pressione della società civile sul cambiamento climatico e su altre questioni ambientali. Ciò mina la struttura delle opportunità politiche per le coalizioni ecologiste, poiché contribuisce ad orientare la politica statale verso la punizione del dissenso anziché verso l’adozione di misure adeguate per affrontare le questioni climatiche e ambientali (Amnesty International 2024, Forst 2024).
Il lavoro contribuisce a identificare diverse forme di autoritarismo ambientale e fornisce una base per la ricerca sul legalismo autoritario e sull’intreccio tra Stato e imprese nella governance ambientale. La raccolta di questi dati aiuterà altri studiosi a mettere in luce come atti di repressione improvvisi o strategici – gli “shock repressivi” – mirino a favorire esiti ambientali dannosi, proprio come gli shock economici o politici sono stati utilizzati per promuovere il capitalismo neoliberista (Klein 2007). Inoltre, forniamo un quadro concettuale per mappare il progressivo deterioramento dello spazio civico.
Analizzando sia il Sud che il Nord del mondo, illustriamo in che modo una matrice intrecciata di attori statali e non statali cerchi di reprimere le proteste climatiche e ambientali attraverso: (i) l’adozione di leggi anti-protesta; (ii) interventi giuridici creativi e strategici; (iii) pratiche di controllo da parte delle forze dell’ordine, tra cui arresti, sorveglianza, vessazioni e altre forme di violenza poliziesca; (iv) sparizioni e omicidi; e (v) diffamazione pubblica. Pur analizzando come le tecniche di repressione varino a seconda dei paesi e dei sistemi politici, interpretiamo questo repertorio come uno strumento volto a indebolire, scoraggiare e delegittimare i movimenti, distogliendo al contempo l’attenzione dai danni ambientali sottostanti.
Questo articolo offre tre contributi principali: concettuale, empirico e di analisi delle politiche. Dal punto di vista concettuale, proponiamo una nozione trasferibile del repertorio della repressione, inquadrata in una prospettiva gramsciana della politica climatica contemporanea (Mann e Wainwright 2018, Nyberg et al. 2022). In questa sede, consideriamo lo stato attuale della politica globale come un’arena di contesa in cui attori potenti – principalmente Stati (Stallard & Poynting 2025) e multinazionali (Kerber, 2025) – ricalibrano e ridimensionano attivamente gli impegni climatici per preservare forme di governance economica e politica costituite attraverso, e dipendenti da, pratiche estrattiviste ed ecocidali (Svampa 2019). Il repertorio che identifichiamo opera come strumento strategico attraverso il quale questi attori consolidano la propria egemonia di fronte alle sfide provenienti dal basso (Mann e Wainwright 2018). Questa repressione è al tempo stesso sintomatica dell’attuale stato della politica climatica globale e serve a riprodurlo.
Dal punto di vista empirico, adottiamo un approccio metodologico misto in 14 paesi, integrando dati geocodificati sugli eventi provenienti da ACLED (2024) per quantificare le forme di repressione nei confronti delle proteste climatiche e ambientali; dati di Global Witness (2024a) su omicidi e sparizioni; prove qualitative sulle violazioni dello spazio civico fornite da CIVICUS (2024a); e una raccolta originale di leggi anti-protesta. Si tratta della prima triangolazione sistematica e transnazionale di dati giuridici, relativi allo spazio civico e a livello di evento, incentrata sulle proteste per il clima e l’ambiente.
In termini di analisi delle politiche, il nostro quadro di riferimento flessibile può essere utilizzato da studiosi, osservatori e attori politici per monitorare le tendenze, valutare le riforme e anticipare la diffusione dei rischi nei vari sistemi politici e nel corso del tempo. Può aiutare a chiarire dove si verificano contemporaneamente il rollback legislativo, le pratiche di polizia e la violenza letale e non letale. Forniamo quindi un quadro strutturato che potrebbe essere impiegato per valutare il rispetto degli impegni in materia di diritti umani relativi ai manifestanti e ai difensori dell’ambiente. Questi indicatori offrono uno strumento pratico di allerta precoce per la società civile e i media, nonché per i donatori internazionali o le organizzazioni della società civile.
Il nostro articolo si articola in quattro sezioni. Iniziamo con una riflessione concettuale sulla protesta e sul repertorio di repressione, prendendo in esame la letteratura dei settori pertinenti e il contesto politico più ampio in cui essa si inserisce. Illustriamo quindi la nostra metodologia, per poi passare alla presentazione del repertorio di repressione, dimostrandone l’applicazione nel nostro campione di 14 paesi. Segue infine una discussione sul significato politico della repressione delle proteste climatiche e ambientali.
Concettualizzazione della protesta e del repertorio della repressione
Le proteste ambientali e quelle per il clima sono spesso associate a obiettivi e approcci distinti (Berglund et al. 2024). Le proteste ambientali mirano a fermare specifici progetti distruttivi per l’ambiente. Queste sono più comunemente rivolte contro l’esplorazione e l’estrazione di combustibili fossili, la deforestazione, la costruzione di dighe o l’attività mineraria. Menton et al. (2021, 1) definiscono i difensori dell’ambiente come «un’ampia gamma di persone che difendono le proprie terre e il proprio ambiente e coloro che cercano di proteggere i difensori o di sostenere la loro causa», incluse «le popolazioni indigene e locali che si oppongono a progetti di sfruttamento delle risorse su larga scala» insieme a «avvocati, giornalisti e personale di organizzazioni ambientaliste o per i diritti umani».
Le proteste ambientali sono intrinseche all’industrializzazione ed al capitalismo, nella misura in cui questi sistemi di produzione dipendono dall’estrazione delle risorse e entrano inevitabilmente in conflitto con le persone i cui mezzi di sopravvivenza fondamentali (acqua pulita, terra coltivabile, aria pulita) sono minacciati dall’espansione delle attività estrattive (Glassman 2006, Svampa 2019, Chagnon et al. 2022). La protesta ambientale non è quindi una novità ed è un fenomeno comune sia nel Nord che nel Sud del mondo. Spesso è stata condotta attraverso metodi di azione diretta per bloccare fisicamente i progetti di estrazione ponendo i propri corpi sulla strada, in quello che Klein (2015) ha reso popolare con il termine «Blockadia». Sebbene sia riconosciuto che la protesta ambientale abbia luogo ovunque, la letteratura sui difensori dell’ambiente è fortemente sbilanciata a favore del Sud del mondo (cfr. Le Billon e Lujala 2020, Scheidel et al. 2020, Menton et al. 2021).
Le proteste per il clima tendono ad avere un carattere più urbano rispetto alle proteste ambientaliste, sono spesso distaccate dai luoghi specifici di estrazione e sono caratterizzate da rivendicazioni politiche più ampie – come la fine delle esplorazioni petrolifere; da richieste politiche più generali – come l’adozione di un Green New Deal; o da richieste più diffuse – come la richiesta di un maggiore impegno contro il cambiamento climatico (Berglund e Schmidt 2020). Le proteste per il clima sono iniziate sul serio in occasione della sesta conferenza annuale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, tenutasi all’Aia nel 2000 (de Moor et al. 2021), per poi placarsi in parte prima di entrare in una nuova ondata nel 2018, che è durata fino all’inizio delle restrizioni legate alla pandemia (Fisher e Nasrin 2021). A partire dal 2021, sono riemerse con intensità e forme diverse, soprattutto (ma non esclusivamente) nel Nord del mondo, dove la protesta non violenta ma dirompente costituisce un elemento chiave di queste mobilitazioni (Fisher et al. 2023).
Operare questa distinzione concettuale tra protesta climatica e protesta ambientale non significa suggerire che si tratti di categorie mutuamente esclusive. Chi protesta per l’ambiente spesso si schiera in un’opposizione più ampia al cambiamento climatico (Verweijen et al. 2021), mentre gli attivisti per il clima sono spesso coinvolti nell’opposizione a progetti distruttivi per l’ambiente che accelerano il cambiamento climatico, come l’estrazione di combustibili fossili (Berglund 2024a). Anziché cercare di separare forme sovrapposte di protesta ambientale, il nostro obiettivo in questa sede è comprendere i modi diversi ma interconnessi in cui l’ecopolitica viene espressa e repressa a livello internazionale.
Concepiamo la repressione delle proteste climatiche e ambientali come un ecosistema complesso che coinvolge attori statali e non statali, leggi e procedimenti giuridici, nonché discorsi sociali e mediatici, i quali operano per indebolire, scoraggiare e delegittimare le proteste, distogliendo l’attenzione da strutture politiche violente o dannose. Rispondendo all’osservazione di Earl e Braithwaite (Earl e Braithwaite 2022) secondo cui sono stati pochi i tentativi di integrare prospettive sulla repressione provenienti da diverse discipline, il nostro approccio incorpora il concetto di criminalizzazione ma va oltre. La criminalizzazione della protesta è stata concettualizzata in modo da includere sia la classificazione di alcune forme di protesta come criminali attraverso la legislazione, sia le azioni della polizia, dei tribunali e di altri attori che determinano «quali, tra gli innumerevoli comportamenti che rientrano nel diritto penale [. . .], saranno effettivamente criminalizzati» (Vegh Weis 2021, p. 2), ovvero trattati come criminali. La nostra concezione della repressione comprende la criminalizzazione, ma riconosce uno spettro più ampio di tattiche utilizzate per prevenire, limitare e punire l’azione collettiva (Earl 2011) che non rientrano pienamente nell’ambito della criminalizzazione – in particolare gli omicidi e le sparizioni, insieme a certe forme di diffamazione e di strategic litigations. Consideriamo quindi la criminalizzazione come un pilastro centrale all’interno di un quadro repressivo più ampio attraverso il quale gli Stati e altri attori tentano di rimodellare i costi e i benefici dell’azione collettiva (Tarrow 1996).
Partiamo dai precedenti studi presenti nella letteratura sui movimenti sociali volti a classificare la criminalizzazione e la repressione delle proteste. Tuttavia, le tipologie più rilevanti in questa letteratura si sono concentrate principalmente sugli Stati democratici liberali del Nord del mondo (Marx 1979, Della Porta 1996, Earl 2003, Boykoff 2007). Inoltre, hanno tendenzialmente concentrato l’attenzione soprattutto sulle azioni della polizia (Della Porta 1996, Martin 2024), riconoscendo solo un ruolo limitato agli attori non statali (Boykoff 2007). Ciononostante, tali studi sono stati fondamentali per individuare come la criminalizzazione e la repressione coinvolgano molteplici attori e operino lungo uno spettro che va da forme sottili a forme palesi di controllo sociale.
Adottiamo un approccio gramsciano per comprendere perché la repressione dell’attivismo climatico e ambientale stia avvenendo proprio ora. In particolare, la legittimità dell’egemonia capitalista basata sui combustibili fossili è stata scossa negli ultimi anni (Nyberg et al. 2022). L’ondata di
attivismo sul cambiamento climatico del periodo 2018–2020 ha svolto un ruolo fondamentale nel cambiare il senso comune¹ riguardo al cambiamento climatico e ai combustibili fossili a livello globale. La preoccupazione dell’opinione pubblica e della classe politica riguardo al cambiamento climatico è aumentata, il negazionismo climatico è diminuito e la necessità di una transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili è stata sempre più ampiamente accettata (Mann 2021, Nyberg et al. 2022). Sul piano politico, molti Stati, anche quelli con governi di destra, si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo “Net Zero”, e la riduzione graduale dell’uso del carbone e la parziale eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili sono state concordate per la prima volta nei negoziati internazionali sul clima alla COP26 del 2021 (UNFCCC 2022). Riteniamo che sia proprio in risposta a ciò che si sta verificando una maggiore repressione dell’attivismo per il clima.
L’attuale fase della politica sul cambiamento climatico – di cui la repressione costituisce una parte – è caratterizzata non solo dall’egemonia capitalista e dal ruolo dei combustibili fossili, ma anche dalla loro presentazione come inevitabili. Questo senso di inevitabilità era centrale nella concettualizzazione gramsciana dell’egemonia, secondo cui l’egemonia si mantiene sopprimendo la possibilità di immaginare «che le cose possano essere diverse da come sono» (Crehan 2016, p. 55). Molti attori politici e molte imprese multinazionali hanno fatto marcia indietro sugli obiettivi climatici, non perché neghino il cambiamento climatico o il proprio contributo ad esso, ma perché è diventato politicamente fattibile accettarne l’inevitabilità.
Utilizzando i concetti di un’altra analisi ispirata a Gramsci (Mann e Wainwright 2018), il contesto attuale può essere inteso come un rafforzamento delle forze autoritarie e capitalistiche del «Colosso Climatico» che si oppongono alla governance planetaria del cambiamento climatico, parallelamente a un indebolimento del «Leviatano Climatico», ovvero delle forze capitalistiche liberali che lottano per una governance climatica globale. Tuttavia, entrambi i blocchi politici perseguono la repressione del «Climate X» anticapitalista, costituito principalmente dai movimenti sociali (ibid.). Ciò a cui stiamo assistendo è quindi una competizione di sforzi volti a rafforzare l’egemonia capitalista e a sottolinearne l’inevitabilità e la legittimità, reprimendo quegli attori che ci presentano immaginari diversi e/o minacciano direttamente l’accumulazione del capitale.
Metodologia
Per esaminare le tendenze globali relative alla criminalizzazione e alla repressione delle proteste climatiche e ambientali, abbiamo condotto un’analisi comparativa su un campione di 14 paesi, avvalendoci di analisi quantitative e qualitative relative al periodo dal 2012 al 2023. Per la raccolta dei dati quantitativi, abbiamo utilizzato i dati di Armed Conflict Location & Event Data (ACLED 2024) e Global Witness (2025). Abbiamo utilizzato il database CIVICUS (2024a) (2018–2025) per individuare esempi di repressione nei nostri 14 paesi, nonché una serie di banche dati per identificare la legislazione recente utilizzata per reprimere le proteste climatiche e ambientali (Amnesty International 2024, Freedom House 2024, Right of Assembly 2024, Università di Pretoria 2024, ICNL 2025).
Il dataset ACLED esiste dal 1997 come strumento open-source volto a facilitare la ricerca internazionale, comparativa e sub-nazionale sui conflitti e sulla violenza politica (Wigmore-Shepherd 2014). Esso registra una serie di eventi, tra cui vittime, feriti, arresti, movimenti di truppe e manifestazioni. Il dataset include diverse altre variabili, quali gli attori (statali e non statali) che secondo quanto riportato sarebbero coinvolti in ciascun evento e la città in cui l’evento si è verificato. Sebbene le convenzioni di segnalazione di ACLED possano sovrastimare il numero di eventi (ad esempio, un incidente che dura più di 7 giorni verrà conteggiato come sette eventi), il fatto che si basi su fonti mediatiche porta a sottostimare gli eventi di cui i media non hanno dato notizia (Eck 2012). I media sponsorizzati dallo Stato o quelli che sostengono lo Stato tendono a minimizzare la portata degli arresti e della brutalità della polizia. Nonostante queste avvertenze, l’ACLED è una fonte di dati fondamentale che fornisce informazioni sulle proteste climatiche e ambientali e su come queste vengono affrontate nei diversi paesi. Ciò è particolarmente vero poiché il set di dati include un numero sempre maggiore di paesi sia del Sud che del Nord Globale.
Questo è il primo studio che utilizza i dati ACLED per analizzare la repressione delle proteste climatiche e ambientali a livello globale; abbiamo esaminato vari aspetti dell’intervento delle forze dell’ordine, compresi gli arresti e altre forme di repressione fisicamente violenta, attuando una serie di procedure per selezionare gli eventi incentrati su atti di “protesta” e “repressione” tra il 2012 e il 2023. Ciò è stato possibile identificando e applicando parole chiave nella breve descrizione dell’evento e verificandole poi manualmente, al fine di garantire un processo rigoroso di classificazione degli eventi in linea con gli obiettivi del presente studio (per una descrizione approfondita della metodologia si veda Berglund et al. 2024).
Abbiamo inoltre analizzato i dati di Global Witness, raccolti a partire dal 2012, relativi agli omicidi di difensori della terra e dell’ambiente e al tipo di autori coinvolti (ad esempio forze armate, polizia, sicari). L’organizzazione segue una metodologia rigorosa con criteri ben definiti affinché un decesso sia considerato un omicidio, ma molti omicidi nelle zone rurali o in alcuni paesi non vengono denunciati, il che significa che questa forma di repressione nella nostra tipologia è sottostimata. In molti casi, l’autore del reato rimane sconosciuto anche quando l’omicidio è stato registrato (Global Witness 2025).
La nostra analisi di questi set di dati si concentra su 14 paesi (cfr. Tabella 1). Essi rappresentano tutti e sei i continenti abitati e sono stati selezionati appositamente per rappresentare diversi livelli di spazio civico, utilizzando il monitoraggio annuale di CIVICUS, al fine di cogliere i potenziali punti in comune e le variazioni tra democrazie liberali e Stati autoritari. CIVICUS assegna un punteggio ai paesi e, in base a tale punteggio, li classifica in una delle cinque categorie: aperto; limitato; ostacolato; represso; e chiuso. Utilizza una metodologia che «combina fonti di dati sulle libertà di associazione, di espressione e di riunione pacifica e sul dovere dello Stato di proteggere queste libertà fondamentali» (CIVICUS 2024b, p. 5). Il risultato è una valutazione dei diritti civili e politici molto più sfumata rispetto alla semplice distinzione tra democrazie e autocrazie. Sulla base di ciò, dimostriamo che il nostro campione è globale in termini geografici e politici. Ancora più significativamente, il nostro campione rappresenta anche livelli variabili di protesta climatica e ambientale negli ultimi anni (cfr. Tabella 1).
Questa applicazione del «Most Different Systems Design» (Anckar 2008) è adatta a identificare modelli globali, nonché le variazioni all’interno di tali modelli.
Table 1. Analisi dei paesi, delle caratteristiche e del tipo di protesta.
|
|
PIL pro capite $ (2025)
|
CIVICUS categoria
(2024)
|
CIVICUS Valutazione(2024)
|
Proteste climatiche (come % di tutte le proteste, 2012–2023)
|
Proteste ambientali (come % di tutte le proteste, 2012–2023)
|
|
Australia
|
64,712
|
Limitato
|
76/100
|
12.9%
|
3.8%
|
|
Brazil
|
38,373
|
Ostacolato
|
52/100
|
0.9%
|
1.7%
|
|
France
|
44,461
|
Limitato
|
67/100
|
3.8%
|
0.4%
|
|
Germany
|
52,746
|
Limitato
|
67/100
|
13.0%
|
0.7%
|
|
India
|
2,485
|
Represso
|
33/100
|
0.4%
|
0.6%
|
|
Norway
|
87,962
|
Aperto
|
97/100
|
15.1%
|
0.8%
|
|
Peru
|
7,790
|
Represso
|
40/100
|
1.2%
|
4.2%
|
|
Philippines
|
3,726
|
Ostacolato
|
50/100
|
4.8%
|
2.9%
|
|
Russia
|
14,055
|
Chiuso
|
14/100
|
1.8%
|
2.4%
|
|
South Africa
|
6,253
|
Ostacolato
|
60/100
|
0.7%
|
0.9%
|
|
Turkey
|
12,986
|
Represso
|
24/100
|
2.2%
|
1.0%
|
|
Uganda
|
956
|
Represso
|
30/100
|
1.2%
|
0.5%
|
|
United Kingdom
|
48,867
|
Ostacolato
|
60/100
|
16.8%
|
0.9%
|
|
United States
|
81,695
|
Limitato
|
62/100
|
2.7%
|
0.2%
|
Sources: GDP per capita from WorldData (2025); Data on climate and environmental protests via ACLED.
Nel nostro campione, il 13–17% delle proteste segnalate da ACLED nel Regno Unito, in Norvegia, Germania e Australia può essere classificato come protesta per il clima, mentre meno del 3% delle proteste in paesi come Brasile, India, Perù, Russia, Sudafrica, Turchia, Uganda e Stati Uniti rientra in questa categoria. Le proteste ambientali hanno avuto nel complesso un ruolo meno rilevante, con le percentuali più elevate registrate in Perù (4,2%), nelle Filippine (2,9%), in Russia (2,4%) e in Brasile (1,7%). Francia, Germania, India, Norvegia, Sudafrica, Turchia, Uganda, Regno Unito e Stati Uniti hanno registrato ciascuno l’1% o meno di proteste classificate come ambientali. L’Australia sembra costituire un’eccezione tra tutti i 14 paesi, in quanto presenta percentuali relativamente elevate sia di proteste climatiche (12,9%) che ambientali (3,8%). Queste variazioni nei tipi di protesta presenti nel nostro campione sono importanti per comprendere l’impiego del repertorio repressivo in tutto il mondo.
* Traduzione di Ecor Network
** Licenza: il presente articolo è Open Access, distribuito secondo i termini della licenza Creative Commons Attribution (http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/), che consente l’uso, la distribuzione e la riproduzione senza restrizioni su qualsiasi supporto, a condizione che l’opera originale sia correttamente citata.
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