
Analisi
Nel 2025 abbiamo verificato l'omicidio di 124 difensori dell'ambiente e della terra. Questo dato rappresenta una diminuzione rispetto al 2024, quando abbiamo documentato 142 omicidi e 4 sparizioni. Tale totale, a sua volta, rappresentava una diminuzione rispetto al 2023, quando abbiamo registrato 196 omicidi.
A prima vista, questi dati potrebbero indicare
una tendenza positiva al ribasso, ma in realtà è probabile che rappresentino una notevole sottostima, poiché un gran numero di casi non viene segnalato. Questo accade spesso in situazioni di gravi conflitti armati e genocidi, dove l'insicurezza diffusa e le uccisioni di massa rendono difficile identificare e verificare i singoli casi. Le indagini sono inoltre complicate in contesti di repressione, dove le vittime e le organizzazioni della società civile subiscono ritorsioni per aver denunciato e documentato gli abusi, un fenomeno che si verifica in particolare in Africa e in Asia, ma anche, sempre più spesso, in America Latina.
Dei 15 paesi in cui abbiamo documentato degli omicidi, 10 sono stati classificati come "repressivi" dall'osservatorio per le libertà civili CIVICUS Monitor. Tuttavia, solo lo spazio civico del Nicaragua, ad esempio, è stato classificato come "chiuso", la categoria più repressiva nella classificazione di CIVICUS, a testimonianza delle difficoltà di accesso ai dati in luoghi controllati da regimi fortemente repressivi.
Gli omicidi rappresentano solo la forma più estrema di rappresaglia subita dai difensori dei diritti umani. Sotto di essi si cela un "iceberg occulto" di attacchi non letali, tra cui la criminalizzazione, le minacce e le campagne diffamatorie, come descritto dalla rete di monitoraggio dei diritti umani ALLIED .
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I social media vengono sempre più spesso utilizzati per screditare e molestare i difensori dei diritti umani, minando la fiducia del pubblico e isolando questo gruppo dalle proprie comunità. Questa diversificazione delle strategie repressive, che condividono lo stesso obiettivo di intimidire e mettere a tacere i difensori dei diritti umani, potrebbe anche spiegare in parte la diminuzione del numero di omicidi osservata nei nostri dati.
Dove: regioni e paesi
Anche quest'anno, come già accaduto per oltre un decennio, l'America Latina ha rappresentato la maggior parte dei casi documentati nel 2025, dato che i casi registrati nell'area costituivano l'85% del totale globale lo scorso anno. La persistenza di questa elevata percentuale di attacchi mortali evidenzia la diffusa incapacità degli Stati di proteggere le persone che lavorano in difesa dell'ambiente. L'insicurezza nella proprietà terriera rimane un fattore chiave che alimenta gli attacchi, dimostrando l'urgente necessità che i governi garantiscano i diritti sui territori e le terre delle popolazioni indigene e afrodiscendenti e delle comunità rurali.
In Brasile, dove abbiamo osservato che il
numero di casi era raddoppiato rispetto all'anno precedente, tutti tranne uno dei casi documentati erano dovuti principalmente a conflitti per la terra. Sette omicidi erano collegati alle rivendicazioni indigene per il riconoscimento delle loro terre ancestrali e 14 a lotte per la riforma agraria, provenienti principalmente da contadini e comunità afrodiscendenti. È inoltre evidente che dietro molti attacchi ci sono i progetti estrattivi delle imprese. In Guatemala, abbiamo documentato l'omicidio di due difensori dei diritti umani che si opponevano a progetti minerari e di altri due che protestavano contro l'impatto di una centrale idroelettrica.
Questi casi mettono in luce l'incapacità degli Stati e delle imprese di garantire processi di consultazione significativi nel contesto di progetti che interessano le comunità indigene e tradizionali.
Le carenze di meccanismi statali di protezione – strumenti specializzati approntati per i difensori minacciati – lasciano questi senza protezione. Nel 2025, abbiamo registrato l'omicidio di due difensori messicani che erano sotto la protezione di questi programmi. In Honduras, abbiamo anche registrato l'omicidio di cinque difensori che facevano parte di una cooperativa contadina alla quale la Commissione Interamericana per i Diritti Umani aveva precedentemente concesso misure cautelari di garanzia.
Per rafforzare la protezione dei difensori, gli Stati non dovrebbero limitarsi a meccanismi meramente reattivi incentrati su singoli individui, ma dovrebbero adottare approcci collettivi applicabili a comunità e organizzazioni. D'altro canto, abbiamo osservato che le politiche di sicurezza intransigenti hanno portato a uccisioni, inserendosi in una tendenza più ampia all'uso di tattiche autoritarie da parte dei governi della regione.
In Ecuador, dove il presidente Daniel Noboa ha ripetutamente utilizzato l'esercito per reprimere le proteste sociali, abbiamo documentato tre casi. Due manifestanti indigeni hanno perso la vita mentre protestavano contro l'aumento dei prezzi del carburante e la repressione statale nei confronti delle popolazioni indigene e delle organizzazioni ambientaliste. In Argentina, i difensori Federico Soria e Mauricio Cornejo furono criminalizzati in base a una legislazione risalente all'epoca della dittatura, dopo essersi opposti a progetti minerari che mettevano in pericolo diversi corsi d'acqua delle Ande.
La violenza contro i difensori in America Latina è esacerbata dal crescente potere della criminalità organizzata, che alimenta un clima di corruzione e impunità in tutta la regione. Abbiamo individuato casi con presunti legami con la criminalità organizzata nei sei paesi con il maggior numero di omicidi: Colombia, Brasile, Filippine, Honduras, Messico e Guatemala, cinque dei quali si trovano in America Latina.
Al di fuori di questa regione, l'Asia ha rappresentato il 12% degli omicidi che abbiamo verificato nel 2025. La maggior parte di questi casi si è verificata nelle Filippine, dove i programmi di controinsurrezione e i progetti estrattivi hanno nuovamente portato alla violenza contro i difensori. Abbiamo registrato omicidi anche in India e Turchia, che ospiterà la Conferenza delle Parti (COP) di quest'anno.
In molte zone dell'Asia, il rigido controllo dello spazio civico rende difficile documentare i casi, pertanto le cifre più basse non sempre riflettono un livello di violenza drasticamente diverso da quello di altre regioni. In Indonesia, il governo del presidente Prabowo ha intensificato le politiche repressive attuate dal suo predecessore, Jokowi, portando alla criminalizzazione dell'attivismo e a una drastica riduzione delle libertà civili. I regimi autoritari in Russia e in diversi paesi dell'Asia centrale hanno criminalizzato, multato e stigmatizzato
giornalisti e difensori nell'ambito di più ampie campagne di repressione contro l'opposizione politica.
Le organizzazioni per i diritti umani si trovano ad affrontare numerose difficoltà nel documentare i casi in Africa, dove restrizioni molto simili dello spazio civico esistono in molti paesi. In Kenya, Uganda e Tanzania, i governi utilizzano sempre più spesso il sistema giudiziario per formulare false accuse di terrorismo e facilitare la scomparsa dei difensori. I conflitti prolungati in paesi come la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e il Sudan stanno provocando un numero catastrofico di vittime. L'impatto della violenza in questo contesto ostacola gli sforzi per verificare gli attacchi contro i difensori in queste zone di conflitto. Nonostante queste limitazioni, abbiamo documentato tre uccisioni di difensori in Africa: due in Tanzania e uno nella Repubblica Democratica del Congo.
Colombia
Con poco meno di un terzo degli attacchi mortali che abbiamo documentato a livello globale nel 2025, la Colombia rimane uno dei paesi più pericolosi per chi difende il pianeta. Abbiamo potuto confermare 39 uccisioni di difensori nel 2025, un dato in calo rispetto ai 48 registrati l'anno precedente. I nostri dati mostrano tendenze chiare sia dei gruppi di difensori presi di mira, che dei responsabili degli attacchi. Quasi la metà delle vittime erano indigeni e altre 15 erano contadini. A riprova di ciò, 35 dei 39 decessi erano legati a conflitti per la terra. Siamo riusciti a collegare 17 dei decessi presumibilmente alla criminalità organizzata e altri 5 a sicari assoldati.
L'epicentro di questa violenza è il dipartimento di Cauca, una regione della Colombia sudoccidentale, dove nel 2025 abbiamo registrato 13 omicidi, tra cui quelli di quattro guardie indigene. Ciò porta il numero totale di casi registrati a Cauca dal 2012 a 171, la cifra più alta di tutti i dipartimenti. Grazie alla sua posizione strategica vicino al confine con l'Ecuador e all'accesso alle rotte di esportazione verso il Pacifico, Cauca è diventata un corridoio chiave nel traffico di cocaina. La coltivazione di coca è quintuplicata nell'ultimo decennio, in un contesto di crescente influenza sia dei gruppi armati colombiani che dei cartelli messicani. Gli attori menzionati, insieme ad altre attività economiche illecite, come l'estrazione mineraria illegale, stanno causando il degrado delle foreste e dei corsi d'acqua nel Cauca.
Altre aree ricche di biodiversità subiscono pressioni simili, come Nariño e Putumayo, dipartimenti meridionali dove abbiamo documentato tre omicidi in ciascuno. L'estrazione mineraria illegale e la coltivazione di coca sono fattori chiave che alimentano la violenza e il degrado ambientale in entrambi i dipartimenti, visto che finanziano gruppi armati, causano lo sfollamento delle comunità e inquinano fiumi e corsi d'acqua. Nell'ambito dei suoi sforzi per combattere questa violenza, il governo colombiano dovrebbe firmare e applicare la Politica Pubblica Integrale di Garanzie per la Difesa dei Diritti Umani, un quadro promosso dalla società civile il cui obiettivo è quello di stabilire un approccio integrale preventivo per la protezione di coloro che difendono l'ambiente e i diritti umani.
(2. Continua)
→ Originale in
spagnolo tratto da 
* Traduzione di Giorgio Tinelli per Ecor.Network