*** Segnalazione/Recensione ***

Terra e libertà. Lotte ancestrali e voci del futuro

di Darío Aranda


Tierra y dignidad
Luchas ancestrales, voces de futuro

Darío Aranda
ED. Sudestada, 2026 - 288 pp.

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Territori che si sono organizzati per contrastare l'ingiustizia, terre di comunità che dicono "no" a un modello predatorio e - al tempo stesso - costruiscono alternative, lontane dai riflettori dei media e dai centri di potere, organizzazioni che crescono con autonomia, difficoltà e allegria. Trenta località e sedici province. Sono territori di dignità, dove si seminano presente e futuro. Un libro pubblicato da Editorial Sudestada.


Da Eldorado a Esquel. Da Las Lomitas a Loncopué. Da Andalgalá a Guadalupe Norte. Sono persone che non compaiono sui social media né sui grandi mezzi di comunicazione. Non aspirano al "successo" che offre il sistema, né si schierano con chi detiene il potere. Partecipano a spazi collettivi che danno priorità alla cura dell'acqua, dell'aria, della terra e della vita stessa. E sono determinate a costruire alternative al capitalismo che depreda la terra. Sono famiglie contadine, comunità indigene, organizzazioni di base e assemblee socio-ambientali.

Da decenni sostengono che il modello del paese – basato sull'agroindustria, il petrolio, l'industria mineraria, la silvicoltura, le mega-dighe e l'energia nucleare – rappresenta un nuovo capitolo di un inganno lungo 500 anni, una trappola non solo economica, ma (soprattutto) politica, con ampie conseguenze sociali, ambientali e sanitarie.

Un modello estrattivo che è stato (ed è) la pietra angolare di tutti i governi. Guidato da grandi corporazioni e da presidenti, governatori, legislatori e sindaci, giudici e procuratori, che non accettano alternative allo sfruttamento di territori e vite umane. "I presunti rappresentanti del popolo non sono governanti, sono manager che eseguono i piani delle grandi corporazioni e dei proprietari terrieri", denuncia Marcos Pastrana, un anziano diaguita di Tafí del Valle (Tucumán).


Le prove, le testimonianze e gli studi sulle conseguenze del modello estrattivo sono inequivocabili. Basti pensare che la concentrazione della terra aumenta di anno in anno. L'1% delle grandi imprese agricole controlla il 36 per cento del territorio, mentre il 55 per cento delle più piccole aziende agricole (chacras) possiede solo il 2%. L'Argentina sta vivendo una riforma agraria al contrario, dove pochissimi possiedono quasi tutto e molti non possiedono quasi nulla. Le aree di mega-estrazione, come Andalgalá e Jáchal, sono tra le regioni più povere del paese. Nelle località dove si sfrutta Vaca Muerta, il più grande giacimento di idrocarburi non convenzionali, non c'è gas naturale per la popolazione, che continua a riscaldare le proprie case con la legna. Ad Añelo, epicentro del petrolio, ci sono più bordelli che scuole: questo è lo "sviluppo" che offre l'estrattivismo.

Le malattie associate all'uso di prodotti agrochimici sono aumentate esponenzialmente nelle regioni con forte presenza agroindustriale. "Epidemia di cancro nelle zone di coltivazione della soia", denunciano le comunità colpite dall'irrorazione di pesticidi, da Avia Terai (Chaco) a Exaltación de la Cruz (Buenos Aires), da Ituzaingó Anexo (Córdoba) a San Jorge (Santa Fe). Questo disastro sanitario è stato confermato anche da centinaia di studi scientifici. "È un esperimento a cielo aperto su vasta scala", avvertiva lo scienziato Andrés Carrasco nel 2009.

In un Paese dove le prove sono inconfutabili, i discorsi mediatici continuano a riprodursi, dalle principali testate giornalistiche agli ineffabili "influencer", che incitano allo sfruttamento della natura o, nella migliore delle ipotesi, a farlo con "cura", come se si potesse disboscare milioni di ettari o fatte saltare in aria montagne in modo "sostenibile".


Quando la realtà viene così drasticamente alterata, diventa necessario cercare altre categorie di analisi per comprendere il presente e poi agire per trasformare la realtà. Con un 50% di povertà, un milione di bambini che soffrono la fame ogni notte (secondo l'UNICEF), con pensioni che condannano le persone alla miseria e politiche che, con la complicità della magistratura, devastano interi territori, non basta definire  la faccenda come un semplice modello economico. Un'altra possibile categoria per comprendere questa realtà è: "Ci hanno dichiarato guerra", hanno spiegato più volte gli zapatisti, riferendosi alle politiche economiche, sociali e repressive che subiscono.

Il disprezzo, la crudeltà e il cinismo del potere sono espliciti, così come la violenza di chi è al vertice contro coloro che stanno in basso.

Il leader Mapuche Mauro Millán riassume così la situazione attuale: "La nostra lotta è per l'esistenza stessa dei nostri popoli". Da anni, la "dittatura mineraria" viene denunciata a Catamarca e San Juan, dove le assemblee presentano chiari esempi di come le multinazionali estrattive manipolino a piacimento governatori, legislatori e magistratura.

Chi vive in città, chi non si avventura mai oltre la realpolitik (l'approccio pragmatico che privilegia il pragmatismo rispetto alla coerenza ideologica) e non oltrepassa mai l'Avenida General Paz, trova esagerato parlare di "dittature minerarie" e "guerre" per la sopravvivenza. Forse qualche giorno ad Andalgalá, Salinas Grandes (epicentro della disputa sul litio), Las Lomitas (Formosa), Aristóbulo del Valle (Misiones) o Las Lajitas (Salta) potrebbe fargli cambiare idea. Luoghi dove il potere economico fa quello che vuole, con la totale complicità politica e giudiziaria.

«Durante il periodo coloniale esisteva una divisione tra regioni e ricchezza. Il capitalismo attuale sta nuovamente ridisegnando la mappa dell'America: si sta creando una nuova divisione basata sugli interessi economici. Le multinazionali legiferano per i nostri legislatori, che servono comodamente gli interessi di queste imprese senza alcun freno», riassume  Marcos Pastrana.

A Buenos Aires, la città più ricca del paese, è diventato "normale" vedere persone rovistare nella spazzatura in cerca di cibo – corpi immersi in cassonetti maleodoranti – intere famiglie vivere nelle piazze e sotto le autostrade, sportelli automatici delle banche trasformati in rifugi per i senzatetto. "Danni collaterali", come si dice in guerra, per accontentare speculatori internazionali e FMI.

“La vera divisione che va fatta è tra quelli che appoggiano la lotta popolare e coloro che si consegnano 'mani e piedi'”, come diceva lo storico leader sindacale Agustín Tosco.


L'estrattivismo non è un modello nuovo. Tutta l'ingegneria giuridica moderna è stata sancita durante l'era di Menem e implementata nei territori da tutti i governi successivi. Ma è anche un modello che esiste da 200 anni, fin dalla formazione degli stati, e un modello che attraversa cinque secoli.

Questi sono tempi di guerra contro gli oppressi, contro coloro che difendono la terra. E in prima linea ci sono le comunità indigene, popoli antichi che, nonostante secoli di repressione, sanno cosa significa resistere e costruire futuro.

L'invito è semplice. Con gli strumenti essenziali del giornalismo: viaggiare tra colline, steppe e montagne, ascoltare chi ci vive, osservare senza intermediari, scrivere di queste realtà e raccontare le ingiustizie e i sogni di quest'Argentina, tanto castigata quanto meravigliosa, sofferente e allegra, una terra devastata dove – nonostante tutto – si semina ogni giorno.

​​​​​​​Il giornalista funge da ponte tra le persone e la realtà, permettendo loro di essere conosciute in altre parti del mondo. Il giornalismo è un mestiere, come quello di un falegname che intaglia e leviga il legno che verrà poi condiviso.

Sono 31 cronache dai luoghi degli eventi. Perché il detto "la mente pensa in base a dove vanno i piedi" rimane vero. E il giornalismo consiste nel raccontare ciò che accade, dal luogo degli eventi, dando priorità a quelle voci che dicono: "Eccoci qui, questo è ciò che siamo, questo è ciò che soffriamo, questo è ciò che sogniamo".

In trent'anni, otto governi si sono succeduti, il modello estrattivo si è evoluto, la resistenza si è moltiplicata, l'agricoltura agroecologica si è diffusa, le organizzazioni sono cambiate (alcuni gruppi fortemente critici si sono allineati con il governo), le multinazionali si sono unite, il giornalismo ha subito un ulteriore declino e l'élite politica e giudiziaria è diventata sempre più asservita al potere. E la ricerca di un mondo migliore continua ad essere il motore per migliaia di persone che non rimangono in silenzio o passive di fronte a tanta ingiustizia.

Terra e Dignità è un'istantanea degli ultimi tre decenni, che si propone di documentare ciò che sta accadendo nei territori del paese, ma anche di riflettere sul lavoro delle comunità indigene, dei movimenti contadini e delle assemblee socio-ambientali che stanno tracciando percorsi in cui la collettività, la vita e la solidarietà sono prioritarie. Si tratta di territori che si sono organizzati per contrastare l'ingiustizia, comunità che dicono "no" a un modello predatorio e, al contempo, costruiscono alternative, lontane dai riflettori dei media e dai centri di potere: sono territori di dignità, dove si seminano il presente e il futuro.
 

Originale in  spagnolo tratta da 

* Darío Arand, giornalista, è membro della cooperativa giornalistica Tierra Viva e collabora con la radio FM La Tribu. Ha lavorato per il quotidiano Página/12 e per la radio FM Kalewche (Esquel); per le cooperative La Brújula (Rosario) e La Vaca; per il quotidiano La Jornada (Messico); e per l'Osservatorio per i Diritti Umani dei Popoli Indigeni. Specializzato in estrattivismo (petrolio, miniere, agroindustria, silvicoltura e megadighe), scrive delle esperienze dei popoli indigeni, delle organizzazioni contadine e delle assemblee socio-ambientali. È autore dei libri "Argentina Originaria", "Tierra arrasada" e "¿Quiénes hacen periodismo?". Vive nella periferia sud di Buenos Aires ed è padre di More Lilén.

** Traduzione di Giorgio Tinelli per Ecor.Network


 

08 agosto 2026 (pubblicato qui il 09 agosto 2026)