*** Segnalazione ***

Idrofemminismi in America Latina: corpi, territori e politiche dell'acqua Ecologia Politica. Cuadernos de debate internacional, n°71

di Revista Ecología Política


Ecología Política. Cuadernos de debate internacional, n°71
Hidrofeminismos en América Latina. Cuerpos, territorios y políticas del agua

Fundació ENT - Icaria Editorial - CLACSO, dicembre 2025.

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EDITORIALE

Maite Hernando-Arrese, María Ignacia Ibarra, Mina Lorena Navarro y Paola Bolados

L’acqua non è solo una risorsa economica: scorre tra fiumi, foreste, zone umide e bacini, intrecciando vite in una collettività che va oltre quella umana. In America Latina, le lotte per l’acqua hanno costantemente messo in discussione i confini che la modernità ha stabilito tra natura e società. Comunità indigene, organizzazioni territoriali, movimenti ecofemministi ed esperienze di gestione comunitaria hanno inteso l’acqua come un intreccio di relazioni che sostiene e collega molteplici forme di vita. In questo contesto, il concetto di idrofemminismo proposto da Astrida Neimanis (2017) offre un linguaggio fecondo per mettere in dialogo queste esperienze e riflessioni, invitandoci a riconoscere che siamo corpi d’acqua costituiti dalla stessa materialità che scorre attraverso ghiacciai, fiumi, falde acquifere e mari. Da questa prospettiva, gli idrofemminismi assumono rilevanza per riflettere sulle sfide contemporanee della giustizia idrica ed ecologica nel continente.

Lungi dal rappresentare una semplice ripresa di dibattiti emersi in altri contesti, questo dialogo ha permesso di mettere in luce la ricchezza di esperienze, lotte e quadri analitici che, dall’America Latina, ampliano e mettono in tensione i significati stessi dell’idrofemminismo. Nel giugno 2025, nell’ambito della Xa Conferenza latinoamericana e caraibica di scienze sociali organizzata dal Clacso, il panel «Idrofemminismi in America Latina», promosso dal Gruppo di lavoro Ecologie Politiche dal Sud/Abya-Yala, ha riunito ricerche, esperienze territoriali e riflessioni provenienti da Brasile, Cile, Colombia e Messico. Questo incontro ha permesso di riconoscere l’esistenza di un campo emergente di riflessione e azione che trova negli idrofemminismi uno strumento concettuale per ripensare le relazioni tra acqua, corpi, territori e potere, in contesti segnati da storie di colonialismo, spoliazione e ri-esistenze.


Molteplici acque. Verso una comprensione relazionale

Riconoscere noi stessi come corpi d’acqua implica accettare che la nostra esistenza si costituisca in relazione ai flussi, ai cicli e alle materialità che attraversano territori umani e più che umani. Questa condizione relazionale non è meramente ontologica. Seguendo Escobar (2015), ogni ontologia relazionale è anche politica, in quanto le relazioni tra esseri umani e non umani — comprese quelle che si instaurano con l’acqua — sono prodotte, regolate e contese in processi sociali e storici. Da questa prospettiva, lungi dall’essere uno spazio neutro di coordinamento e di decisione, la governance dell’acqua costituisce un campo di contesa in cui norme, istituzioni e discorsi producono determinati ordini idrosociali, distribuendo in modo diseguale l’accesso, il controllo e la capacità di decidere sui territori e sui corpi idrici (Boelens et al., 2016; Hernando-Arrese et al., 2026; Zwarteveen e Boelens et al., 2014).

Le dispute per l'acqua non sono solo conflitti distributivi, ma incontri tra mondi. L'acqua non è una categoria universale interpretata in modi diversi, bensì una realtà molteplice. Ciò che secondo un'ontologia moderna appare come risorsa o merce, in altre configurazioni relazionali può manifestarsi come essere vivente, familiare, spirito o forza territoriale. La differenza, in questo modo, non risiede in prospettive culturali diverse, ma nella coesistenza di mondi che producono diverse forme di esistenza e che, spesso, entrano in tensione all’interno dello stesso territorio (Blaser, 2013; Bonelli et al., 2016; Blaser e Cadena, 2018; Escobar, 2015).

In America Latina i conflitti territoriali legati all’acqua hanno messo in luce questa molteplicità ontologica e hanno contribuito alla costruzione di quadri analitici che risultano fondamentali per i dibattiti idrofemministi contemporanei. Le popolazioni indigene hanno storicamente resistito alla riduzione dell’acqua a merce, mantenendo legami che la riconoscono come parte costitutiva della vita culturale, spirituale ed ecologica dei territori (Ballestero, 2019; Ulloa, 2025). A loro volta le donne indigene, contadine e afrodiscendenti hanno tramandato di generazione in generazione pratiche e conoscenze radicate nel contesto locale che riconoscono l’acqua come un essere vivente, un territorio di legami e una base condivisa di esistenza. Le ecologie politiche femministe e i femminismi indigeni e comunitari latinoamericani hanno costruito, a partire dai propri territori, quadri analitici che mostrano come le disuguaglianze relative all’acqua si incidano in modo differenziale sui corpi e sui territori, e come le lotte per l’acqua operino da prospettive relazionali, situate e decolonizzanti (Bolados e Sánchez, 2017; Bravo e Fragkou, 2019; Hernando-Arrese e Ibarra, 2025; Ojeda, 2021; Ulloa, 2020; Zaragocín e Caretta, 2021).

L’importanza di questi contributi risiede nel fatto che spostano il dibattito dalla mera constatazione della nostra condizione relazionale verso forme concrete in cui tale relazionalità viene governata, contesa e difesa. In America Latina i legami tra acqua, corpi e territori emergono in contesti segnati dal colonialismo, dall’estrattivismo e dalle disuguaglianze socio-ambientali, dove la difesa dell’acqua è anche una difesa di modi di vita, memorie e futuri collettivi. In questo contesto, gli idrofemminismi offrono strumenti per concepire la relazionalità non come una condizione di equilibrio armonioso, ma come un campo di tensioni in cui si contendono le forme legittime di abitare, governare e prendersi cura delle acque e dei territori.


Idrofemminismi. Decentrare il soggetto donna

Nei dibattiti classici su acqua, genere e territorio si invoca spesso la necessità di incorporare «le voci delle donne» negli spazi decisionali politici. La categoria «donne», tuttavia, presuppone che le donne costituiscano un soggetto univoco e omogeneo le cui esperienze siano assimilabili (Hernando-Arrese e Ibarra, 2025). In America Latina, i femminismi decoloniali hanno insistito su questa complessità (Curiel, 2009; Lugones, 2008), ma gli idrofemminismi la rendono ancora più radicale e scomoda, decentrando la donna come categoria per interrogarsi su come l’acqua, i corpi e i territori si intreccino in forme di conoscenza situate. L’approccio idrofemminista concepisce l’acqua non come una risorsa, ma come un soggetto relazionale che fa parte di un intreccio condiviso di vita (Neimanis, 2017). In questo contesto la prospettiva di genere risulta insufficiente, perché non rende conto di come operino altre forme di oppressione su diversi territori del Sud del mondo: la colonialità opera simultaneamente nello sfruttamento territoriale e nella femminilizzazione di determinati corpi. L’oppressione e la precarietà nei territori estrattivisti si intensificano nei corpi delle donne, delle ragazze e delle dissidenti, generando violenza intersezionale: un intreccio di oppressioni che non può essere ridotto a una sola.

Una lettura potrebbe argomentare che le donne abbiano un rapporto speciale con la natura, che se ne prendano più cura e lottino con maggiore tenacia per l’acqua. Ma la prospettiva idrofemminista respinge tale argomentazione se intesa in senso essenzialista. Il problema non è che le donne siano le «salvatrici della natura», bensì il modo in cui, sotto regimi capitalisti e patriarcali, certi corpi vengano etichettati come femminizzati e sono i primi a subire l’inquinamento e la scarsità. E da questa posizione di vulnerabilità emerge, paradossalmente, un sapere incarnato che non sarebbe possibile dall’astrazione politica.

A questo punto diventa fondamentale la domanda: in cosa si differenzia l’idrofemminismo dall’ecologia politica femminista? Questa domanda sulla distinzione tra questi approcci concettuali così vicini è rilevante. L’ecologia politica femminista, con la sua attenzione a come genere, classe e razza si intrecciano nelle lotte territoriali, è stata fondamentale per dare visibilità alle donne come soggetti politici nei conflitti ambientali (Bolados e Sánchez, 2017; Herrero, 2012). L’idrofemminismo ci aiuta a riflettere sulla relazionalità dell’acqua, mentre l’ecologia politica femminista ci costringe a interrogarci sui rapporti di potere che attraversano quel legame tra soggetti umani (generalmente le donne) e natura (il territorio, l’acqua). L’idrofemminismo, invece, sposta proprio quell’ontologia. Dal punto di vista articolato da Neimanis (2017), non si tratta del fatto che le donne abbiano un rapporto speciale con l’acqua o che si prendano più cura della natura - un’interpretazione che può cadere nell’essenzialismo. Si tratta del fatto che siamo corpi d’acqua, che i corpi femminilizzati e razzializzati, sotto regimi di violenza estrattivista, diventano estensioni di territori sfruttabili, e che tale co-sfruttamento rivela una relazionalità fondamentale tra fluidi e corpi che il capitalismo patriarcale cerca di negare e controllare (Ibarra, 2024).

Così, mentre l’ecologia politica femminista si chiede in che modo le donne si relazionino con la natura e lottino per essa, l’idrofemminismo si chiede chi siamo se riconosciamo che acqua e corpo, territorio e vulnerabilità sono co-costitutivi. Si tratta di una differenza tra un’analisi dell’intersezionalità che somma le oppressioni e una che le concepisce come risultato di una colonialità che attraversa simultaneamente lo sfruttamento delle acque, dei corpi femminilizzati e dei territori subalternizzati. Ciò ha conseguenze politiche: non si tratta solo di includere le voci delle donne nella governance dell’acqua, ma di ripensare radicalmente le ontologie che ci consentono di concepire l’acqua come soggetto relazionale, non come risorsa.

Questo movimento, che mira a decentralizzare la donna per enfatizzare l’aspetto relazionale, permette all’idrofemminismo di collegarsi alle tradizioni di pensiero americane che non hanno mai separato il corpo dal territorio, né la persona dalla comunità. La spiritualità politica, che si traduce in cerimonie, preghiere, offerte e comunicazione con gli spiriti, costituisce una forma di conoscenza territoriale che mette in discussione i precetti coloniali (Walsh, 2009). Esistono ontologie in cui lo spirituale, il materiale e il politico rimangono inseparabili. Le donne non sono «difensore della natura»; stanno intessendo relazioni da una posizione che è al tempo stesso di precarietà e di potenza creativa.

Gli idrofemminismi devono fare i conti con una tensione difficile da eludere: il rischio di idealizzare tale potere comunitario. L’intersezionalità rivela come genere, razza e altri assi di differenziazione interagiscano all’interno delle pratiche sociali, delle istituzioni e delle ideologie culturali (Crenshaw, 1989; Kerner, 2009). Se si comprende questo concetto con rigore, la comunità non si presenta come una soluzione armoniosa, ma come un campo di contesa permanente. L’idrofemminismo, in quanto pratica politica e non solo quadro teorico, sostiene tale attrito: la comunità genera conoscenza e ri-esistenza, ma è attraversata da dinamiche patriarcali e coloniali interne, da contraddizioni che non scompaiono di fronte a nemici comuni. L’intersezionalità opera quindi come strumento per rendere leggibili queste tensioni. L’approccio relazionale coglie le connessioni tra i corpi idrici che si incarnano nelle storie di vita di individui, comunità e territori specifici.

La comunità, quindi, non costituisce di per sé una soluzione. La difesa del territorio richiede il riconoscimento dell’intersezione tra capitalismo, colonialismo e patriarcato, comprendendo come le donne soggette a discriminazione razziale vivano la crisi, resistano alle pratiche estrattive e articolino modi alternativi di coesistenza. La “ri-esistenza” consiste nella capacità di costruire, a partire da modelli di vita basati sulla spoliazione, altre forme di abitare e di sapere collettivamente. Gli idrofemminismi sono progetti di trasformazione radicale che denunciano la mercificazione dell’acqua e rivendicano il sapere situato delle donne che abitano bacini idrografici, fiumi e mari. È proprio tale capacità di trasformazione radicale che questo numero intende mettere in luce, creando un dialogo tra questi approcci provenienti da diversi territori dell’America Latina.


I testi di questo numero​​​​​​​

Apriamo la rivista con la rubrica «Opinión » e il testo di Francisca Fernández Droguett, che riprende e mette in dialogo i diversi contributi epistemologici e teorici degli idrofemminismi e dei femminismi ecoterritoriali, per caratterizzare e analizzare le proposte di gestione comunitaria di diversi corpi idrici avanzate da donne e gruppi dissidenti di Abya Yala. In particolare, prende in esame l’esperienza dell’assemblea delle Donne e delle Dissidenti del Movimento per l’Acqua e i Territori (MAT), in Cile, e del gruppo «Mujeres y la Sexta», di Città del Messico.

- Carolina Hernández Rodríguez, Flora Lecomte e Sylvia Gómez-Gómez presentano una graphic novel incentrata sui corsi d’acqua e sulle storie di otto donne del fiume Magdalena in Colombia. Attraverso racconti che hanno come protagoniste donne che vivono lungo il fiume e lo difendono, vengono esplorati elementi grafici e altre forme di rappresentazione delle reti di relazioni che rendono il fiume una comunità multispecie.

Chiude la sezione il testo di Abril Hernández Rodríguez, che condivide l’esperienza collettiva del laboratorio Aquanoides, in cui si percorrono le falde acquifere canalizzate di Città del Messico per immaginare e progettare identità futuristiche e stimolare il legame con l’ambiente, al di là degli automatismi propri della vita urbana moderna.

- Nella sezione «Profundidad» presentiamo testi che consentono di comprendere, in un contesto specifico, le modalità con cui si dispiegano diverse relazionalità intorno all’acqua, in contesti di crescente conflittualità. Così, nel primo articolo, Dhyana Irizaida Navar Mendívil analizza l’inquinamento del fiume Santiago, a Jalisco, in Messico. Partendo da una prospettiva idrofemminista, viene realizzato il Rituale per far piovere, una video-performance che ridefinisce l’acqua come mezzo relazionale che configura corpi, territori e condizioni di abitabilità.

L’articolo collettivo di Nazaret Cabrera e Jenniffer Vargas Vega analizza, da una prospettiva idrofemminista e territoriale, le pratiche relazionali e i saperi dei popoli murui-muina, huitoto, andoke, muinane, yukuna e matapí, per i quali il fiume e il territorio non sono risorse, bensì attori politici viventi dotati di autonomia, con cui si dialoga e si instaura un legame di reciprocità.

- Da una prospettiva di idrofemminismo del Sud, Denisse Roca-Servat propone di concepire l’acqua come un’alleata nella ricostruzione della memoria geostorica e socioambientale del pianeta. Attraverso cinque storie di resistenza e di ri-esistenza, si naviga attraverso i territori acquatici di Porto Rico, Honduras, Colombia, Perù e Cile, rendendo visibili le relazioni idrofemministe e cosmopolitiche caraibico-latinoamericane.

Il testo di Juliana Forigua-Sandoval esplora le ecologie affettive del fiume Magdalena in Colombia attraverso Aura, un personaggio di finzione etnografica ispirato a donne leader, attiviste e pescatrice del Magdalena Medio. La sua storia rivela come la pesca artigianale sia uno stile di vita intrecciato con i ritmi idrologici, i cicli ecologici e le memorie territoriali del fiume.

- Nella sezione «Brevi» presentiamo sette articoli. Nel primo, Soledad Fernández Bouzo propone un dialogo tra gli idrofemminismi e l’ecologia politica femminista dell’acqua, alla luce delle condizioni materiali di disuguaglianza che devono affrontare le donne dei quartieri popolari dell’Area Metropolitana di Buenos Aires. L’autrice sostiene che il rapporto tra donne e acqua sia politicamente costruito e territorialmente situato ed esplora diverse dimensioni dell’ingiustizia idrica di genere.

Il testo collettivo di Estefanía Palacios-Tamayo, María Teresa Arteaga-Auquilla e Miguel Angel Novillo Verdugo sostiene che un modo per comprendere la gestione dell’acqua da parte di gruppi di donne nel cantone di Sígsig, nel sud-est dell’Ecuador, sia quello di partire dal rapporto tra gli idrofemminismi e l’agenzia corpo-comunità. Partendo da una serie di interviste, questo articolo analizza il modo in cui le contadine vivono e affrontano la scarsità idrica.

Ericka Toledo Zurita propone un’esplorazione idrofemminista della «foresta d’acqua» in Messico per mettere in discussione l’immaginario tecnocratico generato dalle crisi idriche. L’autrice concepisce la foresta d’acqua come metodo idropoetico, ovvero una pratica estetica e politica orientata alla reciprocità multispecie e alla giustizia idrica, che richiede di idrologizzare l’abitare e di restituire lo spessore sensibile dell’acqua.

- Da parte loro, Ernesto Villava-Robles e Lucía Linsalata riprendono, dal Messico, l’invito degli idrofemminismi a pensare all’acqua come a un elemento di connessione tra corpi diversi all’interno del tessuto della vita, per raccontare brevemente la storia delle continuità acquatiche nel microbacino del fiume Chiquito.

Nel loro testo collettivo, Catalina Quiroga Manrique e Kimberly Montañez-Medina analizzano il modo in cui le donne wayú, a La Guajira, regione semiarida del nord della Colombia, interpretano e difendono i pozzi profondi come infrastrutture vitali e spazi politici. In controtendenza rispetto alla gestione tecnocratica dell’acqua, emergono figure di leadership idrofemministe che interpretano la vita delle falde acquifere attraverso bioindicatori incarnati - sapore, odore, sogni, comportamento animale e guasti infrastrutturali - che articolano corpi umani e non umani come sensori del sottosuolo.

- Javiera Cifuentes-Padilla e María del Pilar Olave analizzano l’espansione territoriale di SILENCIO, un’azione artistico-performativa sviluppata tra il 2022 e il 2024 in corpi idrici dell’America Latina e dell’Europa, che articola ecologia dell’acqua, giustizia idrica e idrofemminismi situati. Esaminano come regimi idropolitici differenziati configurino le relazioni tra territori, comunità e pratiche di cura.

Dal Chaco paraguaiano, Nadua Benítez chiude la sezione, analizzando la gestione comunitaria dell’acqua a Kemha Yat Sepp’ó, una comunità enxet del sud, attraverso l’approccio “corpo-territorio”. Esamina come la crisi idrica si inscriva in modo differenziato nei corpi e, a sua volta, come emergano forme situate di conoscenza, adattamento e resistenza.

- In «Reti di resistenza», il testo collettivo di Felipe Milanez, Simone Alves da Cruz, Daniela Lima e Damoran Muzunguê propone una lettura ispirata agli idrofemminismi latinoamericani e al concetto di corpo-territorio per comprendere la lotta delle donne appartenenti a comunità di pescatori e quilombolas che organizzano la propria vita secondo i ritmi delle maree e mantengono un rapporto di reciprocità con le foreste di mangrovie nella Baía de Todos los Santos, in Brasile.

Belén Tapia de la Fuente presenta una mappatura digitale collaborativa che georeferenzia e descrive ventisei esperienze di alleanza, cura, reciprocità e interdipendenza multispecie tra donne, acque e tessuti in Cile dal 2019 al 2025.

- Nella sezione «Referentes ambientales » si trova il testo collettivo di Francisca Carril Cares, Paloma Gajardo Bustamante, Isabel Quintana, Fernanda Villarroel Bloomfield, Evelyn Arriagada Oyarzún, Deisy Cona Seguel e Pía Vásquez Ossa, che esplorano l’esperienza dell’Assemblea delle Donne Insulari per le Acque (Amipa), un’organizzazione di donne dell’arcipelago di Chiloé, nel sud del Cile. Partendo dall’obiettivo di difendere le acque in tutte le loro forme, la sovranità idrica diventa un orizzonte politico e una pratica concreta attraverso la riconnessione, la memoria e ontologie idriche controegemoniche.

Claudia Fernanda Morales Martínez conclude la sezione esplorando le rappresentazioni e le pratiche che, intorno all’acqua, hanno dato vita le donne lenca che hanno difeso il fiume, mettendo in evidenza i contributi di due delle loro leader, Berta Cáceres e Pascuala Vázquez, con l’obiettivo di collocare l’idrofemminismo in un contesto di spoliazione estrattivista e dimostrare che l’acqua è un ambito in cui si contende la riproduzione stessa della vita.

- Infine, Amaranta Herrero Cabrejas formula una critica al libro​​​​​​​ «Quienes no se ahogaron». Lezioni femministe nere dei mammiferi marini, per invitarci a conoscere il rapporto di apprendimento vitale che l’autrice, Alexis Pauline Gumbs, ha intrattenuto con delfini, trichechi, orche, beluga, balene e leoni marini, tra gli altri. Il libro offre una riflessione profonda e radicata nel pensiero femminista nero e in un attivismo visionario rivolto sia ai movimenti sociali che alla società nel suo complesso.

Senza dubbio, i testi di questo numero condividono l’urgenza di elaborare sguardi e approcci complessi sulle relazioni tra le diverse esistenze che coproducono e configurano il tessuto della vita. Spicca l’impegno nell’esplorare nuovi linguaggi analitici, grammatiche, metodologie sperimentali, stili narrativi e diverse pratiche estetiche e poetiche per sensibilizzarci sul potere creativo dell’acqua e sulle sue molteplici espressioni nei territori di Messico, Honduras, Porto Rico, Colombia, Brasile, Perù, Cile e Argentina. In mezzo alla guerra e alla crudeltà del nostro tempo, ogni testo costituisce uno sforzo per raccontare storie delle lotte che persistono nel sostenere e riprodurre la vita, contestando al contempo le forme dominanti di abitare, relazionarsi e tessere interdipendenze.

Abstract degli articoli:

Cuidado y gestión comunitaria de las aguas. Experiencias y reflexiones desde los hidrofeminismos y feminismos ecoterritoriales
di Francisca Fernández Droguett
Tenendo conto dei diversi contributi epistemologici e teorici degli idrofemminismi e dei femminismi ecoterritoriali, si propone di caratterizzare e analizzare le proposte di gestione comunitaria di diversi corpi idrici avanzate da donne e gruppi dissidenti di Abya Yala. A tal fine, verrà messa in discussione la relazione tra estrattivismo, scarsità idrica e violenza patriarcale, per poi identificare politiche di cura delle acque. Nello specifico, verranno prese in esame due esperienze: l’assemblea delle Mujeres y Disidencias del Movimiento por el Agua y los Territorios MAT (MAT) del Cile e il coordinamento Mujeres y la Sexta di Città del Messico.


Dibujar el río como comunidad. Conexiones, reexistencias y futuros desde la novela gráfica
di Carolina Hernández, Rodríguez Flora Lecomte, Sylvia Gómez-Gómez
Cuerpos de agua, otto storie di donne del fiume Magdalena (Acero et al., 2024) è una graphic novel frutto di un progetto di ricerca-creazione. In esso, attraverso racconti incentrati su donne che vivono lungo il fiume e lo difendono, esploriamo nuove forme di rappresentazione delle reti di relazioni che rendono il fiume una comunità multispecie. Le storie si intrecciano a partire da elementi grafici che mostrano le connessioni materiali e simboliche tra le diverse forme dell’acqua, gli esseri umani e non umani, e le diverse forme di ri-esistenza. La finzione apre nuove strade per la costruzione collettiva di altrifuturi - umani e non umani - nella comunità del fiume.

Aquanoides: caminar e imaginar, antídotos contra el capitalismo en las urbes
di Enero e Abril (Abril Hernández Rodríguez)
Questo articolo illustra l’esperienza collettiva del percorso all’interno del laboratorio «Aquanoides». Percorrendo le falde acquifere canalizzate nella metropoli, immaginiamo e progettiamo identità futuristiche che ci spingano a risvegliare il nostro rapporto con l’ambiente, partendo dalle condizioni esistenti: la crescita urbana sfrenata e le asimmetrie strutturali che determinano il nostro rapporto con l’acqua, in contrasto con la forte eredità culturale di una città sorta su un lago. Dare forma a nuove identità ci permette di pensare al di là delle categorie consolidate di identità e del binomio uomo-natura. Queste diventano strumenti per rompere la paralisi contemporanea di fronte ai futuri perduti a favore del capitalismo. Immaginiamo per chiederci: cosa succede quando quel banco di pesci riaccende il proprio sguardo e attiva i propri sensi per fare qualcosa di più che percorrere le strade in modo automatico? Cosa succede quando chi le percorre si riunisce con intenzione e non per automatismo?

Lo que el río sedimenta. Violencia hidrocolonial, hidrofeminismo y activismo artístico en el río Santiago,
México

do Dhyana Irizaida Navar Mendívil
Questo articolo analizza l’inquinamento del fiume Santiago, nello stato di Jalisco, in Messico, come espressione di violenza idrocoloniale in cui il degrado ambientale si intreccia con le disuguaglianze strutturali e l’esposizione al danno. Partendo da una prospettiva idrofemminista, l'articolo si propone di intendere l’acqua non come risorsa, ma come mezzo relazionale che configura corpi, territori e condizioni di abitabilità. In questo contesto, viene presentato "Ritual para que llueva" (Rituale affinché piova), una video-performance sviluppata a partire da processi di ascolto e dialogo con le comunità di El Salto e Juanacatlán. L’opera esplora forme di conoscenza incarnate e speculative che articolano arte, memoria ed esperienza situata. Si riflette inoltre sulla dimensione collettiva di queste pratiche e sulla loro circolazione negli spazi di incontro e di azione comunitaria. L’articolo sostiene che le pratiche artistiche possono contribuire a riconfigurare i modi di percepire, narrare e rispondere alla crisi idrica, ampliando i quadri di riferimento da cui si immaginano futuri possibili.

El agua no tiene manos, pero tiene fuerza, tiene voz
di Nazaret Cabrera e Jenniffer Vargas Vega
L’articolo analizza come l’espansione dell’estrazione illegale dell’oro e lo sviluppo di progetti di conservazione come il REDD+, nell’Amazzonia colombiana, infrangano la «legge della natura» - principio relazionale proprio dei popoli della regione - riconfigurando i rapporti tra esseri umani e non umani. Per le pratiche relazionali e i saperi situati delle popolazioni murui-muina, huitoto, andoke, muinane, yukuna e matapí, il fiume e il territorio non sono risorse, bensì attori politici viventi dotati di autonomia, con i quali si dialoga e si instaura un legame di reciprocità. Partendo da un’etnografia multisituata condotta con donne indigene delle comunità che abitano nella zona del medio corso del fiume Caquetá, in Colombia, si dimostra che questi cicli estrattivi inquinano il fiume con il mercurio, limitano l’uso del territorio e, secondo le parole delle donne stesse, «inquinano il pensiero». Spazi di cura collettiva come la chagra e il focolare diventano così scenari di contesa attraversati dalla monetizzazione della vita.
Le donne vedono erosa la propria autonomia mentre si rafforzano le strutture patriarcali. Tuttavia, resistono attraverso la cura della vita, dei semi e della parola, sostenendo una politica relazionale che sfida sia l’estrattivismo dell’estrazione mineraria illegale sia l’estrattivismo «verde» dei mercati del carbonio.
Da una prospettiva idrofemminista, in sintonia con l’ecologia politica e il femminismo territoriale, l'articolo si propone di interpretare questi conflitti come dispute ontologiche che compromettono l’equilibrio ecologico, sociale e spirituale dell’Amazzonia e del mondo.

Pensar con el agua. Relaciones hidrofeministas y cosmopolíticas caribeño-latinoamericanas
di Denisse Roca-Servat
In questo saggio si propone di pensare all’acqua come alleata nella ricostruzione della memoria geostorica e socioambientale del pianeta. Il pensare con l’acqua ci mostra l’interdipendenza e l’inseparabilità dei modi di essere (ontologia), di conoscere (epistemologia) e di agire (prassi). Ci impone di impegnarci con un approccio ondulatorio, non gerarchico e complesso. Attraverso cinque storie di resistenza e di ri-esistenza, navigheremo nei territori acquatici di Porto Rico, Honduras, Colombia, Perù e Cile, rendendo visibili le relazioni idrofemministe e cosmopolitiche caraibico-latinoamericane. Partendo da un idrofemminismo del Sud, inteso come luogo di produzione di conoscenze, pratiche ed estetiche più che umane di resistenza al capitalismo, al colonialismo e al patriarcato, queste storie legate all’acqua ci invitano a recuperare la nozione di far parte di un intreccio di vita che non è esente da conflitti, contraddizioni e tensioni.


Aura y las ecologías afectivas del Magdalena. Una ficción etnográfica sobre liderazgo y pesca artesanal
di Juliana Forigua-Sandoval
Questo articolo esplora le ecologie affettive del fiume Magdalena attraverso Aura, un personaggio di finzione etnografica ispirato a donne leader, attiviste e pescatrice del Magdalena Medio. La sua storia rivela come la pesca artigianale sia uno stile di vita intrecciato con i ritmi idrologici, i cicli ecologici e le memorie territoriali del fiume. L’articolo dialoga con il concetto di «accaparramento del fiume», dimostrando che esso non si limita all’appropriazione di spazi acquatici o di tempi idrici, ma implica anche la cattura delle relazioni socio-ecologiche e degli affetti costruiti attorno al fiume. Vengono così messe in luce le trasformazioni del Magdalena Medio associate all’allevamento, all’industria petrolifera, alle monocolture e all’energia idroelettrica.
Articolando l’ecologia politica dell’acqua con gli idrofemminismi latinoamericani, l’articolo propone di ampliare l’analisi alle dimensioni affettive e corporee. Questi processi generano affaticamento politico e corporeo, nonché indebitamenti emotivi che attraversano la vita delle leader rivierasche. Da questa prospettiva, il fiume è un ecosistema politico-affettivo in cui si intrecciano corpi, territori e potere. La finzione etnografica rende visibili forme di leadership, cura e resistenza che consentono alla comunità di persistere lungo il fiume, anche in contesti di accaparramento.

Hidrofeminismos territoriales: agua, cuidados y ecofeminismo urbano en el Área Metropolitana de
Buenos Aires

di Soledad Fernández Bouzo

Questo articolo propone la nozione di idrofemminismi territoriali per ancorare il concetto di idrofemminismo (Neimanis, 2012) alle condizioni materiali di disuguaglianza del Sud. Di fronte al rischio di essenzializzare il legame tra donne e acqua, sosteniamo che tale relazione sia politicamente costruita e territorialmente situata: sono la divisione sessuale del lavoro di cura, la segregazione socio-spaziale e le violenze estrattiviste a collocare le donne dei settori popolari in prima linea nella gestione e nella difesa dell’acqua. Partendo dalla ricerca empirica nei territori idrosociali dell’Area Metropolitana di Buenos Aires, identifichiamo almeno quattro dimensioni di ingiustizia idrica di genere: inquinamento, accesso carente all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, inondazioni ricorrenti e difesa delle zone umide e delle coste. Gli idrofemminismi territoriali forniscono spunti per immaginare un’ecologia politica femminista dell’acqua a partire dalle prassi urbane latinoamericane.

Escasez hídrica, cuerpo y comunidad: lecturas hidrofeministas desde Ludo-Sígsig (Ecuador)
di Estefanía Palacios-Tamayo, María Teresa Arteaga-Auquilla e Miguel Angel Novillo Verdugo
Gli idrofemminismi propongono il concetto di agenzia corpo-comunità per comprendere la gestione dell’acqua, in cui la cura e l’azione si incarnano nei corpi delle donne come un processo relazionale e politico nella vita quotidiana rurale, sostenuto dall’impegno e dall’azione collettiva. Nel cantone di Sígsig, nel sud-est dell’Ecuador, la popolazione dipende dalle sorgenti e dalla raccolta dell’acqua piovana per il proprio approvvigionamento. Sulla base di interviste semi-strutturate, questo articolo analizza come le contadine vivono e affrontano la scarsità idrica. I risultati evidenziano da un lato che la crisi è corporea, in quanto si inscrive in modo differenziato e gerarchico nei corpi e nelle responsabilità storicamente assunte dalle donne. D’altro canto, la scarsità d’acqua rappresenta una crisi territoriale perché rafforza il senso di comunità, ma genera anche frammentazioni e conflitti sociali.

Poética e hidrofeminismos. ¿Cómo nace un bosque de agua?
di Ericka Toledo Zurita
Questo articolo propone un’analisi idrofemminista della «foresta d’acqua» come riconfigurazione ontopolitica della sicurezza idrica in Messico. Inserito nella svolta ecoestetica dell’Hidroceno, il testo mette in discussione l’immaginario tecnocratico generato dalle crisi idriche. Partendo da una metodologia di ricerca-creazione sviluppata nel nord-est del Messico, la foresta d’acqua emerge come metodo idropoetico: una pratica estetica e politica orientata alla reciprocità multispecie e alla giustizia idrica, che richiede di idrologizzare l’abitare e di restituire lo spessore sensibile dell’acqua.


* Traduzione Marina Zenobio per Ecor.Network.


 

27 agosto 2026 (pubblicato qui il 01 settembre 2026)