Il 25 ottobre 2026 è stato un giorno cruciale per il Brasile.
L’eventualità (per fortuna evitata) di una vittoria di Flavio Bolsonaro al secondo turno delle elezioni presidenziali ha rischiato di consegnare nuovamente il paese nelle mani del turboliberismo, con le conseguenze già note per l’ambiente, i popoli indigeni, i diritti dei lavoratori e dei senza terra, le politiche climatiche e sociali.
Possiamo dire “già note” perché il Brasile e il mondo hanno già avuto modo di sperimentare cosa significa un Bolsonaro al potere.
Tutti infatti ricordano come Jair Bolsonaro, il padre dell’attuale candidato, abbia svolto appieno durante il suo mandato il ruolo di promotore e garante della massima espansione del capitalismo agroindustriale ed estrattivo sui territori naturali del paese, ad uso e consumo delle élites interne e del capitale transnazionale.
Sotto la sua presidenza (1°gennaio 2019/1°gennaio 2023), si è registrato il più alto tasso di aumento relativo della deforestazione in Amazzonia, un numero record di invasioni di terre indigene, la più grande ondata mineraria mai vista in 40 anni nelle terre Yanomami, centinaia di chilometri di fiumi distrutti dalle attività estrattive in Amazzonia, il dilagare degli incendi forestali. Il tutto accompagnato da un’ondata di retorica negazionista sul cambiamento climatico e di pesante criminalizzazione dei popoli originari, custodi millenari dell’Amazzonia.
Per rinfrescarci la memoria ripercorriamo la cronologia (non esaustiva) di quattro anni di guerra di Jair Bolsonaro, e dei poteri da lui rappresentati, contro l'Amazzonia e i popoli originari di questo grande paese.
2019
Il primo gennaio 2019 la presidenza di Jair Bolsonaro venne inaugurata con le designazioni formali dei nuovi ministri e sottosegretari, frutto di una accurata selezione di soggetti dotati delle caratteristiche e delle esperienze necessarie all’attuazione del programma di governo.
Il Ministero dell’Ambiente venne assegnato a Ricardo Salles, candidato pluri-trombato in elezioni precedenti, millantatore di falsi titoli universitari e, soprattutto, condannato nel 2017 per violazione delle leggi ambientali nello stato di São Paulo.
Il Ministero dell’Agricoltura andò a Tereza Cristina Corrêa da Costa Dias, rampolla di una famiglia di latifondisti ed esponente della ‘bancada ruralista’, il potente fronte parlamentare a difesa degli interessi dei grandi proprietari terrieri e dell’agricoltura commerciale. Da deputata federale, Tereza Cristina si era distinta nel 2018 per aver guidato l’iter di deregolamentazione di una lunga lista di pesticidi.
La Secretaria Especial de Assuntos Fundiários (SEAF) venne affidato da Bolsonaro a Luiz Antonio Nabhan Garcia, proprietario terriero, nemico dichiarato della riforma agraria ed ex presidente dell’União Democrática Ruralista (l’associazione dei latifondisti di destra). Il nuovo Segretario si era costruito una certa notorietà per aver partecipato personalmente e armato alle azioni contro i Sem Terra e per la sua vicinanza alle milizie paramilitari che, tra gli anni '90 e 2010, portarono il terrore nella regione di Pontal do Paranapanema.
L’uomo giusto per assumere la direzione di un segretariato che aveva, fra le sue funzioni, la progettazione e attuazione delle politiche di riforma agraria, la registrazione dei titoli fondiari, la destinazione d'uso delle terre pubbliche federali, la sostenibilità agricola e la mediazione dei conflitti tra grandi imprese agroindustriali e comunità tradizionali o popolazioni prive di terra.
Già dal primo giorno di presidenza, Bolsonaro e il suo staff si occuparono di una delle priorità politiche del loro mandato: portare l’attacco ai popoli indigeni, agli istituti e alle normative a loro tutela; interrompere i processi di demarcazione (il riconoscimento di nuove aree come territori indigeni), per sgombrare il campo all’espansione dell’agroindustria e delle attività estrattive.
Cominciarono subito, 1° gennaio, a depotenziare e frammentare la Fundação Nacional dos Povos Indígenas (FUNAI), l’agenzia governativa di protezione dei diritti, della cultura e territori dei popoli indigeni brasiliani. Con la Misura Provvisoria (MP) 870 sottrassero alla FUNAI le competenze sulla demarcazione dei territori indigeni e sulle procedure di autorizzazione ambientale delle attività impattanti sui territori stessi. Tali competenze passarono alla Secretaria Especial de Assuntos Fundiários guidata da Nabhan Garcia.
Venne inoltre reciso il legame dell’ente indigenista con il Ministero della Giustizia, un collegamento particolarmente rilevante per la demarcazione e protezione dei territori indigeni e la difesa dei diritti delle comunità. La FUNAI, decurtata dalle sue funzioni, passò al neocostituito Ministero delle Donne, della Famiglia e dei Diritti Umani (MMFDH) guidato da Damares Alves, estremista evangelica fautrice della necessità di “salvezza” dei popoli indigeni attraverso l’assimilazione alla cultura bianca.
In luglio venne designato alla presidenza della FUNAI Marcelo Augusto Xavier da Silva, anch’egli con un “bel curriculum”. Ex delegato della Polizia Federale, nel 2014 era stato rimosso da un'operazione contro l’invasione illegale di terre indigene per essersi schierato con gli invasori. Nel 2016 aveva partecipato, su invito della bancada ruralista, ai lavori della “Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla Funai e l’Incra”, una sorta di organismo inquisitorio extragiudiziale creato per attaccare e indebolire gli enti preposti alla tutela dei popoli indigeni e alla riforma agraria.
Una volta “decapitata la FUNAI”, come promesso da Bolsonaro ancor prima della sua elezione, il passaggio successivo fu quello di colpire gli enti e le politiche a protezione dell’Amazzonia. L'11 aprile 2019 venne varato il Decreto n. 9.759/2019, che dispose lo scioglimento degli organi collegiali all'interno della pubblica amministrazione federale, chiudendo di fatto tuti gli spazi di partecipazione e controllo della stessa da parte società civile.
Fra le vittime del decreto anche i consigli e comitati partecipativi del Fundo Amazônia, un meccanismo di finanziamento internazionale a fondo perduto creato sotto la presidenza Lula nel 2008, finalizzato a sostenere la lotta alla deforestazione e l’uso sostenibile della biodiversità.
L’eliminazione di questi organismi – garanti della trasparenza e condivisione nelle scelte gestionali delle risorse del Fondo – determinò la sospensione dei trasferimenti internazionali da parte dei donatori (2,9 miliardi di R$ in donazioni da Norvegia e Germania), sabotando il funzionamento del Fondo stesso.
Le conseguenze furono ampie in termini di espansione delle pratiche illegali, come l'estrazione mineraria su terre indigene e l'appropriazione di aree pubbliche che, da allora, si intensificarono in modo allarmante, soprattutto in Amazzonia. [Cilze Klauren Souza Nascimento]
Contemporaneamente, Bolsonaro e Salles procedettero alla sospensione del PPCDAm, la strategia di politica ambientale introdotta nel 2004 da Lula per combattere la deforestazione illegale nella regione amazzonica.
I risultati non si fecero attendere. Al termine del primo anno del governo Bolsonaro, il tasso di deforestazione in Amazzonia era aumentato del 34% rispetto all’anno precedente.
Anche nel 2019 continuarono in Brasile le esecuzioni extragiudiziali dei difensori e delle difensore della Terra.
La prima a cadere il 22 marzo fu Dilma Ferreira da Silva, militante sociale e ambientale e leader del Movimento dei danneggiati dalle dighe, che venne assassinata insieme al marito e ad un amico di famiglia, a Tucuruí, nello stato del Pará. Prima della fine dell’anno altr* 23 attivist* ambientali brasilian* fecero la stessa fine.
Tali crimini, in realtà, non sono una caratteristica specifica della presidenza Bolsonaro, quanto una costante della violenza connaturata all’espansione delle attività agroindustriali ed estrattive nel paese. Ma di lì a poco, al governo ed alle imprese estrattive, sarebbe stato offerto uno strumento più efficace degli assassini mirati per liberare il campo dalle popolazioni ostili alla distruzione della foresta: la pandemia.
2020
La pandemia di COVID 19 ebbe inizio in Brasile nel febbraio 2020. Davanti al suo espandersi, il governo rispose con la retorica negazionista e con la politica del “lasciar morire”, strategia che nei confronti dei popoli indigeni venne corroborata da provvedimenti ad hoc.
In aprile e maggio 2020, mentre i casi di contaminazione per COVID-19 aumentavano, il finanziamento della Salute Indigena subì una caduta di 100 milioni di reales rispetto allo stesso periodo del 2019, come ulteriore atto verso lo smantellamento della Politica Nazionale di Salute Indigena, già iniziato da Bolsonaro dall'inizio del suo mandato.
L’8 luglio 2020, in piena pandemia, il presidente, invocando ‘l’interesse pubblico’, pose il veto ad una legge che intendeva garantire il diritto all’acqua potabile e all’assistenza ospedaliera per le popolazioni indigene e quilombo, ed obbligare il governo a fornire materiali per l’igiene e pulizia, cibo, sementi e attrezzature agricole ai loro villaggi. Un veto che esprimeva una deliberata volontà politica di sterminio nei confronti di comunità che da sempre si opponevano alla distruzione dei territori.
Nel novembre 2020 l'Articulação dos Povos Indígenas do Brasil denunciò la maggiore esposizione al COVID-19 delle popolazioni indigene, proporzionalmente le più colpite dalla pandemia, con più di 41.000 contagi in 161 villaggi e 880 morti. Fra questi, 16 importanti leader delle comunità, lottatori e lottatrici sociali indigen* e quilombo vennero portat* via dal virus.
Mentre affrontavano il dolore e il lutto, i popoli originari subirono anche la deforestazione, gli incendi, l'accelerazione delle attività estrattive e della violenza politica, fomentata dal governo ed esercitata nei territori da funzionari pubblici. Le loro organizzazioni diventarono bersaglio per campagne d'odio lanciate sui social da ministri militari (le due cose coincidevano) del governo federale, e di incriminazioni pretestuose da parte delle autorità giudiziarie.
Nel settembre 2020, la FUNAI guidata da Xavier da Silva, promulgò l’Istruzione Normativa n. 9, che consentiva la costituzione di proprietà private su terre indigene non ancora riconosciute formalmente come tali.
Nel 2020 il tasso di deforestazione in Amazzonia subì un ulteriore incremento del 9,5%, comportando la perdita di altri 11.088 km² di foresta: il valore più alto registrato dal 2008. A fine anno si contarono 20 Difensori e Difensore della Terra assassinat*.
A fronte di questo attacco generalizzato alle condizioni di esistenza dei propri popoli, alla distruzione dei loro territori sacri ed alla negazione del loro diritto alla salute e alla vita in tempo di pandemia, l’Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (APIB) presentò una denuncia dinanzi alla Corte penale internazionale, accusando formalmente il presidente della Repubblica di genocidio
In generale, la pandemia non venne interpretata dal governo Bolsonaro come una crisi, ma come un’opportunità.
Il 22 aprile 2020, nel corso del Consiglio dei ministri, il Ministro dell’Ambiente Ricardo Salles, invitò – durante un famoso discorso - a cogliere l’opportunità offerta dall’attenzione della stampa sulla pandemia per “far passare la mandria”, cioè procedere in sordina e velocemente all’approvazione di una moltitudine di provvedimenti di deregolamentazione selvaggia sia in materia ambientale che in tutte le altre materie di governo.

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Alle parole del ministro seguirono prontamente i fatti, con l'autorizzazione ambientale per undici nuovi progetti minerari nello Stato di Minas Gerais. Un atto particolarmente pesante, visto che proprio il Minas Gerais aveva subito le conseguenze peggiori dei disastri minerari di Bento Rodrigues (2015) e di Brumadinho (2019).
Nel corso del 2020 il governo prese particolarmente di mira gli organismi di tutela ambientale tramite una narrativa criminalizzante, il licenziamento di funzionari e il depotenziamento a favore dell'esercito. Questo nonostante l'aumento esponenziale degli incendi nella regione amazzonica che, nel maggio 2020, il governo decise di gestire schierando i militari nelle foreste, e destinandogli un budget 10 volte superiore a quello dell’IBAMA, l'istituto deputato a questo tipo di lavoro.
Come risultato della militarizzazione “ambientalista”, nel solo mese di giugno nella foresta amazzonica si registrarono oltre 2.248 incendi, il 19,5% in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Complessivamente, nei primi sei mesi del 2020 andarono perduti oltre tremila chilometri quadrati di foresta, con un incremento del 25% rispetto al già disastroso 2019, ampliando così, attraverso "fatti sul terreno", la frontiera dell'estrazione.
Il nuovo corso nella politica ambientale brasiliana stimolò gli appetiti delle imprese estrattive, come quelli della Anglo American, che all'inizio del 2020 presentò oltre 300 richieste per l'esplorazione aurifera nella regione amazzonica. Pretese che si aggiunsero alle pressioni degli agro-esportatori per liberare spazio a favore delle produzioni di carne e di soia, trainate dalla domanda cinese e dalle prospettive di ratifica dell'accordo di libero scambio fra Unione Europea e Mercosur. Una spinta per l’aumento di produzioni alimentari che non erano destinate a nutrire i brasiliani.
Mentre l’effetto della pandemia determinava nel paese un aumento notevole del prezzo del paniere alimentare di base, e la crisi triplicava i numeri della fame, le esportazioni di soia nell’aprile 2020 segnarono un + 65,24% rispetto all’anno prima. Nel mezzo della più grande crisi economica del paese, i contributi statali a vantaggio dell'agricoltura per l’esportazione crebbero di 13,5 miliardi di R $. Appena 500 milioni di R $ andarono invece all'agricoltura familiare, che produceva il 70% del cibo per il consumo interno.
2021
Coerentemente con le intenzioni dichiarate da Ricardo Salles di “far passare la mandria”, il 2021 fu caratterizzato dall’ iter parlamentare accelerato per l'approvazione di una serie di disegni di legge finalizzati a smantellare le normative di tutela ambientale in tutto il Brasile. In tutti questi disegni di legge, l’Amazzonia e i popoli indigeni svolgevano il ruolo del bersaglio.
In particolare:
- Il disegno di legge PL 2159/2021 sulle licenze ambientali, che mirava a ridurre drasticamente i requisiti per la valutazione di impatto ambientale, esentando dalla VIA una vasta gamma di attività distruttive – come la costruzione di strade in Amazzonia – e autorizzando l'“autocertificazione” per progetti infrastrutturali su larga scala.
- I progetti di legge PL 2633/2020 e PL 510/2021, che regolarizzava l'appropriazione illegale di territori in Amazzonia, spingendo verso un'ulteriore deforestazione.
- Il disegno di legge PL 191/2020, che minacciava i territori indigeni, modificando la Costituzione brasiliana e aprendo la strada ad attività di estrazione industriale e alla costruzione di dighe idroelettriche.
- Il disegno di legge PL 490/2007, che mirava a rendere impossibile l’ulteriore demarcazione delle terre indigene, minacciava i territori indigeni già riconosciuti., privando i popoli originari dei diritti sanciti dalla Costituzione brasiliana. Nel 2021 in Brasile si contavano 1.296 terre indigene. Oltre 800 di esse non erano ancora state riconosciute dal governo brasiliano ai fini della demarcazione, nonostante che per alcune le relative istanze fossero state presentate da decenni.
Salles non poté seguire appieno l’iter delle sue controriforme visto che dovette dimettersi da Ministro dell’Ambiente nel giugno 2021, in seguito ad un’inchiesta giudiziaria che lo vedeva accusato di aver ostacolato un'indagine della polizia sui disboscamenti illegali.
Venne sostituito da Joaquim Alvaro Pereira Leit, la cui famiglia di fazenderos risultava coinvolta in un tentativo di espulsione forzata, manu militari, di una comunità guaranì sulla cui terra i Pereira Leit vantavano pretese.
Sia l’uno che l’altro ministro proseguirono in piena continuità l’opera di depotenziamento delle funzioni degli enti di controllo e tutela ambientale.
Si calcola che tra il 2019 e il 2021 il budget del Ministero dell'Ambiente abbia subito una riduzione di circa il 30%, e il numero di sanzioni per illeciti ambientali comminate dall’IBAMA (l’ente preposto alla vigilanza contro i crimini ecologici) sia diminuito di oltre il 40%, raggiungendo il tasso di ispezione più basso degli ultimi due decenni.
Tra l’agosto 2020 e il luglio 2021, l’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (INPE) annunciava che, nel bioma amazzonico erano stati deforestati 13.235 km², con un tasso di deforestazione superiore del 75% rispetto a quello del 2018. Alla fine del 2021 si contarono 26 Difensori e Difensore della Terra assassinat*.
2022
Il 2022 ha rappresentato la fine di un ciclo di governo contrassegnato dalle violazioni e dall'intensificarsi della violenza contro i popoli indigeni in Brasile. Come nei tre anni precedenti, i conflitti e il gran numero di invasioni e danni ai territori indigeni sono progrediti di pari passo con lo smantellamento delle politiche pubbliche rivolte ai popoli nativi, come l'assistenza sanitaria e scolastica, e con lo smantellamento degli organismi responsabili del monitoraggio, della protezione di questi territori, della protezione ambientale.
Lo smantellamento degli enti di tutela ambientale si è articolato anche attraverso le intimidazioni e persecuzioni nei confronti dei funzionari onesti del settore ambientale, cresciute vertiginosamente durante quadriennio. Secondo i dati della Controlleria Generale dell’Unione, questi casi aumentarono del 380%.
Nel 2022 furono 183 i funzionari sottoposti a procedimenti amministrativi disciplinari, contro i 38 del 2018. In totale, 441 dipendenti dell’Ibama, dell’Istituto Chico Mendes per la conservazione della biodiversità e del Ministero dell’Ambiente furono sottoposti a procedimenti disciplinari nei quattro anni di governo Bolsonaro, contro i 270 dei quattro anni precedenti.
Il 2022 ha segnato anche la conclusione di un quadriennio durante il quale il governo federale non ha proceduto ad alcuna demarcazione di terre indigene, favorendo, di conseguenza, l'aumento dei conflitti sui diritti territoriali. Dal 2019 al 2022 le invasioni di terre indigene sono cresciute del 252%.
Nel solo 2022, il Conselho Indigenista Missionário ha registrato 309 casi di invasioni di terre indigene, sfruttamento illegale di risorse e danneggiamenti delle proprietà, e 158 episodi di conflitti per la terra, che hanno interessato almeno 218 territori indigeni in 25 stati.
Conflitti che hanno lasciato morti sul terreno fra i componenti delle comunità.
In generale, quell'anno, 34 Difensori e Difensore della Terra, indigeni e ambientalisti sono stati assassinat*.
Al contempo, sono stati abbattuti circa 11.600 km² di foresta amazzonica.
In dicembre il governo di Jair Bolsonaro si è concluso con un aumento del 59,5% del tasso di deforestazione in Amazzonia rispetto ai quattro anni precedenti (governi di Dilma Roussef e Michel Temer). È la percentuale di aumento più alta in un solo mandato presidenziale da quando sono iniziate le misurazioni satellitari nel 1988. Tra il 2019 e il 2022 l'Amazzonia ha perso circa 45.000 km² di foresta e le emissioni di anidride carbonica sono raddoppiate, trasformando la regione — storicamente un pozzo di carbonio — in un emettitore netto.
Riferimenti:
- National Comittee for indigenous life and memory, Our fight is for life. Covid-19 and the indigenous people. Confronting violence during the pandemic, novembre 2020, pp.107.
- Conselho Indigenista Missionário, Relatorio. Violência contra os povos indígenas no Brasil. Dados de 2022, pp. 285.
- Ecor.Network, L'estrattivismo avanza col virus, in “Umanità a perdere. Sindemia e resistenze”, Momo Edizioni, 2021.
- Observatório do Clima, A conta chegou: o terceiro ano de destruição ambiental sob Jair Bolsonaro, gennaio 2022, pp 34.
- Greenpeace, Dangerous man, dangerous deals. Why the EU should not strengthen relations with Bolsonaro, pp.35.
- Inesc – Instituto de Estudos Socioeconômicos, Fundação anti-indígena, Um retrato da Funai sob o governo Bolsonaro, pp. 162.
- Murilo César Rabelo Soares, Fabrício Molica de Mendonça, Douglas Marcos Ferreira, The effect of the deforestation prevention and control plan in the legal Amazon (PPCDAm) on the direct causes of deforestation o efeito do plano de prevenção e controle do desmatamento na amazônia legal (ppcdam) nas causas diretas do desmatamento, in Revista brasileira de gestão e desenvolvimento regional, V.21, N°2, Maggio-Agosto/2025.
- Cilze Klauren Souza Nascimento, Da Proteção à Reputação: A Política Ambiental do Governo Bolsonaro e seus Impactos Internacionais, in Revista de Relações Internacionais, 4 novembre 2025.
- A CPI da Funai e do Incra e o ataques aos direito constitucionai de povos tradicionais, in Revista Antropolítica, v. 54, n. 1, Niterói, pp. 326-349, 1. Quad, gennaio/aprile 2022
- Leila Salim, O legado de destruição ambiental de Bolsonaro, Observatório do Clima, 03-09-2025.
- Rapporti annuali di Global Witness sui difensori della terra e dell’ambiente.
Immagini tratte da:
→ Conselho Indigenista Missionário, Relatorio. Violência contra os povos indígenas no Brasil. Dados de 2022, pp. 285.
→ National Comittee for indigenous life and memory, Our fight is for life. Covid-19 and the indigenous people. Confronting violence during the pandemic, novembre 2020, pp.107.