
VIII. Conclusioni
La Commissione von der Leyen 2.0 sta smantellando le norme in materia di autorizzazioni nell’ambito di una più ampia campagna di deregolamentazione, su richiesta di alcune delle industrie più inquinanti d’Europa. Sebbene l’obiettivo dichiarato sia quello di reindustrializzare l’Europa e rendere le sue imprese più competitive sulla scena globale, in realtà si stanno minando le condizioni per un’economia sana, distruggendo il vero vantaggio competitivo del continente, aggiungendo costi enormi e in gran parte non quantificati per le comunità locali, i sistemi sanitari, gli impatti climatici e gli ecosistemi, e ritardando una giusta transizione.
Finora, le normative dell’UE in materia di autorizzazioni hanno
costituito una barriera contro progetti infrastrutturali mal pianificati o distruttivi che minacciano l’ambiente nei territori e sono osteggiati dalle comunità locali. Sebbene questa barriera possa essere stata imperfetta e applicata in modo imperfetto, ha comunque fornito importanti tutele – e la possibilità di ricorrere ai tribunali europei, se queste tutele non venivano garantite. Ma non sarà più così, poiché progetti quali nuove miniere, gasdotti per la CO₂ e data center verranno accelerati, godendo dello status di «interesse pubblico prevalente», mentre le normative che tutelano la qualità dell’aria e dell’acqua o l’accesso delle comunità alla giustizia sono sotto attacco.
Le deroghe alle tutele sociali e ambientali conquistate con fatica stanno per diventare la norma nella legislazione dell’UE in materia di autorizzazioni. Le battaglie del passato contro le infrastrutture dannose, se combattute oggi, diventeranno ancora più difficili. L’agroindustria avrà più strumenti per far passare i propri “mega-bacini” di accumulo idrico, contestati in Francia. La società di infrastrutture Vinci, promotrice del progetto fallito dell’aeroporto di Notre-Dame-de-Landes vicino a Nantes, in Francia, potrebbe potenzialmente portarlo avanti in fretta.
L’italiana Snam, promotrice del mega-gasdotto TAP, potrebbe aggirare l’opposizione pubblica al gasdotto che intende realizzare dalla Tunisia all’Italia e poi verso l’Austria e la Germania. In Romania, il governo intende avvalersi della legge sulle materie prime critiche per riaprire vecchie miniere, riportando alla luce i fantasmi della lotta vinta contro Roșia Montană.
E questo è inaccettabile: come sottolinea Astrid Puentes Riaño, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto umano a un ambiente pulito, sano e sostenibile: «Gli Stati hanno l’obbligo di condurre valutazioni complete d’impatto ambientale, sociale e sui diritti umani per i progetti, senza alcuna deroga».
La Commissione Von der Leyen 2.0 non solo sta fornendo ai grandi inquinatori sostegno politico, ma anche sostegno finanziario, come richiesto dall’industria. Fondi pubblici per centinaia di miliardi vengono dirottati verso i principali inquinatori. I dirigenti dell’industria hanno goduto di un accesso politico senza precedenti alla Commissione, mentre i sindacati e le associazioni ambientaliste sono stati ignorati. Ciò significa che i cittadini subiscono un triplice danno: in primo luogo, vengono esclusi dalla partecipazione democratica alle decisioni relative a questi progetti; in secondo luogo, sono costretti a sovvenzionarli; e in terzo luogo, subiscono i danni causati da tali progetti. I costi incalcolabili legati alla sofferenza, all’assistenza sanitaria, alla mitigazione dei disastri e alla bonifica, derivanti da questi progetti, ricadranno sulle spalle dei cittadini.
I casi di studio contenuti in questo rapporto rivelano solo alcuni degli impatti potenzialmente disastrosi sia per le persone che per l’ambiente: stili di vita indigeni distrutti, case perdute e acque inquinate per far posto ad una nuova miniera in Svezia – che a sua volta distruggerà la capacità di recupero dell’ecosistema artico. Nuovi gasdotti per la CO₂ imposti alle comunità, che possono rivelarsi letali in caso di perdite – e che aggravano la crisi climatica anziché migliorarla. Prezzi dell’elettricità alle stelle e blackout a rotazione in Irlanda a causa di nuovi data center ad alto consumo energetico – potenzialmente alimentati da gas ottenuto tramite fratturazione idraulica, un incubo sia per le comunità locali lungo la catena di approvvigionamento, sia per il clima.
Sebbene l’industria sostenga che l’abolizione di queste normative stimolerà la crescita e renderà l’industria europea competitiva a livello globale, ciò che intende realmente è che così facendo otterrà margini di profitto più elevati e, di conseguenza, dividendi più alti per gli azionisti. I dati – come dimostra l’organizzazione di ricerca olandese SOMO – sono chiari: le grandi imprese danno la priorità ad ingenti distribuzioni agli azionisti invece di investire nella transizione energetica. Profitti più elevati – e distribuzioni più consistenti – vengono anteposti alla tutela delle comunità locali e della forza lavoro dall’esposizione a sostanze chimiche tossiche o a nuvole letali di CO₂. Ciò non sembra tanto una spinta alla competitività, quanto piuttosto un’autorizzazione al saccheggio.
La Commissione von der Leyen 2.0 presenta la reindustrializzazione dell’Europa come un processo che va di pari passo con la decarbonizzazione, ma in realtà sta vincolando il continente ad un’economia basata sui combustibili fossili e ostacolando una transizione giusta. Anziché premiare gli investimenti in tecnologie e progetti industriali che hanno un impatto sociale e ambientale positivo, l’UE premia le pratiche inquinanti. Il suo sostegno finanziario non è inoltre accompagnato da condizioni volte a garantire che i profitti vengano reinvestiti in tecnologie pulite anziché in distribuzioni di dividendi agli azionisti. Uno dei motivi per cui l’UE è rimasta così indietro rispetto ai concorrenti è che le sue più grandi multinazionali hanno dato priorità ai dividendi rispetto alle tecnologie pulite. E persino la Banca centrale europea ora considera la continua dipendenza dell’UE dai combustibili fossili come un rischio importante.
Ecco perché sosteniamo che, anche nei suoi stessi termini, il “rogo delle normative” della von der Leyen 2.0 in nome della “concorrenza” e dell’“innovazione” distruggerà i vantaggi europei, rendendo la sua industria meno competitiva. Il vantaggio competitivo dell’UE derivava tradizionalmente dalla definizione di standard normativi elevati. Non vincerà, né potrà vincere, una corsa al ribasso, con costi di produzione e di manodopera di gran lunga più bassi altrove. Il cambiamento di rotta a favore di pratiche inquinanti rappresenta un ritorno al XIX secolo – arricchire pochi a costo di pericoli e malattie per molti – mentre, ad esempio, la Cina continua a guidare gli investimenti nelle tecnologie pulite nel XXI secolo. Affidare agli inquinatori il controllo delle politiche e dei finanziamenti pubblici non farà altro che far aumentare il ritardo dell’UE.
Qual è l’alternativa?
Una transizione giusta in Europa è sia necessaria che possibile. L’estrazione di risorse inquinanti e le attività industriali non possono essere semplicemente esternalizzate al Sud del mondo. Né le comunità locali e i lavoratori in Europa sono contrari a ogni nuovo sviluppo minerario e industriale. Ma solo se realizzato in modo diverso. Rimangono alcune domande fondamentali: come dovrebbe essere la nostra economia futura e a chi dovrebbe servire? Abbiamo bisogno di gasdotti per la CO₂ che attraversino l’Europa per servire l’industria dei combustibili fossili? Le nuove miniere devono distruggere i mezzi di sussistenza delle popolazioni indigene e i fiumi locali?
A chi sono destinati i centri dati e sono socialmente utili? Ci saranno sempre dei compromessi, ma nel rispondere alle domande «chi ne paga il prezzo» e «chi ne beneficia?», la contrapposizione non dovrebbe essere tra «diritti umani e ambiente» da un lato e «dirigenti e azionisti» dall’altro.
Questa è un’occasione per assumere un ruolo guida e definire nuovi standard a livello globale. Tuttavia, per farlo è necessario opporsi al diktat della massimizzazione del valore per gli azionisti. Potremmo invece puntare su soluzioni realmente innovative, come garantire che i settori chiave siano di proprietà pubblica e controllati democraticamente, oppure collaborare con le comunità indigene per la mitigazione dei
cambiamenti climatici. E, in generale, supervisionando gli investimenti che rispettino le comunità locali, i lavoratori e l’ambiente. Una proposta promettente, come delineata da CounterBalance, prevede che le imprese che ricevono sostegno finanziario pubblico siano obbligate a «reinvestire i propri profitti per effettuare investimenti produttivi in attività ecosostenibili, creare posti di lavoro di alta qualità e contribuire a fornire servizi pubblici a prezzi accessibili».
Affinché tali idee possano essere ascoltate dalla von der Leyen 2.0, occorre innanzitutto porre fine all’accesso privilegiato di cui godono le imprese europee più inquinanti. I loro ristretti interessi commerciali non rappresentano gli interessi dei lavoratori, delle comunità locali, dell’ambiente o della collettività in generale, ma sono in conflitto con essi.
La resistenza all’attacco sferrato dall’industria all’UE in materia di autorizzazioni – parte di un più ampio programma di deregolamentazione – sta crescendo sul territorio: le comunità locali si oppongono ai data center, la società civile denuncia il pericolo rappresentato dai gasdotti di CO₂ in progetto e la Commissione è stata citata in giudizio per aver cercato di accelerare i progetti minerari. Nel frattempo, è più chiaro che mai per un numero sempre maggiore di persone che ascoltare – e affidarsi alle – imprese produttrici di energia sporca per definire le politiche ci sta condannando a ripetere le crisi energetiche.
Centinaia di migliaia di persone in Europa chiedono all’UE di smettere di smantellare le leggi ambientali e di barattare la nostra salute e il nostro futuro in cambio del profitto. Le aziende del petrolio e del gas, dell’estrazione mineraria, del settore chimico e le grandi aziende tecnologiche – che hanno un interesse finanziario diretto a ridurre al minimo le normative – non dovrebbero guidare il processo decisionale e non ci porteranno il futuro di cui abbiamo bisogno. Per raggiungerlo, abbiamo invece bisogno di una politica libera dai combustibili fossili, dalle sostanze tossiche e dalle grandi aziende tecnologiche.
(5. Fine)
Nota redazionale sulle conclusioni: “Il potere statale moderno è solo un comitato che amministra gli affari comuni dell'intera classe borghese”. Mai come ora questa definizione del 1848, tratta dal Manifesto del Partito Comunista, risulta attuale ed estendibile all’Unione Europea ed alla Commissione, suo organo esecutivo. Non stupisce pertanto che i funzionari di tali organismi spalleggino gli interessi del capitale - industriale, minerario, petrolifero o tecnologico che sia. I funzionari dell’UE sono lì apposta, e questo importante report del Corporate Europe Observatory ha il grande merito di rendere espliciti i meccanismi di questa loro funzione.
L’alternativa, però, non è ridurre le occasioni di incontro delle lobbies delle imprese con una Commissione che già ne incarna gli interessi.
E neanche sperare in un capitalismo europeo “buono” che decida di percorrere una sorta di “competitività virtuosa".
* Traduzione di Ecor.Network
Permission to pollute
EU rips up permit rules and funds dirty infrastructure
Testi di Rachel Tansey, Pascoe Sabido, Bram Vranken
Grafiche di Lucía Armiño
Editato da Katharine Ainger
Pubblicato dal Corporate Europe Observatory
Bruxelles, maggio 2026 - 28 pp.
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ALLEGATO 1
Le pressioni da parte dell'industria volte ad allentare le norme in materia di autorizzazioni o ad estendere le esenzioni
relative alle autorizzazioni
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I lobbisti dell’industria e le loro richieste
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Le politiche UE e gli strumenti interessati
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I settori inclusi
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Energinet
L'operatore danese della rete del gas ha sfruttato un accesso privilegiato per spingere verso norme di autorizzazione molto meno rigorose per le infrastrutture energetiche.
Confederation of Danish Industry
Il gruppo imprenditoriale danese ha dichiarato alla Commissione che «i tempi di rilascio delle autorizzazioni devono essere ridotti».
Eurelectric
Invitata a esprimere il proprio parere, la lobby dell’energia elettrica ha sollecitato una «drastica riduzione dei tempi di rilascio delle autorizzazioni» per l’energia rinnovabile e «pulita», termine che in realtà indica la produzione di energia da combustibili fossili con cattura del carbonio.
EUDCA
Le grandi aziende tecnologiche hanno sollecitato l’adozione di “procedure di autorizzazione semplificate” nel Grids Package per favorire la “crescita del settore dei data center”.
EUROFER, CEFIC, EUROGAS
Le lobby dell'acciaio, dei prodotti chimici e del gas hanno esercitato pressioni affinché venissero adottate misure volte a “agevolare” il rilascio delle autorizzazioni per le infrastrutture dell’idrogeno.
Microsoft
Il colosso tecnologico ha esercitato pressioni a favore dell’introduzione di “scadenze massime” per il rilascio delle autorizzazioni relative ai data center nell’Environmental Omnibus di “procedure di autorizzazione accelerate” nel Cloud and AI Development Act.
Bundesverband der Deutschen Industrie (BDI), Svenskt Näringsliv, Confindustria, Mouvement des entreprises de France (MEDEF), Verbond van Nederlandse Ondernemingen - Nederlands Christelijk Werkgeversverbond (VNO-NCW), Confederación Española de Organizaciones Empresariales (CEOE).
Le organizzazioni delle grandi imprese di Germania, Svezia, Italia, Francia, Paesi Bassi e Spagna hanno chiesto l’introduzione di un limite di tempo per le valutazioni di impatto ambientale; una legge sull’accelerazione industriale che “soprattutto” velocizzi le procedure di autorizzazione (sostenendo che la normativa ambientale dell’UE abbia “sovraccaricato” i promotori dei progetti); e processi di approvazione molto più rapidi per gli Important Project of Common European Interest (IPCEI) (selezionati in base a criteri di “neutralità tecnologica”).
European Round Table for Industry
L'accelerazione delle procedure di autorizzazione è una delle richieste principali di questo gruppo di dirigenti delle corporations, invitati a definire l'agenda della Commissione.
German Chamber of Commerce and Industry (DIHK)
L’industria tedesca ha esercitato pressioni affinché i progetti relativi all’idrogeno “strategicamente rilevanti” ottenessero lo status di PCI, in modo da poter beneficiare delle scappatoie presenti nelle norme in materia di valutazione ambientale.
AFEP
Le grandi imprese francesi hanno esercitato pressioni affinché le procedure relative agli IPCEI fossero “molto più rapide e meno burocratiche”, con autorizzazioni “accelerate”.
International Association of Oil & Gas Producers
Attraverso consultazioni distorte e strutture consultive controllate dalle grandi aziende, le lobby dei combustibili fossili hanno indotto la Commissione a lavorare a una legge volta a semplificare il rilascio delle autorizzazioni per i gasdotti di CO₂ (vedi V). L’IOGP ha inoltre esercitato pressioni per “abbreviare i termini” per il rilascio delle autorizzazioni nell’Environmental Omnibus.
LKAB and EUROMINES
Il settore minerario sta spingendo per la deregolamentazione delle procedure di autorizzazione delle miniere.
Cobalt Institute, Nickel Institute, International Lithium
Association, European Carbon and Graphite Association
I gruppi del settore minerario e delle materie prime critiche stanno esercitando pressioni per ottenere una minore tutela dei lavoratori e dell’ambiente in nome della “competitività”, prendendo di mira le norme sul nichel contenute nella Direttiva quadro sulle acque, che secondo loro comportano il rischio “serio” che “le autorizzazioni non vengano concesse”. Questa normativa disciplina gli inquinanti nocivi per la salute umana e animale ed è oggetto di un processo di deregolamentazione nell’ambito di ReSourceEU.
Google and Amazon
I giganti della tecnologia chiedono procedure accelerate per il rilascio delle autorizzazioni relative ai data center.
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European Grids
Package, compresa la proposta di accelerare le procedure di rilascio delle autorizzazioni per i progetti infrastrutturali
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• Produzione e trasmissione di elettricità
• Trasporto di gas
• Idrogeno
• Data centers
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Environmental
Omnibus, comprese proposte per accelerare le procedure per le valutazioni di impatto ambientale
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• Produzione e trasmissione di elettricità
• Stoccaggio di energia
• Data centers
• Cattura, trasporto e stoccaggio di CO2
• Progetti di economia circolare
• Infrastrutture portuali
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Industrial
Acceleration Act
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• Industrie ad alto consumo di energia
• Idrogeno
• Cattura, trasporto e stoccaggio di CO2
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Progetti di interesse comunitario (PCIs), Importanti Progetti di Interesse Comune Europeo (IPCEIs)
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• Trasmissione di energia
• Trasmissione di gas
• Idrogeno
• Cattura, trasporto e stoccaggio di CO2
• Data Centers
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Proposta imminente su infrastrutture e mercati della CO2
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• Cattura, trasporto e stoccaggio di CO2
• Idrogeno
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Progetti strategici collegati al Critical
Raw Materials Act
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• Attività mineraria
• Materie prime critiche
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Cloud and AI
Development Act
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• Data center
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ALLEGATO 2
Calendario delle misure politiche:
Cronologia degli impegni della Commissione Von der Leyen 2.0 a deregolamentare il processo di autorizzazione su richiesta delle industrie inquinanti
→ Febbraio 2025:
Il Clean Industrial Deal promette una “Legge sull’accelerazione della decarbonizzazione industriale”, volta ad “accelerare il processo di autorizzazione” e ad affrontare i “colli di bottiglia” nel processo di autorizzazione per la decarbonizzazione industriale.
→ Marzo 2025 e giugno 2025:
Pubblicazione degli elenchi dei progetti strategici (che beneficiano di procedure autorizzative accelerate) all’interno e all’esterno dell’UE ai sensi del Critical Raw Materials Act del maggio 2024.
Il Critical Raw Materials Act accelera notevolmente il processo di autorizzazione per i progetti minerari considerati «strategici» e di interesse pubblico. Il suo obiettivo è ridurre la dipendenza dell’UE dalla Cina per i minerali e i metalli fondamentali utilizzati nelle batterie e nelle attrezzature di difesa. In base a tale legge, 47 nuovi progetti all’interno dell’UE e 13 al di fuori di essa sono stati classificati come «strategici», mentre altri sono in fase di valutazione. (La stragrande maggioranza, inoltre, riguarda minerali “critici per la difesa”). Nonostante la forte opposizione locale da parte della società civile e dei gruppi indigeni, tra questi figurano la miniera di litio di Jadar della Rio Tinto in Serbia (alla quale è stato concesso lo status di “progetto strategico” nel giugno 2025 dopo che alti funzionari della Commissione hanno incontrato l’impresa quattro volte nella prima metà dell’anno) e quella di Per Geijer della LKAB (vedi III). La Commissione ha inoltre concesso lo status strategico alla miniera di litio di Barroso in Portogallo – ed è ora oggetto di un’azione legale da parte di gruppi ambientalisti e comunitari che sostengono che abbia «chiuso un occhio sui rischi ben documentati per l’acqua, gli ecosistemi, la salute umana e i mezzi di sussistenza locali».
→ Dicembre 2025:
› Pubblicazione della lista dei Projects of Common and Mutual Interest, che prevede procedure di autorizzazione accelerate per i progetti relativi a gasdotti, idrogeno e gasdotti per la CO₂. La società civile ha avvertito che questo elenco porterà a un “lock-in” dei combustibili fossili.
› ReSourceEU promette di «accelerare il rilascio delle autorizzazioni» per l’estrazione di materie prime critiche. Ciò fa seguito alle crescenti pressioni volte ad accelerare il rilascio delle autorizzazioni per l’estrazione mineraria legata alla difesa senza adeguate valutazioni di impatto ambientale, pianificazione territoriale e tutela della natura. ReSourceEU promette inoltre di rivedere e semplificare la direttiva quadro sulle acque eliminando i «colli di bottiglia» sulla base dei contributi delle parti interessate, una richiesta fondamentale dell’industria mineraria.
› L’ Environmental Omnibus include una proposta per accelerare le valutazioni ambientali. Vengono promesse valutazioni ambientali semplificate e accelerate, anche nell’ambito della direttiva quadro sulle acque, della direttiva Habitat e della direttiva Uccelli. L’accesso alla giustizia è limitato, con nuove norme che restringono gli argomenti utilizzabili in tribunale. Viene inoltre fornito un insieme di strumenti per settori/progetti «strategici».
› Il Grids Package include una proposta per accelerare le procedure di concessione delle autorizzazioni per i progetti infrastrutturali. I gruppi ambientalisti hanno avvertito che esso «accelera la deregolamentazione rimodellando radicalmente le modalità di approvazione dei progetti energetici».
Il pacchetto promette di “accelerare” i progressi relativi alle “autostrade energetiche” (Energy Highways) speciali, comprese le infrastrutture di trasporto per il gas fossile e l’“idrogeno decarbonizzato” (ovvero l’idrogeno prodotto dal gas fossile con cattura del carbonio).
→ Marzo 2026:
Pubblicazione dell’Industrial Accelerator Act (il termine “decarbonizzazione” è stato eliminato dal titolo). Frutto di una serie di “verifiche di fattibilità” condotte esclusivamente dal settore industriale, questa legge allenta le norme in materia di autorizzazioni che garantiscono protezione alle persone e all’ambiente, con la scusa di accelerare la competitività industriale. Il concetto di “decarbonizzazione” viene ridotto alla promozione di tecnologie che, di fatto, perpetuano l’uso dei combustibili fossili.
→ Primavera-Estate 2026:
› Viene prevista l’entrata in vigore della Legge sullo sviluppo del cloud e dell’intelligenza artificiale, che accelererà il rilascio delle autorizzazioni per i data center. Pietra miliare della spinta delle grandi aziende tecnologiche alla costruzione di data center sempre più energivori, la legge rischia di limitare la possibilità dei cittadini di opporsi a tali progetti.
› Inizio della revisione della Direttiva quadro sulle acque, con l’obiettivo di accelerare i progetti minerari. Secondo l’European Environment Bureau, la normativa sulla tutela delle acque viene smantellata utilizzando argomenti ripresi direttamente dai lobbisti dell’industria estrattiva.
› Inizia lo «stress test» delle direttive Uccelli e Habitat, con l’obiettivo di ridurre i cosiddetti «oneri», compresa la pianificazione nelle aree protette Natura 2000. Lo «stress test» conferirà alle lobby aziendali un’influenza indebita attraverso i «reality check» e i «dialoghi di attuazione», minacciando di mettere la protezione della natura saldamente sotto il controllo dei gruppi di pressione dell’industria inquinante.
→ Autunno 2026:
Proposta relativa alle infrastrutture e ai mercati della CO₂, volta a semplificare le procedure di autorizzazione per i gasdotti della CO₂. Questa futura legge è una richiesta diretta delle industrie dei combustibili fossili e di quelle inquinanti.
ALLEGATO 3
Attività lobbistica industriale per l’utilizzo di fondi pubblici al fine di ridurre i rischi associati ai propri investimenti infrastrutturali.
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Industria
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Richieste
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Industria del petrolio e del gas,
dall'estrazione al trasporto
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L'industria dei combustibili fossili ha promosso strategie di "riduzione del rischio" (*de-risking*) per i progetti legati all'idrogeno (tramite l'Energy Infrastructure Forum della Commissione), ai gasdotti per la CO2 (attraverso l'influente ICM Forum) e alla cattura e stoccaggio del carbonio (mediante workshop a porte chiuse). In quest'ultimo ambito, i colossi del petrolio hanno dichiarato alla Commissione di voler ottenere maggiori "incentivi agli investimenti per i pionieri" del settore della cattura del carbonio, nonché polizze assicurative "sostenute dalle istituzioni dell'UE".
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Industria mineraria e dei metalli
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Il Cobalt Institute e l’Euromines hanno richiesto misure di riduzione del rischio finanziario e procedure di autorizzazione accelerate, ottenendo entrambe le cose nel piano d'azione RESourceEU del dicembre 2025. Euromines accoglie con favore il fondo da 3 miliardi di euro previsto dal piano per sostenere i "Progetti strategici" e i relativi "meccanismi di garanzia e riduzione del rischio nelle fasi iniziali". La lobby del settore minerario ha sottolineato di aver intrattenuto un "ampio dialogo" con la Commissione prima della pubblicazione del piano, "garantendo che diverse delle sue raccomandazioni chiave venissero recepite nel documento finale", tra cui l'accelerazione delle procedure autorizzative e un "migliore accesso ai finanziamenti".
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Settore elettrico
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Eurelectric, il gruppo di pressione del settore elettrico che rappresenta l'intera filiera – dalla generazione da fonti fossili e rinnovabili fino alle reti – ha sollecitato misure di riduzione del rischio per i progetti energetici attraverso garanzie pubbliche del Fondo InvestEU, nonché procedure di autorizzazione più rapide.
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Grandi imprese
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BusinessEurope e l’European Round Table for Industry sono stati influenti sostenitori del trasferimento alla collettività dei rischi delle imprese private, nonché della deregolamentazione delle norme in materia di autorizzazioni.
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