*** Quarta Parte ***

Permesso di inquinare. L'UE smantella le norme sulle autorizzazioni e finanzia le infrastrutture inquinanti/4

di Rachel Tansey, Pascoe Sabido, Bram Vranken


C. Chi c’è dietro la spinta a favore dei gasdotti per la CO₂?

Anche i gruppi di pressione delle grandi imprese più influenti a Bruxelles hanno esercitato forti pressioni per la deregolamentazione delle norme relative alle autorizzazioni per i gasdotti per la CO₂. La Commissione Von der Leyen 2.0 ha chiarito che il suo obiettivo è ascoltare le grandi imprese e, sin dall’inizio, la Von der Leyen ha contattato proattivamente la European Round Table for Industry (che rappresenta gli amministratori delegati di Eni, Shell, TotalEnergies, ArcelorMittal, Umicore ecc.) per chiedere di esprimere le sue raccomandazioni. Tra queste figuravano procedure di autorizzazione “accelerate” e “snellite”, nonché il sostegno a “una rete portante di infrastrutture per la CO₂” (traduzione: condotte di CO₂ che attraversano l’Europa). Nel frattempo, in un «contributo informale» speciale, i membri nazionali di BusinessEurope hanno esercitato pressioni affinché l’Industrial Accelerator Act includesse «aree di accelerazione» in cui i «progetti di infrastrutture per l’idrogeno e la CO₂» potessero essere esentati dalle singole valutazioni di impatto ambientale. Ed è esattamente ciò che è stato fatto (vedi Riquadro 3), oltre a promettere che «approvazioni più rapide» accelereranno la diffusione della cattura del carbonio.

E la legge sull’ Accelerator Act non è l’unico ambito in cui si sta procedendo a un’accelerazione delle procedure di autorizzazione per i gasdotti di CO₂, aggirando o creando nuove scappatoie nelle norme ambientali o relative alla partecipazione pubblica. Nel dicembre 2025 sono state introdotte valutazioni ambientali accelerate nell’Environment Omnibus e un Grids Package con sostegno alle infrastrutture per l’idrogeno «a basse emissioni di carbonio» (e quindi alle infrastrutture per la CO₂ su cui esse farebbero affidamento – cfr. Riquadro 4). Non contento di tutto ciò, il gruppo di pressione del settore petrolifero e del gas IOGP ha lamentato che «i maggiori colli di bottiglia permangono», ovvero la continua assenza di un quadro normativo specifico per il rilascio delle autorizzazioni relative alle infrastrutture per la CO₂.

Entro la fine del 2026 è prevista una proposta di legge della Commissione sulle infrastrutture e i mercati del CO₂, e si teme che essa conceda ai gasdotti di CO₂ la carta bianca che l’industria petrolifera desidera. Il motivo di tale timore è che la proposta fa seguito a una consultazione pubblica in due parti che è stata fortemente sbilanciata a favore degli interessi dell’industria, sia nelle domande poste sia nel modo in cui la Commissione ha interpretato le risposte ricevute. Alla fine dell’estate del 2025 la Commissione ha lanciato una “call for evidence“ [invito a presentare elementi di prova, ndt], e la società civile interessata – che andava dalle comunità locali alle organizzazioni ambientaliste, passando per scienziati e ambientalisti marini – ha presentato forti obiezioni ai piani dell’UE di potenziare le infrastrutture per la CO₂, presentando quasi un terzo dei contributi. Tuttavia, la successiva consultazione – che la ‘call for evidence’ avrebbe dovuto orientare – ha ignorato completamente questi contributi ed è stata orientata esclusivamente verso gli interessi delle imprese. I rischi e i danni ambientali, climatici, di sicurezza, sanitari e di finanza pubblica sono stati tutti esclusi.

Questo esempio di predilezione a favore degli interessi industriali – attualmente al centro di un reclamo promosso dall'organizzazione ambientalista tedesca BUND – è solo la punta dell'iceberg. Da anni, l'UE coinvolge le industrie dei combustibili fossili e quelle più inquinanti nella definizione dei propri piani per la cattura del carbonio, attraverso l'Industrial Carbon Management (ICM) Forum. Anno dopo anno, questo forum dal nome apparentemente tecnico – dominato e guidato dai lobbisti del settore dei combustibili fossilielabora raccomandazioni che la Commissione segue fedelmente. Il risultato? Miliardi di fondi pubblici finiscono nelle tasche dei grandi inquinatori per sovvenzionare una tecnologia che serve principalmente a giustificare il perdurante utilizzo di combustibili fossili. E non è tutto. Nel febbraio 2025, il gruppo di lavoro del forum dedicato alle infrastrutture (presieduto dall'IOGP e dall'azienda belga di trasporto del gas Fluxys) ha esortato l'UE a "semplificare" e "accelerare" l'approvazione delle infrastrutture per la CO2, anche attraverso un quadro normativo dedicato. Una richiesta che dovrebbe essere accolta nel corso di quest'anno.
 

D. Cosa ci sarebbe in gioco se le norme UE sulle autorizzazioni venissero stravolte?

I gasdotti per la CO2 beneficeranno di nuove scappatoie procedurali introdotte attraverso l'Environmental Omnibus, il Grids Package e l'Industrial Accelerator Act. È inoltre prevista una specifica deregolamentazione delle autorizzazioni nella futura legge sulle infrastrutture per la CO2. Ciò potrebbe comportare la costruzione di migliaia di chilometri di pericolosi condotti per la CO2 attraverso centri abitati in tutta Europa, mettendo a rischio vite umane. Inoltre, trattandosi dell'infrastruttura chiave alla base della finzione della cattura e dello stoccaggio del carbonio (vedi riquadro 4), tale sviluppo ritarderà l'abbandono dei combustibili fossili — giustificandone il continuo utilizzo — e rallenterà la transizione verso le energie rinnovabili.
 

VI. Fondi pubblici per chi inquina

L'industria non si limita a voler accelerare progetti inquinanti svuotando di significato le tutele ambientali e sociali previste dalle procedure di autorizzazione: vuole anche denaro pubblico per realizzarli. Mentre da un lato la Commissione accelera l'iter autorizzativo, dall'altro versa fondi pubblici nelle casse delle stesse imprese. Si tratta di risorse che non possono quindi essere destinate ad altri scopi, come il sostegno a insegnanti e infermieri o misure concrete di mitigazione e contrasto al cambiamento climatico, quali l'isolamento termico degli edifici e le opere di difesa dalle inondazioni. Il principio "chi inquina paga" è un caposaldo sancito dai trattati dell'UE, ma la Commissione tende sempre più a capovolgerlo, mettendo le risorse pubbliche a disposizione di chi inquina. Esiste un nesso tra questa tendenza e la crescente abitudine della Commissione di coinvolgere i soggetti inquinatori nella consulenza e nella definizione delle politiche (si veda il punto IV). Il risultato è un massiccio sostegno finanziario alle grandi imprese per la realizzazione di nuove infrastrutture problematiche: condutture per gas, idrogeno o CO2; miniere distruttive e lesive dei diritti; data center estremamente energivori; ed anche reti e progetti di energie rinnovabili su larga scala che riproducono modelli energetici basati sul profitto a scapito delle persone.

Come avvengono, dunque, questi trasferimenti di denaro pubblico a favore di aziende private responsabili di inquinamento, e chi li promuove?

A. Il denaro pubblico copre i rischi, le aziende private incassano i profitti:

Attraverso la cosiddetta pratica del "de-risking" (riduzione del rischio), il denaro pubblico viene impiegato per mitigare i rischi finanziari associati agli investimenti aziendali. Ciò avviene solitamente sotto forma di garanzie finanziarie o sovvenzioni, spesso erogate dalla Banca europea per gli investimenti. Di conseguenza, le potenziali perdite possono essere trasferite sui bilanci pubblici, mentre i profitti rimangono privati. Così, se un investimento in gasdotti per la CO2 dovesse fallire (come è probabile che accada, visti i vincoli tecnici, di sicurezza ed economici – si veda il punto V), le aziende costruttrici potrebbero comunque remunerare i propri azionisti... a spese dei contribuenti. Nel frattempo, risorse pubbliche limitate vengono dilapidate in tecnologie senza futuro e nella realizzazione di infrastrutture inquinanti che tutelano gli interessi dei grandi inquinatori, ritardando al contempo una transizione autentica ed equa verso l'abbandono dei combustibili fossili.

InvestEU è lo strumento di punta dell'UE per la riduzione del rischio, concepito per mobilitare centinaia di miliardi di investimenti privati, sebbene solo una minima parte si sia effettivamente concretizzata. Il fondo è stato criticato per non aver garantito che i progetti "de-risked" (resi meno rischiosi) grazie a fondi pubblici non si sarebbero realizzati comunque (la cosiddetta "addizionalità"). Al contrario, avverte CounterBalance, esso eroga denaro pubblico a imprese "dotate di ingenti risorse proprie e di accesso ai finanziamenti sui mercati finanziari", senza assicurare che "apportino un reale beneficio alla società o all'ambiente". Peggio ancora, pur ostacolando attivamente una transizione equa, InvestEU funge da modello per il futuro Fondo europeo per la competitività, che convoglierà 400 miliardi di euro provenienti da canali di finanziamento UE esistenti per sostenere la competitività di settori "strategici".

Numerosi settori – tra cui quelli del petrolio e del gas, dei metalli e dell'industria estrattiva, nonché della generazione e distribuzione di energia elettrica – hanno esercitato pressioni sull'UE affinché utilizzi fondi pubblici per ridurre i rischi associati ai loro investimenti infrastrutturali, sfruttando a tal fine il proprio accesso privilegiato (per ulteriori dettagli, si veda l'Allegato 3 del dossier). Tali richieste sono state costantemente accompagnate dalla domanda di procedure di autorizzazione più agevoli per i medesimi progetti infrastrutturali. In merito alle infrastrutture per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio del carbonio, la Commissione ha raccolto le istanze di imprese del settore dei combustibili fossili come TotalEnergies, Shell, Equinor ed ENI, le quali sostengono la necessità di "una distribuzione più equa dei rischi (attualmente ancora a carico, in misura sproporzionata, dei soggetti emittenti)". Si tratta di un completo ribaltamento del principio "chi inquina paga". I principali responsabili delle emissioni climalteranti hanno inoltre preteso ulteriori fondi pubblici UE per coprire i rischi legati alla costruzione di infrastrutture concepite principalmente per garantire la sopravvivenza delle loro attività (si veda il Riquadro 4), chiedendo al contempo procedure autorizzative più semplici e rapide.

B. Sussidi e aiuti di Stato "tecnologicamente neutrali": Nuovi enormi sussidi alle industrie più inquinanti d'Europa sono scaturiti dal Clean Industrial DealNato esso stesso dalle pressioni delle lobby dell'industria pesante – ha introdotto ingenti nuovi sussidi per le industrie più inquinanti d'Europa. L'accordo prevede inoltre la creazione della Industrial Decarbonisation Bank. Il suo lancio è previsto per la metà del 2026, con l'obiettivo di disporre di un budget pubblico di 100 miliardi di euro. La lobby Hydrogen Europe (i cui membri spaziano da compagnie petrolifere e del gas come BP, Eni e RWE al colosso siderurgico ArcelorMittal e al gigante della chimica Yara) ha dichiarato che la nuova banca è "esattamente ciò che chiedevamo". L'istituto promette di fornire un sostegno "tecnologicamente neutrale" a diversi settori industriali; in pratica, ciò significa destinare il denaro dei contribuenti a tecnologie che favoriscono ulteriormente l'uso di combustibili fossili (per maggiori dettagli, si veda la nostra serie di FAQ). Esistono numerose altre vie per accedere ai fondi pubblici, tra cui le norme UE sugli "aiuti di Stato" (ovvero il sostegno pubblico alle imprese), che si applicano anche ai progetti a cui viene riconosciuto lo status di "progetto strategico" 16. Analogamente, i progetti strategici previsti dal Regolamento sulle materie prime critiche (“Critical Raw Materials Act”) – e più di recente da “ReSourceEU” – così come i progetti di "interesse comune" (si vedano gli allegati), hanno accesso a miliardi di euro di fondi pubblici UE 17. È qui che la definizione di "strategico" o di "interesse pubblico" – e in particolare la questione di chi abbia il potere di definirla – assume un'importanza cruciale (si veda il riquadro 2). Infatti, quando tali progetti beneficiano di procedure autorizzative più semplici e rapide, si aprono anche le porte ai finanziamenti pubblici.

C. Permessi di inquinare ed esborsi a favore degli inquinatori: lasciare che le grandi aziende industriali guidino l'iniziativa di deregolamentazione della Commissione "von der Leyen 2.0" avrà come conseguenza non solo quella di dover convivere con un maggiore inquinamento, ma anche quella di pagare gli inquinatori per tale privilegio.


VII. Caso di studio: La rimozione delle tutele contro la proliferazione dei data center: un monito dall'Irlanda

Cosa: I data center ad alto consumo energetico – o "fabbriche di IA" – stanno causando gravi problemi in Irlanda... eppure il piano prevede di triplicarne il numero in tutta l'UE nel giro di cinque-sette anni.

Chi: Le grandi aziende tecnologiche (Microsoft, Google, Amazon) – spesso sostenute dall'amministrazione Trump – e le lobbies del settore (EU Data Centre Association, Digital Europe, CCIA).

Qual è il ruolo delle norme UE sulle autorizzazioni?
Le leggi UE a tutela della natura, che rientrano nelle procedure di autorizzazione, possono rappresentare un ostacolo alla realizzazione di data center.
Anche quando i governi le ignorano, le norme UE offrono importanti strumenti di tutela legale attraverso i tribunali. Tuttavia, nuove scappatoie nelle procedure di autorizzazione stanno eliminando questo freno nei confronti dei grandi inquinatori.

Nel febbraio 2026, ad Astrid Puentes Riaño – Relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto umano a un ambiente sano – è stato negato l'accesso al campus di data center di Microsoft a Grange Castle, alla periferia di Dublino. Durante una missione conoscitiva in Irlanda, in seguito al rifiuto, ha visitato invece un quartiere locale per comprendere come i data center stessero facendo lievitare le bollette dell'elettricità. L'episodio è emblematico della proliferazione di data center delle grandi imprese tecnologiche (Big Tech) in Irlanda. È sorprendente notare che i data center assorbono già quasi un quarto della domanda di elettricità del Paese, dove i prezzi dell'energia sono tra i più alti d'Europa e i progetti abitativi faticano a connettersi alla rete elettrica a causa della concorrenza dei data center stessi. A porte chiuse, le aziende Big Tech e i costruttori di data center esercitano un'intensa attività di lobbying presso il governo irlandese per ottenere un trattamento di favore. Riaño ha osservato che il governo irlandese tende sempre più a stigmatizzare i difensori dell'ambiente. In questo contesto, in cui i governi nazionali cedono alle pressioni dei grandi inquinatori, gli attivisti possono trovare tutela nelle leggi dell'UE – comprese quelle relative alle autorizzazioni, alle valutazioni di impatto ambientale, agli habitat e alle risorse idriche. I lobbisti del settore concentrano sempre più la loro attenzione su Bruxelles, poiché molte delle norme autorizzative che potrebbero limitare l'espansione dei data center provengono dall'UE (e, anche qualora tali norme non venissero rispettate, potrebbero comunque essere utilizzate per contestare i data center in sede giudiziaria).
 

«Con l'espansione dei data center, rischiamo i blackout
o di dover importare gas da fracking
»,
dice Ceara Carney, una residente che partecipa
a una protesta contro i data center a Dublino.


A. L'Irlanda rappresenta il "canarino nella miniera" della corsa ai data center
: i colossi tecnologici (Big Tech) stanno investendo miliardi in modelli di intelligenza artificiale generativa, i quali richiedono quantità sempre maggiori di dati e potenza di calcolo, ospitati in enormi strutture note appunto come data center. Tuttavia, questa espansione esponenziale sta consumando ingenti quantità di elettricità e acqua, provocando un aumento dei prezzi dell'energia e scatenando una nuova corsa ai combustibili fossili per alimentare tali impianti. Inoltre, queste strutture utilizzano sostanze chimiche inquinanti persistenti ("forever chemicals") e generano scarsi livelli di occupazione locale. Non sorprende che tali impatti abbiano suscitato una crescente opposizione da parte di comunità locali, movimenti ambientalisti e gruppi critici nei confronti delle Big Tech. Data la massiccia presenza di aziende tecnologiche, l'Irlanda si trova in prima linea in Europa nell'espansione esponenziale del settore dei data center. Già nel 2017, il governo irlandese tentò di aggirare l'iter di approvazione delle autorità locali proponendo di classificare i data center come infrastrutture "strategiche"; tale misura avrebbe limitato le possibilità di ricorso e accelerato il rilascio dei permessi. Tuttavia, a causa dell'enorme pressione sulla rete elettrica, all'inizio del 2022 l'autorità irlandese di regolamentazione dell'energia ha imposto una moratoria di fatto sul collegamento alla rete di nuovi data center nell'area di Dublino.

B. In che modo i data center stanno facendo aumentare le emissioni e le bollette elettriche: alla periferia di Dublino sono stati realizzati vasti complessi che raggruppano decine di data center, i quali assorbono una quota impressionante — pari al 50% — del fabbisogno elettrico della città. Il sito di Grange Castle è uno di questi poli e ospita 25 data center di aziende quali Microsoft, Google e Amazon. Sebbene i colossi tecnologici amino promuovere un'immagine "green" sostenendo che i propri data center sono alimentati da energie rinnovabili, la crescente competizione per l'approvvigionamento elettrico ha portato, nei fatti, alla costruzione di centrali in loco alimentate a combustibili fossili per garantire la continuità della fornitura 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ad esempio, nel 2023 Microsoft ha ottenuto l'autorizzazione a costruire una centrale a gas di "backup" da 170 megawatt proprio a Grange Castle. Non si tratta di un caso isolato: i data center dipendono sempre più da fonti di energia fossile di riserva 18.

La crescente domanda di gas e l'intensa pressione esercitata dai data center sull'approvvigionamento energetico dell'Irlanda stanno spingendo il governo a investire ingenti risorse in nuove infrastrutture per i combustibili fossili – tra cui una nave rigassificatrice galleggiante per importare gas di scisto statunitense e nuove centrali a gas – compromettendo così il raggiungimento degli obiettivi climatici del Paese. E le ripercussioni non si limitano alle sole emissioni. Un nuovo studio dell'Università di Cambridge rivela che i data center per l'intelligenza artificiale generano un "effetto isola di calore dei dati", in grado di innalzare le temperature locali di 2°C in media. Ciò può comportare gravi conseguenze, in particolare nelle aree già maggiormente esposte allo stress termico, come l'Europa meridionale. I data center stanno aggravando la crisi del costo della vita: l'Irlanda è al secondo posto in Europa per i prezzi dell'elettricità per le famiglie, con un ulteriore aumento stimato tra l'8% e il 21% nei prossimi cinque anni. Per contro, i grandi consumatori di energia, inclusi i data center, vedranno ridursi le tariffe di circa il 14% grazie alla loro maggiore capacità di negoziare accordi vantaggiosi con i fornitori. Attualmente, gli operatori dei data center pagano l'elettricità la metà rispetto alle famiglie.
Molte imprese e progetti residenziali incontrano difficoltà persino a ottenere l'allacciamento alla rete elettrica a causa della domanda generata dai data center. L'autorità irlandese di regolamentazione dell'energia segnala che la centrale elettrica di Castlebaggot, originariamente destinata a servire abitazioni e altre attività commerciali, è oggi interamente assorbita dal polo di data center di Grange Castle. L'anno scorso, il Direttore Generale del Dipartimento irlandese per l'Ambiente e l'Energia ha posto un dilemma netto: "Le case o intelligenza artificiale?”.

C. Scavalcare i bisogni sociali: in Irlanda cresce la resistenza alla costruzione di data center da parte dei colossi tecnologici. Gruppi ambientalisti e comunità locali stanno presentando ricorsi contro i progetti di nuovi data center e, nel 2024, il partito "People Not Profits" ha vinto un'elezione locale basando la propria campagna sull'opposizione a queste infrastrutture. In risposta, le grandi imprese tecnologiche hanno intensificato la propria attività di lobbying, sostenute dal governo statunitense. A seguito della moratoria di Dublino e delle proposte per un divieto nazionale sui data center, i colossi del settore hanno costituito il gruppo di pressione "Cloud Infrastructure Ireland", che promuove l'installazione di generatori a gas in loco. È aumentata la pressione delle imprese affinché la moratoria di Dublino venisse revocata, con il settore che minacciava la perdita di miliardi di euro di investimenti in data center dedicati all'IA. Amazon ha esercitato pressioni dirette sul capo del governo irlandese – l'allora Taoiseach Leo Varadkar – mentre altre lobbies del settore hanno alimentato ulteriormente la pressione. E la strategia ha dato i suoi frutti.

All'inizio del 2026, il governo irlandese ha pubblicato una nuova politica sui data center denominata LEAP. Tale provvedimento pone fine alla moratoria di Dublino e consente alle grandi aziende tecnologiche di disporre di proprie reti elettriche private, una scelta che potrebbe sottrarre energia rinnovabile alla rete pubblica. Nel marzo 2026, i legali rappresentanti di grandi consumatori di energia si sono spinti oltre, sollecitando i parlamentari a riconoscere alle imprese il diritto di imporre ai proprietari la vendita dei propri immobili per la costruzione di linee elettriche private – anche a servizio dei data center – attraverso i cosiddetti ordini di esproprio (“Compulsory Purchase Orders”). Il piano LEAP ha inoltre istituito un tavolo di confronto dedicato tra le grandi aziende tecnologiche e il governo. L'organizzazione Friends of the Earth Ireland ha avvertito che il LEAP «rischia di privilegiare gli interessi del settore dei data center a scapito delle famiglie, delle imprese esistenti e degli impegni climatici dell'Irlanda».

D. Le lobby delle Big Tech fanno pressione sull'UE affinché acceleri le procedure di autorizzazione e indebolisca i diritti democratici: concedere il permesso per un complesso di data center nella contea di Kildare – un progetto estremamente energivoro da 3 miliardi di euro che consumerebbe un quarto dell'intero budget di emissioni di CO2 del settore elettrico irlandese – "non è solo una scelta politica sbagliata, è illegale", spiega l'avvocata ambientalista Natascha Hospedales. Molte delle norme violate derivano dall'UE – in particolare quelle relative alle valutazioni di impatto ambientale, agli habitat e alle risorse idriche (che incidono sulle autorizzazioni), nonché quelle su clima ed efficienza energetica. È proprio a causa di queste leggi – e della possibilità di ricorrere alla giustizia europea che esse garantiscono alle comunità interessate in caso di mancato rispetto – che le Big Tech stanno puntando a Bruxelles, con l'obiettivo di allentare le regole per l'autorizzazione dei data center. Da nessuna parte al mondo i data center rappresentano una quota maggiore del consumo di elettricità rispetto all'Irlanda, eppure un numero crescente di città e comunità locali in tutta Europa fatica a far fronte alle richieste legate alla rapida espansione di queste infrastrutture. L'International Energy Agency prevede che, entro il 2030, la domanda di elettricità da parte dei data center in Europa aumenti fino al 70%. Ciononostante, la Commissione Von der Leyen 2.0 è decisa a dare una mano ai colossi tecnologici. A partire dall'AI Action Summit tenutosi a Parigi nel febbraio 2025 – evento che ha visto la partecipazione di decine di leader governativi e dirigenti d'impresa – la Commissione ha insistito sempre più sull'importanza di "vincere la corsa globale all'IA". Poco dopo, ha lanciato il piano d'azione "AI Continent", che mira a triplicare la capacità dei data center europei nell'arco di cinque-sette anni.

Il “Cloud and AI Development Act”, atteso dalla Commissione per la fine di maggio 2026, rappresenta il pilastro di questa iniziativa corporate-friendly, volta ad accelerare l'iter autorizzativo per i data center. La Commissione ha inoltre riservato un trattamento di favore ai colossi tecnologici affinché contribuissero a plasmare il provvedimento: ha organizzato un workshop con aziende del settore tecnologico ed energetico sull'accesso all'energia per i data center nel novembre 2025 e ha invitato i vertici delle aziende tecnologiche europee ad una tavola rotonda a porte chiuse sui servizi cloud e di IA nell'UE nel marzo 2026. Le intenzioni delle grandi aziende tecnologiche sono apparse chiare: accelerare le procedure di autorizzazione, ridurre al minimo gli obblighi climatici e ambientali e indebolire la capacità delle comunità locali di opporsi ai loro progetti. Google, ad esempio, suggerisce alla Commissione di limitare la possibilità per i cittadini di contestare le autorizzazioni dei data center, citando come "best practice" il modello austriaco, che consente di opporsi al rilascio di un permesso solo a chi risiede entro un raggio di 50 metri dall'impianto. Per contrastare l'opposizione locale, l'impresa raccomanda ai governi di comunicare in modo "più efficace" l'importanza "vitale" di tali infrastrutture. Nel frattempo, Microsoft e Amazon stanno sollecitando la Commissione ad introdurre procedure autorizzative accelerate per i data center. Entrambe le imprese citano a esempio le procedure adottate in Aragona (Spagna), una regione a rischio desertificazione che lotta sempre di più con l'enorme consumo idrico ed energetico richiesto dai data center. Un gruppo che si batte contro questi impianti nella regione, caratterizzata da scarsità d'acqua, ha scelto un nome emblematico: “Tu Nube Seca Mi Río“, che si traduce in "Il tuo cloud prosciuga il mio fiume".


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Anche altri gruppi di pressione stanno scendendo in campo. Il potente gruppo imprenditoriale “European Round Table for Industry”, su sollecitazione di von der Leyen, ha fatto pressione affinché il “Clean Industrial Deal” prevedesse procedure di autorizzazione più snelle per i data center. Analogamente, la “EU Data Centre Association” ha sostenuto la stessa richiesta nell'ambito del pacchetto UE sulle reti elettriche (“EU Grids Package”), ritenendo che ciò potesse favorire la crescita del settore dei data center in Europa, garantendo un accesso sicuro e stabile alle risorse. Nel frattempo, gruppi di pressione del settore “Big Tech” come “Digital Europe” e “CCIA” sono stati invitati a un evento dedicato agli “stakeholder” sull'“Environmental Omnibus”, provvedimento che ha successivamente incluso misure per accelerare le procedure di valutazione ambientale.

E. Cosa ci sarebbe in gioco se le norme UE sulle autorizzazioni venissero stravolte? I piani della Commissione – plasmati dai colossi tecnologici – potrebbero accelerare la costruzione di data center in Europa, causando un aumento delle emissioni, scarsità idrica e bollette energetiche più salate, offrendo al contempo un’ancora di salvezza all’industria dei combustibili fossili. Le crescenti criticità in Irlanda – un vero e proprio campanello d’allarme per il settore dei data center – dovrebbero insegnare qualcosa alla Commissione: è necessario smettere di dare corsie preferenziali agli interessi delle grandi imprese. Le norme UE sulle autorizzazioni rappresentano alcune delle ultime tutele fondamentali per le risorse idriche, l’avifauna e gli habitat naturali. Eliminarle – creando sempre più scappatoie alla normativa vigente – significherebbe privare le comunità che si oppongono ai data center di un fondamentale strumento di tutela legale.

(4. Continua)

* Traduzione di Ecor.Network


Permission to pollute
EU rips up permit rules and funds dirty infrastructure

Testi di Rachel Tansey, Pascoe Sabido, Bram Vranken
Grafiche di Lucía Armiño
Editato da Katharine Ainger
Pubblicato dal Corporate Europe Observatory
Bruxelles, maggio 2026 - 28 pp.

Download: 


Note:

16) Per esempio attraverso il Clean Industrial Deal State Aid Framework.
17) Per esempio attraverso il Connecting Europe Facility.
18) Secondo il Global Energy Monitor, la capacità installata e programmata in Irlanda per le centrali a gas e diesel direttamente collegate ai data center ammonta già a 1,5 gigawatt: una quantità sufficiente ad alimentare circa 600.000 abitazioni irlandesi. Altri data center, nel frattempo, sono collegati alla rete del gas anziché alla rete elettrica.


 

22 luglio 2026 (pubblicato qui il 24 luglio 2026)