La Rivoluzione messicana aveva promesso di distribuire la terra tra coloro che la lavoravano. La riforma agraria degli anni Novanta ha tradito quel patto: ha aperto la proprietà collettiva delle campagne alla privatizzazione e, con essa, le porte all'accaparramento. Questa riforma ha favorito il Programma di Certificazione dei Diritti Ejidales (comunali) e di Titolazione dei Terreni (Procede), che ha suddiviso i terreni comunali in diverse tipologie: comuni, parcellizzati e insediamenti umani, introducendo meccanismi legali di cui approfittano attori imprenditoriali e politici dotati di maggiore potere giuridico ed economico.
Anche se storicamente le transazioni relative ai terreni ejidali e comunali esistevano già prima del Procede del 1992, la riforma ha istituzionalizzato la possibilità di privatizzare e accaparrarsi i terreni attraverso il passaggio alla piena proprietà, una figura giuridica che consente a un ejidatario di trasformare il proprio appezzamento in proprietà privata. Questa ristrutturazione ha fatto sì che la terra, un tempo intesa come bene comunale legato alla riproduzione sociale contadina, venisse considerata come un diritto individuale oggetto di transazione.
Per comprendere come sia possibile questa privatizzazione, è necessario addentrarsi nell’architettura giuridica che la riforma del 1992 ha messo in atto. Evangelina Robles, avvocata specializzata in diritto agrario, membro del Collettivo per l’Autonomia e della Rete in Difesa del Mais in Messico, lo spiega con la chiarezza di chi ha trascorso più di due decenni a difendere i territori contadini e indigeni.
«Ho vissuto in prima persona la riforma agraria di quell’anno, e uno dei timori principali era che la proprietà sociale venisse privatizzata. In realtà, ciò che ora posso constatare con il passare degli anni è che la gente ha mantenuto la terra ancora in proprietà collettiva. La proprietà sociale in Messico superava il 60%. I terreni che sono passati alla piena proprietà o alla proprietà privata erano per lo più già occupati da aree urbane o erano stati ‘inghiottiti’ dalle città».
Attualmente, secondo il Censimento agricolo e zootecnico del 2022, condotto dall’INEGI (Istituto Nazionale di Statistica e Geografia), la proprietà sociale in Messico si estende su 99,7 milioni di ettari, pari al 51% del territorio nazionale, distribuiti in 29.760 ejidos e 2.394 comunità. Queste costituiscono non solo il supporto fisico della produzione rurale, ma anche un tessuto di organizzazione sociale, culturale e politica che è sopravvissuto a secoli di trasformazioni.
In oltre due decenni di riforma agraria, il Messico ha perso solo il 9% della proprietà sociale esistente nel 1992. Tuttavia, e sebbene questo 9% possa non sembrare una cifra allarmante, negli ultimi dieci anni si è accelerato il processo di espropriazione, privatizzazione e accaparramento dei terreni di proprietà sociale. Questo processo è guidato dallo Stato messicano, che ha intensificato la speculazione e la pressione sui territori a favore di progetti immobiliari, agroindustriali ed energetici.
Nell’aprile del 2025, in un rapporto riservato a cui Ceiba ha avuto accesso, il Registro Agrario Nazionale (RAN) ha elencato le lacune della Legge Agraria che consentono a terzi di trasferire diritti agrari a persone residenti con la possibilità di diventare ejidatarios, e possano così accedere all’ejido e utilizzare terreni di uso comune o trasformarli in appezzamenti o insediamenti umani, con la possibilità di ottenere la piena proprietà, ovvero privata. Il rapporto è inequivocabile, poiché in Messico 10 persone detengono 6.697,5 ettari di proprietà sociale.
Cosa significa questo per il territorio? Evangelina spiega:
«Il “cambio di destinazione d’uso” è una delle strategie principali. L’assemblea decide di trasformare i terreni di uso comune — che prima erano di tutti — in appezzamenti. Questi appezzamenti possono poi essere venduti a privati o ad aziende. Tutto ciò rientra nella legalità, o almeno in ciò che la legge consente se vengono rispettati determinati requisiti. Ma, nella pratica, tali requisiti vengono aggirati».
Il rapporto del Registro Agrario Nazionale conferma l’interpretazione di Evangelina. Esso sottolinea esplicitamente che «il quadro normativo ha consentito che la concentrazione fondiaria si realizzi attraverso il cambio di destinazione d’uso dei terreni di uso comune in appezzamenti, le cessioni di appezzamenti e la figura della piena proprietà», e illustra il fenomeno con i dati, sottolineando che 202 persone concentrano 208.006,55 ettari in appezzamenti, mentre 209 ne concentrano 130.871,8 ettari di insediamenti umani.
Il rapporto del Registro Agrario rileva che sono stati individuati dati incoerenti. Tra le anomalie riscontrate figurano soggetti agrari con codici anagrafici apocrifi che non è stato possibile convalidare nel Registro Nazionale della Popolazione, soggetti deceduti che risultano ancora titolari di diritti attivi, appezzamenti di proprietà collettiva con un unico titolare attivo per eludere il limite di superficie e accordi assembleari che autorizzano la piena proprietà prima ancora che gli appezzamenti esistano.
Evangelina ha visto da vicino come l’agroindustria transnazionale abbia trasformato interi territori negli ultimi due decenni. Negli ejidos di San Gabriel e Sayula, a sud di Jalisco, in riva all’Oceano Pacifico, i contadini si sono storicamente dedicati alla produzione agricola di pomodori e ortaggi; tuttavia, «negli ultimi quindici anni la situazione è cambiata a favore dell’agroindustria transnazionale».
«Hanno iniziato ad affittare terreni o ad appropriarsi soprattutto dei terreni comuni che la gente considerava abbandonati, inutilizzati. Si è diffuso molto il discorso secondo cui si trattava di un deserto dove non c’era nulla. Negli ultimi quindici anni tutta questa zona si è riempita di serre transnazionali. Sono ormai più di 2.000 ettari nei comuni di San Gabriel, Tolimán e Tuxpan dedicati esclusivamente all’agroindustria».
L’espansione dell’agroindustria in Messico non è un fenomeno isolato. Mentre regioni come il nord-ovest - Chihuahua, Sonora, Sinaloa e Nayarit - si sono affermate come motore dell’agricoltura tecnificata e orientata all’esportazione, altre regioni hanno visto trasformarsi i propri sistemi produttivi tradizionali sotto la pressione di nuovi attori corporativi.
Sono tre le colture che concentrano le contraddizioni di questo modello. Il mais, base della dieta nazionale e simbolo della sovranità alimentare, è oggi il principale prodotto importato: nel novembre 2024 il Messico ha acquistato mais giallo per oltre 408 milioni di dollari, destinato quasi interamente all’industria zootecnica e non al consumo umano. L’avocado, d’altra parte, ha permesso a Michoacán e Jalisco di esportare oltre 175 milioni di dollari in un solo mese, ma a un costo che comprende la deforestazione, l’accaparramento delle risorse idriche e la violenza nei territori di produzione. Infine l’agave, che ha vissuto un boom speculativo quando il prezzo ha raggiunto i trenta pesos al chilo, si è lasciata alle spalle ejidos indebitati, terreni ipotecati e contadini che hanno firmato contratti capestro con aziende produttrici di tequila, scomparse quando il prezzo è crollato a meno di cinquanta centesimi.
La maggior parte di questa produzione viene monopolizzata da società intermediarie legate alle ABCD: Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus, aziende che controllano la maggior parte del commercio mondiale di cereali e oleaginose e operano come se fossero una clessidra: da un lato ci sono milioni di produttori sparsi; nell’altro miliardi di consumatori e, nello stretto tunnel di mezzo, ci sono loro. Sono loro a fissare i prezzi di riferimento globali, a decidere quando e a quale costo il cibo arriva nei porti messicani, a imporre le condizioni ai produttori nazionali.
In questo contesto, il settore agricolo messicano non compete: si sottomette. Quando i prezzi internazionali salgono, l’inflazione colpisce chi destina più della metà del proprio reddito all’acquisto di generi alimentari; quando scendono, i produttori locali non riescono a sostenere i propri raccolti. In entrambi i casi, la terra diventa un ulteriore bene oggetto di speculazione, e gli ejidos si trasformano in un bersaglio facile per chi cerca di ampliare le proprie catene di approvvigionamento con specializzazioni produttive che, secondo Evangelina, «hanno effetti multipli e a catena».
«Con i macchinari eliminano tutta la copertura vegetale, modificano il suolo e coltivano i propri prodotti. Tutta la diversità che c’era lì scompare al cento per cento. Non rimane nemmeno una pianta».
Evangelina ricorda un caso nell’ejido di San Isidro, sempre nello stato di Jalisco. Un tempo riceveva acqua da tre sorgenti; ora due sono nelle mani di un’azienda produttrice di avocado e la terza non ha più acqua. Alla comunità devono portare l’acqua con le autocisterne due volte alla settimana. Questo caso riflette e dimostra anche che l’agroindustria non solo accaparra acqua e terra, ma anche la possibilità di produrre cibo in modo autonomo.
«I membri dell’ejido che vivono più in alto non hanno affittato i propri terreni, ma perdono l’accesso ai propri appezzamenti perché le aziende produttrici di avocado bloccano loro le strade. Quando riescono ad accedervi a dorso d’asino, aggirando le aziende produttrici di avocado, il loro appezzamento o la loro area di uso comune è già diventata una piantagione di avocado. Le terre invase».
Negli ultimi anni è emersa un’altra forma di accaparramento ancora più subdola: l’agricoltura a contratto.
Uno di questi casi si verifica nell’ejido di San Vicente, nella penisola dello Yucatán. Imprenditori del settore dei limoni e della pitaya sono arrivati con un’offerta che non mirava alla proprietà della terra, né tantomeno al possesso formale. Hanno offerto ai contadini un compenso per coltivare il loro prodotto, assicurando che lo avrebbero acquistato, ma stabilendo che non avrebbero potuto coltivare nient’altro sul proprio territorio.
«Alle aziende non interessa più la proprietà della terra e a volte nemmeno il possesso. Ciò che le interessa sono le risorse che vi si trovano. In diversi siti web sono molto trasparenti e affermano: "La nostra prospezione in questa regione è di quindici o venti anni perché le risorse idriche, del suolo o umane potranno sostenerla solo per quel periodo”», commenta Evangelina.
Ricorda un altro caso nella regione dell’agave per la tequila, a Jalisco. Lì, quando ci fu un’impennata dei prezzi - trenta pesos al chilo -, le aziende offrirono canoni di affitto allettanti. «Prima arrivarono alcuni e dissero ai contadini: “Ti pagheremo 10.000 pesos per ettaro per affittarlo per sette anni”. A quelli, per fortuna, hanno pagato, ma poi sono arrivati altri imprenditori che hanno detto ai contadini: ‘Vi pagheremo il primo anno’, e a quelli non hanno più pagato. Coloro che erano venuti ad affittare i terreni sono scomparsi, e all’improvviso c’era già un’azienda in possesso della loro terra». Il risultato è un possesso di fatto che il diritto agrario non riesce a regolamentare.
L’avanzata dell’agroindustria e dell’agricoltura a contratto rivela un problema strutturale di fondo in Messico: l’unica alternativa per difendere la proprietà sociale è tornare all’approccio delineato da Emiliano Zapata durante la rivoluzione messicana: «la terra appartiene a chi la lavora».
Tuttavia, il panorama attuale mostra che non esistono politiche pubbliche efficaci volte a rafforzare le comunità contadine affinché ciò diventi realtà. L’unico sforzo attualmente in atto nel Paese è il programma «Sembrando Vida», avviato nel 2019.
Ma il programma, pur cercando di riattivare gli ettari con potenziale produttivo non sfruttato, partendo dalla produzione contadina individuale e operando a livello familiare, per Evangelina significa lo smantellamento degli spazi collettivi. Il contributo economico di 6.000 pesos al mese previsto dal programma viene erogato individualmente a ciascun produttore, non all’assemblea ejidale o comunale.
«La frammentazione dei sostegni all’agricoltura è stata un duro colpo per le comunità e gli ejidos. Il problema non è da poco, poiché hanno deciso di dare il denaro uno per uno a ciascun membro dell’ejido invece che all’assemblea. A quanto pare, la motivazione era quella di evitare la corruzione, ma la questione non finisce qui, poiché il fenomeno persiste comunque. Quello che è certo è che stanno mettendo fine agli spazi di discussione e di organizzazione collettiva dei contadini. Stanno smantellando le loro assemblee, poiché non c’è più alcun motivo per cui si riuniscano. Hanno tolto forza alle assemblee».
L’assemblea ejidale è l’organo supremo dell’ejido, dove si costruisce la collettività, si decidono le sorti del territorio e si distribuiscono le risorse. È uno spazio conteso. Individualizzando gli aiuti, riflette Evangelina, lo Stato indebolisce quella struttura che potrebbe resistere all’accaparramento e, inoltre, non esiste un percorso chiaro che indichi come evitarlo.
«È molto difficile per lo Stato messicano realizzare dei cambiamenti. Dovrebbe cambiare completamente la propria politica e smettere di finanziare l’agroindustria transnazionale. Ma abbiamo le mani legate da tutti i trattati firmati a livello internazionale che riguardano il commercio». Cita due esempi che mettono a nudo le contraddizioni del modello:
«Nel 2013 sono state trovate 273 persone in condizioni di schiavitù in aziende agroindustriali nel sud di Jalisco. L’azienda è arrivata, ha trovato delle persone che ha messo al lavoro senza retribuzione e, inoltre, ha invaso le loro terre. Quando il caso è venuto alla luce, è intervenuto il governo federale ma, invece di sanzionare l’azienda, le ha concesso 10 milioni di pesos per porre rimedio alla situazione e migliorare le condizioni dei suoi dipendenti. Come può tutto questo non essere un affare se si invadono le terre, se non si pagano le concessioni idriche, se si ricorre al lavoro schiavo e, per di più, si ricevono sussidi?”.
Il secondo esempio è una storia lunga e complessa.
La storia ha inizio il 23 agosto 1939, quando il presidente Lázaro Cárdenas del Río firmò un decreto presidenziale che assegnava all’ejido di San Isidro 536 ettari. Ma l’attuazione del decreto rimase incompleta: i contadini ricevettero solo 256 ettari. I restanti 280, corrispondenti a un’antica tenuta, furono ceduti ad altri nuclei agrari attraverso una serie di trasferimenti e vendite apocrife che, col tempo, portarono al loro acquisto nel 1994 da parte di Nutrilite, una divisione della multinazionale statunitense Amway, di proprietà della famiglia DeVos (la stessa di Betsy DeVos, segretaria all’Istruzione durante il primo mandato di Donald Trump).
Per decenni, molti contadini ridotti in povertà dalla mancanza di terra hanno dovuto lavorare come braccianti proprio nei campi che un tempo appartenevano a loro. Ciononostante, hanno continuato a portare avanti la loro battaglia legale. Nel 2017 hanno presentato una denuncia presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite, dove sono riusciti a dimostrare che Amway-Nutrilite aveva violato i diritti umani dei contadini alla proprietà, all’acqua, alla dignità, alla libera circolazione e al territorio. Già nel 2012 il Tribunale Permanente dei Popoli aveva ricevuto una denuncia relativa all’impatto ambientale dell’azienda: inquinamento idrico, danni alla salute, casi di cancro e insufficienza renale nella regione.
La battaglia legale ha dato i suoi frutti. Nell’aprile del 2022, il Segretariato per lo Sviluppo Agrario, Territoriale e Urbano (Sedatu) ha ordinato l’esecuzione integrativa del decreto presidenziale del 1939. Il 30 giugno dello stesso anno, le autorità federali hanno avviato la delimitazione dei 280 ettari per restituirli all’ejido. Dopo quattro generazioni, i contadini hanno recuperato il territorio che era stato loro sottratto. Il piano era quello di trasformare quell’area in «un appezzamento collettivo, un progetto di ripristino ambientale delle zone dei torrenti», un’alternativa all’agroindustria.
La reazione di Amway fu quella di presentare una controversia ai sensi delle norme del Trattato di libero scambio del Nord America (NAFTA), chiedendo allo Stato messicano un risarcimento di quasi 3 miliardi di dollari per l’espropriazione dei propri investimenti. L’azienda sosteneva che il Messico avesse espropriato terreni privati senza un equo indennizzo.
Nel gennaio 2026, un tribunale internazionale ha respinto la causa. La decisione è stata di natura tecnica ma categorica: le norme commerciali in base alle quali Amway aveva presentato il proprio ricorso non erano più in vigore, poiché il NAFTA era stato sostituito dal T-MEC nel 2020. Il tribunale non solo ha respinto i miliardi di dollari richieti dall’azienda, ma l’ha anche condannata a pagare circa 1,3 milioni di dollari a copertura delle spese legali e di arbitrato sostenute dallo Stato messicano.
«L’azienda, che secondo l’atto di compravendita ha acquistato i terreni “sapendo che appartengono al regime ejidale”, ha presentato tre ricorsi a difesa e una controversia nell’ambito del trattato di libero scambio», ha spiegato Evangelina. «Immagina lo Stato messicano: cosa può fare contro tutto questo? Se decide di non concedere investimenti alle multinazionali o di recuperare e rafforzare gli ejidos e le comunità, le aziende si scaglieranno contro lo Stato».
Nonostante il quadro cupo, ci sono motivi di speranza. Quella speranza, dice Evangelina, risiede nella proprietà sociale della terra. «Non è solo un pezzo di terreno che coltivi e che ti dà qualcosa. Non è una merce. È in realtà il territorio in tutto il significato ampio o integrale del termine. È lo spazio in cui le comunità indigene, contadine o rurali possono svilupparsi come popoli».
Quel territorio, spiega, «non è composto solo da appezzamenti produttivi, ma da un sistema complesso che riproduce la vita: foreste, foreste basse decidue, semideserti dove si rigenerano l’acqua, la flora, la fauna, la biodiversità. Si riproduce la vita per tutte e tutti».
La difesa della proprietà sociale, sostiene, è una conquista della Rivoluzione messicana che oggi risulta più attuale che mai.
→ Originale in
spagnolo tratto da Biodiversidad sustento y culturas N° 128.
* Traduzione di Marina Zenobi per Ecor.Network