*** ECUADOR ***

Affrontando un'equazione perversa TLC/Canada + FMI + Catasto minerario = estrattivismo sfrenato

di Alberto Acosta, Carlos Zorrilla, Pocho Álvarez


«A volte mi chiedo se il mondo
sia governato da persone intelligenti
che ci prendono in giro
oppure da imbecilli
che parlano sul serio»
.

Mark Twain


Il governo di Daniel Noboa cerca, fin dalle sue origini, di concretizzare l’apertura del catasto minerario. Dopo diversi annunci falliti, ora sembra proprio che ci riuscirà. Ci sono diversi segnali che anticipano questo obiettivo, atteso da tempo dai sostenitori dell’attività mineraria. Per raggiungerlo, il governo dell’Ecuador cerca di trasformare la suddetta apertura in uno strumento tecnologico per modernizzare — cioè accelerare — l’assegnazione delle concessioni, sostenendola contemporaneamente con modifiche normative. 

Un grande passo in questa direzione è stato compiuto con l’approvazione della “Legge organica per il rafforzamento dei settori strategici dell’industria mineraria e dell’energia”, nel marzo di quest’anno. A ciò si aggiunge il Trattato di libero commercio (TLC) firmato con il Canada lo scorso 24 luglio, che include — secondo gli autori, in modo incostituzionale — nel Capitolo 15 il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato e introduce strumenti come l’arbitrato d’emergenza, per proteggere gli investimenti delle imprese straniere, non soltanto canadesi.

Vanno inoltre considerate le pretese di Washington, che dà priorità ai progetti di estrazione di minerali convenzionali e strategici, così come il famelico interesse minerario della Cina. È evidente che la recente visita del presidente Noboa in Cina, tra gli altri obiettivi, è motivata anche da interessi minerari, nel quadro del TLC già in vigore con quel Paese. Nel mese di settembre, inoltre, si terrà la sesta revisione dell’accordo con il FMI (SAF 2024-2025), che tra le altre condizioni richiede la riapertura del catasto minerario. A completare questa equazione ci sono i finanziamenti concessi dalla Banca Interamericana di Sviluppo (BID) per rendere possibili i progetti estrattivi. 

In questo modo, come risultato di questa somma di fattori, si vuole stabilire delle “regole chiare” affinché l’attività mineraria si radichi sempre più in Ecuador. Parallelamente, attraverso accordi sugli investimenti — spesso collegati ai TLC — si proteggeranno sempre di più gli investimenti minerari, soprattutto quelli su larga scala.

Un elemento centrale di questa costruzione si trova nel TLC con il Canada, paese che funziona come una sorta di stato minerario. È considerato il top mondiale dell’industria mineraria. Vi avrebbero sede la maggior parte delle imprese minerarie del mondo. Lo Stato canadese le sostiene attivamente attraverso la propria diplomazia mineraria. Le borse valori, come la Toronto Stock Exchange, e i quadri legislativi assicurano l’espansione nazionale e internazionale di questa attività estrattiva.

In Canada l’attività mineraria gode di un accesso al territorio praticamente illimitato. È un sistema che si è consolidato circa 150 anni fa. Le imprese acquisiscono diritti minerari semplicemente delimitando fisicamente il territorio, che viene poi registrato come concessione mineraria. Con i titoli in mano ottengono diritti duraturi per le attività di esplorazione e sfruttamento. I proprietari dei terreni sono obbligati a consentire l’ingresso e l’attività delle imprese minerarie. Successivamente possono essere richiesti altri requisiti, come la pianificazione e, se va bene, una verifica pubblica. Naturalmente esistono normative diverse nelle varie province e territori del Canada, ma la sostanza è simile. I titoli minerari sono quasi inalienabili: soltanto l’ente federale responsabile del territorio ha il potere di confiscare le concessioni, quando ritiene che il territorio possa essere utilizzato meglio per un progetto di pubblica utilità; un potere che non viene esercitato da diversi decenni.

Gli studi di impatto ambientale e gli obblighi di ripristino sono scarsi, quando non del tutto assenti. Questo ha portato a un enorme numero di miniere abbandonate: più di diecimila!. Migliaia di ettari sono ricoperti di rifiuti che producono drenaggio di acido minerario. Ciò provoca gravi conseguenze sull’acqua, sulla fauna e sulla flora di questi ecosistemi. L’acqua acidificata danneggia inoltre laghi e fiumi a causa dei metalli presenti nelle rocce. Tutto questo, naturalmente, provoca gravi problemi ambientali, con costi di bonifica altissimi e una possibilità di ripristino quasi sempre impossibile: per questo, in molti casi, il semplice abbandono diventa la norma… 

Facciamo un confronto. Nell’enorme territorio canadese, con quasi 9 milioni di chilometri quadrati, ci starebbe — parlando in senso figurato — circa 40 volte l’Ecuador. È il momento di porsi alcune domande, o almeno delle ipotesi. Se in quel Paese, con un potenziale minerario così grande e con una normativa relativamente permissiva, perché le sue imprese sono tanto determinate a estendere i propri tentacoli in tutto il mondo? Ricordiamo quali aziende canadesi guidano progetti estrattivi in diversi continenti. In Ecuador sono state o sono presenti nei più grandi progetti minerari: Mirador e Fruta del Norte (provincia di Zamora Chinchipe), Intag (Imbabura), Cangrejos (El Oro), El Domo (Bolívar), La Plata (Cotopaxi), Warintza (Morona Santiago), Loma Larga e Ruta del Cobre (Azuay). 

Possibile risposta: sarà forse che lì hanno compreso la gravità dei danni provocati dall’attività mineraria, con una società civile sempre più impegnata nella difesa dei propri territori? Deve incidere fortemente anche il fatto che in questo “stato minerario” operano molte compagnie di altre nazionalità, che sfruttano le normative esistenti e realizzano profitti nei mercati finanziari canadesi, dove la speculazione è una delle fonti più redditizie del capitale minerario.

Come diceva Karl Marx, citando il banchiere inglese J. W. Gilbart (The History and Principles of Banking, 1834), «tutto ciò che facilita gli affari facilita la speculazione: le due cose, in molti casi, sono così interconnesse che è difficile dire dove finisca l’affare e inizi la speculazione». E il settore minerario, infatti, si fonda su un sistema di speculazione permanente, sfruttando la rendita della Natura e i profitti ottenuti da questo tipo di attività.

In tutto questo contesto, il governo canadese promuove una diplomazia mineraria, attraverso diversi strumenti, come la firma di trattati di libero commercio e di investimento destinati a proteggere le proprie imprese minerarie all’estero.  In sintesi, sotto la protezione di un trattato di libero commercio — che, come ben sappiamo, secondo gli autori non è né veramente libero né riguarda soltanto il commercio — si vuole aprire ancora di più la porta all’estrattivismo minerario nel nostro Paese. Un progetto sostenuto dalla politica economica che guida il governo Noboa, subordinato alle condizioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che gli autori definiscono un “cavallo di Troia” degli interessi del capitalismo, siano essi imprenditoriali, finanziari o tecnologici.

Ed è così che, indorato con un linguaggio di inclusione e modernità, oltre che con l'uso strumentale del cosiddetto libero commercio, vengono limitate l’autonomia dello stato negli acquisti pubblici e quella relativa ai brevetti dei medicinali, vengono danneggiate le conoscenze ancestrali e vengono introdotte norme lavorative e ambientali che perseguono un obiettivo finale: mantenere i nostri paesi come economie esportatrici di materie prime, sacrificando non solo la Natura e le comunità, ma anche la possibilità di costruire economie e società più autonome e libere, fondate sull’equità sociale ed ecologica. 

Risulta chiaro inoltre, che nel suddetto TLC viene introdotto il già proibito arbitrato internazionale, accompagnato da un sistema di arbitrato d’emergenza, che permetterebbe, attraverso misure cautelari, di mantenere inalterate le attività delle imprese minerarie, che continuerebbero a trarre profitto dallo sfruttamento delle ricchezze nazionali. In questi meccanismi d’emergenza, la sede per le controversie internazionali viene stabilita di comune accordo tra le parti; in assenza di accordo, è il tribunale a determinarla, a condizione che si trovi in uno stato parte della Convenzione di New York.  Alla fine, con un TLC di questo tipo, che deve ancora essere sottoposto all’approvazione della Corte Costituzionale, si fa tabula rasa della volontà popolare.

Non solo gli arbitrati internazionali sono stati respinti in massa nel referendum del 21 aprile 2024, ma la Costituzione vigente, quella di Montecristi, approvata alle urne nel 2008 e nuovamente ratificata tramite voto popolare nel 2025, vieterebbe espressamente tali arbitrati. Questa manifestazione diretta della volontà sovrana del popolo sarebbe superiore a qualsiasi decisione della Corte Costituzionale, come il Parere n. 5-21-TI/21 del 30 giugno 2021, con il quale — secondo loro — si sarebbe tentato di manipolare la Costituzione in un atto di subordinazione politica al governo del banchiere Guillermo Lasso.  D’altra parte, in conformità al principio di supremazia della Costituzione, stabilito dall’articolo 425, la Carta Costituzionale è superiore ai trattati e agli accordi internazionali: la Costituzione è la norma suprema e prevale su qualsiasi altra norma dell’ordinamento giuridico. Pertanto, le norme e gli atti del potere pubblico devono essere conformi alle disposizioni costituzionali; in caso contrario, non hanno efficacia giuridica. 

La questione è ancora più complessa in Ecuador, dove le istituzioni statali sono deboli e la legislazione mineraria favorisce apertamente le imprese: generosi incentivi fiscali, requisiti lavorativi minimi e controlli ambientali ridotti, a fronte di una scarsa verifica effettiva di ciò che accade nei progetti. A questa debolezza si aggiunge un problema pratico e poco discusso: gli enti statali incaricati di controllare e vigilare sull’attività mineraria soffrono di una grave carenza di personale tecnico qualificato, necessario per garantire il rispetto rigoroso del quadro costituzionale e legislativo.  I diritti e le garanzie stabiliti dalla Costituzione, compresi i Diritti della Natura e i Diritti Umani collettivi delle comunità, dei popoli e delle nazionalità, devono essere la base di qualsiasi accordo internazionale. In nessun caso si può compromettere il patrimonio naturale e, in particolare, l’acqua e la biodiversità, il tessuto sociale e l’identità culturale delle comunità.

È necessario garantire la conservazione della biodiversità, dei sistemi di aree protette, degli ecosistemi fragili e minacciati, delle zone intangibili, del diritto all’acqua e della biosfera: in definitiva, dell’equilibrio ecologico in tutto il territorio nazionale, senza però compromettere la giustizia sociale.  Tutto questo impegno per proteggere la vita richiede non solo di rispettare, ma anche di rafforzare i meccanismi di controllo e di partecipazione popolare. Ciò significa rispettare i risultati delle consultazioni popolari che hanno fermato l’attività mineraria nell’Azuay e nel Distretto Metropolitano di Quito, così come lo sfruttamento petrolifero nello Yasuní. Ovviamente, sarà necessario dare un contenuto effettivo alla parte dedicata ai popoli originari presente nel Trattato, pretendendo finalmente il rispetto reale ed effettivo delle consultazioni previe, libere e informate, sia quelle relative ai popoli sia quelle ambientali, con i relativi consensi, come stabilito dalla Costituzione dell’Ecuador, agli articoli 57.7 e 398.

È importante inoltre sottolineare, per rafforzare il valore di queste consultazioni, che gli articoli 424 e 426 stabiliscono che gli strumenti internazionali sui diritti umani, ratificati dallo Stato, prevalgono anch’essi sulle azioni e sulle norme del potere pubblico.  Infine, in Ecuador e anche in Canada, questo TLC deve essere discusso e approvato dai rispettivi parlamenti. È quindi necessario mobilitare la società civile dei due paesi. È urgente costruire una grande alleanza che affronti ciò che questo TLC minaccia, nel mettere gli interessi delle imprese minerarie al di sopra del diritto all’acqua e alla vita delle comunità, come afferma Maude Barlow, attivista e autrice canadese, fondatrice del progetto Blue Planet e cofondatrice del Council of Canadians: una richiesta che si sta diffondendo in molti settori della società civile canadese. 
 

NB: Gli autori precisano che anche la Cina ha messo gli occhi sull’Ecuador e che questo tema è presente nell’agenda della recente visita di Noboa nel Paese asiatico. Due progetti con capitale cinese hanno contratti da rinegoziare: Cascabel, passato alla cinese Jiangxi Copper nel marzo 2026, cerca un’integrazione contrattuale, il cui punto critico riguarda la produzione di energia da parte della compagnia mineraria; Mirador, gestito da Ecuacorriente — filiale del gruppo cinese CRCC-Tongguan — ha rinviato la propria espansione per una trattativa simile. La Cina è inoltre un importante mercato per il rame ecuadoriano: aziende cinesi controllano due dei maggiori progetti di rame del Paese. Questi interessi minerari, così come altre questioni, devono essere considerati nel quadro dell’enorme debito estero dell’Ecuador nei confronti della Cina, che continua a pesare e a condizionare il margine di negoziazione dell’Ecuador. 


Originale in  spagnolo QUI

* Traduzione di Giorgio Tinelli per Ecor.Network


 

31 agosto 2026 (pubblicato qui il 01 settembre 2026)