*** Prima Parte ***

Dibattiti sulla decrescita: perché non smettiamo di crescere?/1

di Marga Mediavilla


All'interno del movimento per la decrescita, negli ultimi mesi si sta sviluppando un proficuo dibattito di andare oltre le diagnosi riguardo la necessità della decrescita (già ampiamente dimostrata) e iniziare a pensare come rendere realtà nella sfera politica
1 questa spirale discendente controllata e desiderabile. Gran parte di questo dibattito può essere seguito sulla rivista 15/15/15, che si è rivelata uno scenario privilegiato, ospitando numerosi apporti originali, oltre a molti altri ripubblicati e tradotti dall'inglese.

Uno degli articoli più recenti pubblicati è quello di Anna Gregoletto Bettin e Mark H. Burton2, che riassume le posizioni di questo dibattito in due correnti principali: l'Ecosocialismo (rappresentato da autori come Jason Hickel3, Kohei Saito4 e Jorge Riechmann5) e la Prospettiva Pluriversale (dall'articolo di Vincent Liegey, Anitra Nelson e Terry Leahy6). Gregoletto e Burton propongono una Sintesi Anadialettica che mira a unire entrambe le posizioni (una posizione simile è sostenuta da D. Gasparro e D. Vico7, così come da Vlad Bunea8). Nel frattempo, Ted Trainer9, sostenitore della Via della Semplicità, critica questi movimenti per non essere consapevoli della portata delle necessarie riduzioni dei consumi, sulla stessa linea di Carlos de Castro10 e di Manuel Casal11.

Nella tabella seguente riassumo le idee più rilevanti di questi autori, aggiungendo anche i principali contributi di questo articolo.


                                                


Tutti questi dibattiti sono molto arricchenti, ma credo che dobbiamo approfondire ulteriormente e andare oltre. Credo che, in questo momento, dovremmo riflettere molto seriamente sulla nostra incapacità di decrescita.

È stato ampiamente dimostrato che la crescita non sta aumentando il nostro benessere. Anzi, causa gravi problemi ambientali e, in ogni caso, prima o poi dovrà essere arrestata a causa dell'esaurimento delle risorse. Eppure, tutta questa consapevolezza non diminuisce il desiderio di crescita di paesi, individui e imprese. Cosa ci spinge a continuare a crescere?

I diagrammi della Dinamica dei Sistemi sono strumenti specificamente progettati per analizzare comportamenti patologici come le dipendenze o le inerzie stagnanti. Pertanto, in questo testo, ne utilizzo alcuni per analizzare la dipendenza dalla crescita di questa società e – in anticipo – chiedo un po' di pazienza ai lettori che non hanno familiarità con questi strumenti.

Questi diagrammi ci aiutano a identificare legami di ri-alimentazione che sono comportamenti che tendono a rinforzarsi e a riprodursi automaticamente, a causa delle relazioni che creano. Le frecce in questi diagrammi rappresentano le relazioni di causa-effetto tra le variabili. Il segno "+" indica una relazione diretta: l'aumento della prima aumenta la seconda; il segno "-" indica una relazione inversa: un aumento della prima diminuisce la seconda. Parliamo di legami di rialimentazione quando si presenta una catena chiusa di relazioni causa-effetto. I legami sono rinforzanti quando tutte le frecce al loro interno sono dirette: il legame diventa un meccanismo che rinforza progressivamente il comportamento. Al contrario, se esiste una relazione inversa, la struttura tende a mantenere l'equilibrio e si converte in un meccanismo stabilizzante. Due relazioni negative in un legame si compensano, dando luogo a una relazione positiva.
 

Economia orientata ai bisogni umani

Un'economia pensata per soddisfare i bisogni umani potrebbe essere considerata l'ideale economico della Decrescita. Le comunità locali autosufficienti che propone La Via della Semplicità, ad esempio, sono economie di questo tipo. La Figura 1 illustra il comportamento di base di queste economie: i bisogni vengono comparati con la produzione di beni e, in caso di deficit, si avrà una crescita che aumenti la produzione. Quando si produce in eccesso, rispetto al fabbisogno, allora la produzione diminuirà fino ad adeguarsi alla domanda.

Possiamo osservare che questa struttura crea una catena chiusa di relazioni causali con due segni positivi e uno negativo, il che significa che il ciclo risultante è stabilizzante. La produzione tende ad adattarsi ai bisogni umani, che sono determinati a seconda delle dimensioni della popolazione.

Le economie tradizionali a base agraria seguono generalmente questo schema. In queste società, la produzione si basa fondamentalmente sul lavoro umano, il che significa che la crescita, al di là dei bisogni primari, comporta un costo che le persone raramente sono disposte a sostenere. Questo porta al comportamento illustrato nella
Figura 1: si tratta di economie stabili e, pertanto, capaci di essere sostenibili e di adattarsi alla capacità di carico del loro ecosistema senza sovrasfruttarlo.

 

Dilatazione dei bisogni: benefici

L'economia capitalista non si adatta ai bisogni, ma tende piuttosto ad aumentare sempre di più la produzione. A mio avviso, il meccanismo che più chiaramente favorisce questo fenomeno è rappresentato nella Figura 2 e si basa sul ben noto affanno di profitto.

Nella Figura 2 i bisogni non sono costanti12, ma sono dilatati artificialmente. Ciò è dovuto ai benefici imprenditoriali: le imprese hanno interesse ad aumentare la produzione perché i loro benefici sono proporzionali alla quantità di prodotto venduto, e questo le incoraggia a gonfiare artificialmente la domanda dei consumatori attraverso ogni tipo di pubblicità.

Questo comportamento si autoalimenta, creando un circolo vizioso in cui tutti i segni sono positivi: maggiore produzione porta a più domanda, e maggiore domanda porta a maggiore produzione. Ciò si traduce in una sorta di automatismo sociale che ci vincola a una crescita senza fine.

Alcuni ecosocialisti, come Saito e Hickel, parlano di applicare misure volte a impedire la speculazione e la pubblicità, privilegiando i settori essenziali. Queste misure mirano a impedire che il bisogno venga dilatato e – in linea di principio – sarebbero appropriate, perché cercano di orientare l'economia verso un modello come quello illustrato nella Figura 1. Un'altra misura da loro proposta è quella di favorire i settori con un minore impatto ambientale (ad esempio, orientando gli investimenti, come suggerisce Hickel): anch'essa – fondamentalmente – sarebbe una misura interessante, perché indebolirebbe la relazione tra produzione e pressione sulla biosfera.

Tuttavia, come illustrato nella Figura 2, tutte queste misure peccano in un aspetto essenziale: non interrompono il circolo vizioso. Finché i profitti aziendali rimarranno proporzionali alla produzione di beni, continueranno ad esserci soggetti interessati ad aumentarla sempre di più, a prescindere dagli sforzi profusi per indirizzarla verso determinati settori o altri ancora. Se ci sono attori che traggono vantaggio dall'aumento delle vendite, sarà anche molto difficile vietare la pubblicità o la speculazione senza ricorrere a misure autoritarie. Finché non si riuscirà a rompere questo circolo vizioso che incentiva la produzione oltre la domanda, sarà difficile arrestare la crescita.

Le dinamiche di crescita illustrate nella Figura 2 cesseranno di avere effetto – com'è logico – quando appariranno forti restrizioni energetiche, materiali o di manodopera, che limiteranno drasticamente la produzione (freccia nera nella Figura 2). Tuttavia, queste limitazioni devono essere molto severe per avere un impatto: non appena si creerà un margine di crescita, il circolo vizioso si riattiverà, portando alla crescita di alcuni settori, classi sociali o paesi, mentre altri saranno emarginati.
Per liberarsi da questo automatismo, è necessario modificare le relazioni di causa-effetto che lo generano. Un modo per farlo è recidere il legame tra produzione e profitto (indicato con le forbici nella
Figura 2), il che significherebbe cercare modalità di scambio di beni e servizi in cui i profitti dei partecipanti non siano proporzionali alla produzione.

Riusciremmo a immaginare un'azienda che viene pagata semplicemente per essere disponibile a fornire un bene o un servizio, senza ricevere alcun beneficio per la produzione di una maggiore quantità? Questo è il comportamento normale dei servizi propri dei vigili del fuoco, della polizia o dei servizi sanitari, che non vengono pagati di più quando ci sono più incendi o più malattie. Anche le cooperative che provvedono a beni e servizi per i propri soci, tendono a operare secondo questa logica.

Potremmo applicare un concetto simile ad altri settori produttivi? Quali effetti negativi potrebbe avere questa misura? Non possiamo ignorare il fatto che un'impresa i cui profitti non sono legati alle vendite, può tendere facilmente a peggiorare la qualità del suo prodotto, qualora non disponesse di efficaci misure di controllo da parte della cittadinanza.

Dall'altra parte, è possibile che il ciclo illustrato nella Figura 2 possa interrompersi in altri punti. Possiamo utilizzare misure economiche come tasse, investimenti o costi del lavoro per interrompere questo circolo vizioso?

(1. Continua)
 

→ Originale in  spagnolo, tratto da  - Pubblicato in precedenza in  inglese su Degrowth UK.

*  Margarita Mediavilla-Pascual è docente presso il Dipartimento di Ingegneria dei Sistemi e Automazione dell'Università di Valladolid. È membro del Gruppo di Ricerca su Energia, Economia e Dinamica dei Sistemi (GEEDS http://www.geeds.es) e conduce ricerche altamente interdisciplinari basate sulla Dinamica dei Sistemi. 
** Traduzione di Ecor.Network

 


Note:

  1.  Gran parte di questo dibattito può essere seguito sulla rivista 15/15\15  https://www.15-15-15.org/webzine/en/ , che ha rappresentato una piattaforma chiave, con articoli originali e ristampe in inglese e spagnolo.

  2.  Minority influence: how can degrowth step up? Anna Gregoletto Bettin y Mark H. Burton. DegrowthUK, October 2025. https://degrowthuk.org/2025/10/29/minority-influence-how-can-degrowth-step-up/

  3.  Intervista a Jason Hickel: “Degrowth is a gateway into socialist thought for the 21st century” The BREAK—DOWN August 2025. https://breakdownjournal.substack.com/p/interview-with-jason-hickel-degrowth-a84 . On degrowth politics and strategy, Degrowth.info, November 2025 https://degrowth.info/en/blog/on-degrowth-politics-and-strategy

  4.  Saitō, Kōhei (2024). Slow Down. The degrowth manifesto (Brian Bergstrom, Trad.). Astra House. Degrowth needs to learn from communism. Green European Journal. Kohei Saito, October 2023. https://www.greeneuropeanjournal.eu/wp-content/uploads/pdf/kohei-saito-degrowth-needs-to-learn-from-communism.pdf .

  5.  Ecosocialismo descalzo Tentativas. Jorge Riechmann Fernández, Emilio Santiago Muiño, Adrián Almazán Gómez, Carmen Madorrán Ayerra. Icaria Editorial, 2018.

  6.  Debating degrowth: A response to Jason Hickel. Vincent Liegey, Anitra Nelson y Terry Leahy Degrowth.info, September 2025. https://degrowth.info/en/blog/debating-degrowth-a-response-to-jason-hickel

  7.  Neither the either nor the or: for a sideways degrowth. Donatella Gasparro, Daniele Vico. Degrowth.info, October 2025. https://degrowth.info/en/blog/neither-the-either-nor-the-or-for-a-sideways-degrowth

  8.  A political strategy for degrowth. Vlad Bunea. Economy for life. December 2025. https://vladbunea.substack.com/p/a-political-strategy-for-degrowth

  9.  Comments on the critique of Jason Hickel by Liegey, Nelson and Leahy. Ted Trainer. 15/15\15 https://www.15-15-15.org/webzine/2025/12/11/comments-on-the-critique-of-jason-hickel-by-liegey-nelson-and-leahy/ . A (friendly) critique of the Degrowth movement. Ted Trainer, 15/15\15, May 2024. https://www.15-15-15.org/webzine/2024/02/05/a-friendly-critique-of-the-degrowth-movement-an-outline/ https://thesimplerway.info/DEGROWTHCRIT.pdf

  10.  Con el 10% de la energía no basta. Carlos de Castro. Revista 15/15\15 marzo 2016. https://www.15-15-15.org/webzine/2026/03/02/con-el-10-de-la-energia-no-basta/

  11.  La izquierda ante el colapso de la civilización industrial. Manuel Casal Lodeiro. La oveja roja, 2016. CDRCs: A proposal concerning work, resilience, and the repopulation of the countryside. Manuel Casal Lodeiro, 15/15\15, June 2024. https://www.15-15-15.org/webzine/2024/06/09/cdrcs-a-proposal-concerning-work-resilience-and-the-repopulation-of-the-countryside/

  12. Li chiamiamo “bisogni percepiti” per differenziarli dai “bisogni umani” fondamentali della Figura 1.


 

25 maggio 2026 (pubblicato qui il 26 maggio 2026)