*** Segnalazione/Report ***

Diritto non crimine. Il diritto a difendere l'ambiente e i territori ai tempi dei decreti sicurezza

di Rete in Difesa Di e Osservatorio Repressione

 


DIRITTO NON CRIMINE.
Il diritto a difendere l’ambiente e i territori ai tempi dei decreti sicurezza

a cura di Francesco Martone e Osservatorio Repressione
Pubblicazione realizzata nell'ambito del progetto P.E.A.C.E. (Protect Eco Activism and Civil Engagement)
Maggio 2026, 84 pp.

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È liberamente scaricabile online la seconda edizione di “DIRITTO NON CRIMINE. Il diritto a difendere l’ambiente e i territori ai tempi dei decreti sicurezza”, una pubblicazione di In Difesa di …a cura di Francesco Martone e Osservatorio Repressione. Attraverso i contributi di numerosi autori e autrici, “Diritto non crimine” racconta la stretta autoritaria in corso contro movimenti ecologisti, attivistə e comunità resistenti, ma anche le pratiche di solidarietà e resistenza che continuano ad attraversare i territori.

Si tratta di un volume molto ricco, diviso in quattro sezioni:

Nella prima parte, l'avvocato Antonello Ciervo, dei Giuristi Democratici, ripercorre le politiche securitarie del governo Meloni, e i loro costi sociali occulti, dalla c.d. “legge Sangiuliano” al “Decreto legge sicurezza”. L’avvocata Paola Bevere si concentra sui processi pendenti nei confronti degli attivisti climatici in Italia, passando in rassegna sentenze e orientamenti della magistratura. Gilberto Pagani, avvocato del Legal Team Italia, prende in esame l’uso abnorme delle misure di prevenzione, e in particolare dei fogli di via. Livio Pepino, di Volere la Luna, si sofferma sulla repressione economica: multe, sanzioni amministrative e risarcimenti.

La seconda parte è dedicata alle reazioni internazionali a fronte della criminalizzazione dell’attivismo in Italia. Francesco Martone (In Difesa di …) ce ne offre una panoramica, a partire dai rilievi dell’Osce-Odhir sul disegno di legge 1236, per continuare con le comunicazioni del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, della Relatrice speciale Onu sul diritto alla libertà di associazione, e della Relatrice Speciale Onu sui difensori dei Diritti Umani.
La sezione riporta un estratto delle Linee-guida sul diritto alla protesta ambientale pacifica e la disobbedienza civile, redatte da Michel Forst, Relatore speciale dell’Onu per i difensori dell’ambiente presso la Convenzione di Aarhus.

La terza parte raccoglie una miscellanea di contributi su una serie di temi importanti, dal diritto alla resistenza, trattato da Livio Pepino, al testo di Emanuele Leonardi e Alberto Manconi, sull’emergere di una convergenza eco-sociale capace di collegare la critica al riarmo con temi del lavoro, dell’ambiente e dell’opposizione al genocidio in Palestina. Sempre nella terza sezione, Dana Lauriola fa il punto sulla resistenza in Val di Susa, e su un movimento che trova nell’amore per la Terra la base comune di vicinanza, condivisione e solidarietà con la lotta in Palestina. Seguono le corrispondenze da Vicenza sulla lotta per la difesa dei boschi Lanerossi e Ca’ Alte, e da Messina contro l'operazione coloniale e speculativa del Ponte sullo Stretto e le misure repressive che l’accompagnano. La Campagna Per il Clima Fuori dal Fossile ci aggiorna sull’avanzare, attraverso le zone appenniniche dell’Italia centrale, del gasdotto Linea Adriatica Snam, con il suo portato di devastazione e di rischio, in una delle aree a maggior attività sismica della penisola. Chiude la sezione il nostro contributo, come Ecor.Network, “No climate justice on occupied land. I movimenti per la giustizia climatica e l’ecocidio in Palestina”.

Nella quarta parte, Extinction Rebellion e Ultima Generazione descrivono le svariate forme che assume la repressione nel tentativo (inutile) di fermare le azioni dei movimenti contro le politiche climalteranti, contro l’industria e la finanza fossile, contro la macchina bellica e il genocidio a Gaza.

A conclusione, la postfazione di Marica di Pierri (A Sud) rilegge il tentativo di controriforma della Giustizia, fermato dal NO al referendum, come un ulteriore passaggio verso la restrizione dello spazio civico e di agibilità del dissenso.

Illustrano il volume le immagini tratte da “A ONOR DEL NERO. Un racconto per immagini della lotta Notav”, di Andrea Tedone.


Riportiamo di seguito le due introduzioni di Francesco Martone (Rete in Difesa di …) e dell’Osservatorio Repressione.


DA GAIA A GAZA

di Francesco Martone, Rete In Difesa Di

“investigate sulle margherite per invasione di campo O sull’edera che si intrufola là dove le piace Incriminate il cielo per la pioggia
Che ha fatto straripare il fiume Arrestate il gabbiano per volo non autorizzato Tracciate un confine per racchiudere il mare Chiedete ad una montagna di cambiare altitudine Azzardatevi ad impedire ad una donna libera di esprimersi”
1

Traiamo spunto da questo brano pubblicato sull’Abbecedario dei Soulevements de la Terre non a caso, giacché le pratiche di quel movimento francese alternano disobbedienza civile, mutualismo, forme di assemblearismo nei processi decisionali che superano la tradizionale dicotomia tra orizzontalità e verticalità2, creazione di modelli alternativi di produzione e cura del territori, elaborazione teorica ispirata al biocentrismo, alle culture decoloniali e transfemministe. È l’intersezionalità che caratterizza oggi i Soulevements e molti soggetti sociali e movimenti per la giustizia climatica ed ecologica. La partecipazione di Greta Thunberg alla Flotilla per Gaza è forse la rappresentazione più nota e popolare della presa di coscienza dell’intersezionalità delle vertenze climatiche con altre forme di oppressione e violenza epistemica. Anche nel nostro paese si è registrato, nel periodo da quando venne pubblicata la prima versione del rapporto sulla criminalizzazione dell’attivismo climatico in Italia Diritto non crimine, un simile spostamento progressivo dal contrasto all’emergenza climatica alla partecipazione attiva ai movimenti per il disarmo, contro l’industria bellica, o contro il genocidio a Gaza.

I movimenti per la giustizia climatica si sono trovati così ad affrontare modalità di repressione e di restrizione degli spazi di agibilità finora inediti per le loro esperienze pregresse. Se da una parte infatti i movimenti per la giustizia climatica hanno tradizionalmente fatto affidamento alle strategie di disobbedienza civile, ed azione diretta nonviolenta, dall’altra hanno acquisito conoscenza e praticato altre modalità di esercizio del loro diritto alla libertà di espressione, proprie dei movimenti di massa che agiscono e praticano nello spazio pubblico. Per chi si occupa, come gli autori ed autrici di questo rapporto, della tutela dei difensori dei diritti umani e dell’ambiente, che siano soggetti singoli o collettivi, questo elemento rappresenta un fattore di gran rilevanza giacché comporta la necessità di una nuova analisi delle risposte possibili ritagliate a misura delle minacce, e delle modalità di repressione o delegittimazione. Ad esempio il ricorso strumentale all’uso dell’antisemitismo come pretesto per reprimere, delegittimare o restringere l’agibilità dei movimenti in sostegno al popolo palestinese investe ora anche coloro che dai movimenti per la giustizia climatica sono progressivamente confluiti nelle piattaforme e nelle mobilitazioni contro il genocidio.

Molti dei casi registrati e che riguardano appunto la criminalizzazione o la comminazione di sanzioni amministrative ad attivisti per la giustizia climatica sono relativi alla loro partecipazione a manifestazioni o azioni dimostrative contro l’industria degli armamenti o la connivenza di imprese o autorità governative italiane a sostegno del governo israeliano. Insomma, per parafrasare Isabelle Stengers3, all’irruzione di Gaia ha fatto seguito quella di Gaza. Stengers aggiunge che la sfida è quella di «coltivare le dinamiche di interdipendenza di onorare la gioia e l’immaginazione che esse generano. In realtà coloro che si stanno sollevando con la Terra lo sanno già. E questo, nonostante la repressione è ciò che le rende indissolubili».
Non che, pertanto, l’emergenza climatica non continui ad essere prioritaria, ma certamente quelle piattaforme di mobilitazione si sono positivamente arricchite di altri elementi, che se da una parte ne rafforzano la “agency” sempre più composita all’interno di movimenti più ampi, dall’altra le sottopone a nuove prove di resistenza e protezione dei propri diritti. Anche l’approvazione dei vari decreti e leggi Sicurezza, al centro di innumerevoli prese di posizione critiche, di mobilitazioni e di denunce da parte di organismi internazionali per i diritti umani e le libertà civili, nel loro scopo conclamato di colpire a tutto tondo varie modalità di praticare il conflitto sociale e di conseguenza una pluralità di soggetti, hanno rappresentato non solo un punto di svolta delle politiche repressive, ma anche l’occasione per costruire nuove alleanze intersettoriali e pratiche comuni di contrasto. Gli effetti del combinato disposto dell’applicazione dei vari decreti e leggi Sicurezza potranno essere compresi nel medio periodo, anche se gli effetti dell’ultimo decreto approvato nei mesi scorsi si stanno già materializzando in fermi preventivi e infringimenti al diritto alla libertà di manifestare4.

Resta però un dato di fondo, ovvero che in molti casi continua ad evidenziarsi quel contrasto tra volontà politica di repressione e resistenza da parte di ampi settori della magistratura, che alla restrizione degli spazi di agibilità civica rispondono con la tutela dei diritti costituzionalmente riconosciuti, e degli standard ed obblighi internazionali sui diritti umani ratificati dal nostro paese. E forse proprio questo aspetto, quello di una magistratura che rappresenta un essenziale baluardo di legalità e costituzionalità, era nelle menti di chi aveva promosso il referendum sulla giustizia. Bocciati senza appello dalla volontà popolare, e da chi ha preso parola prima con i corpi nelle mobilitazioni contro il genocidio a Gaza, poi nelle urne e nelle mobilitazioni No Kings. È però presto, troppo presto per cantare vittoria. Giacché il ricorso ad altri strumenti che sfuggono al controllo giurisdizionale, quali sanzioni amministrative, o disposizioni di limitazione del diritto alla libertà di movimento, assieme alle alte spese legali da sostenere, hanno indubbiamente prodotto quello che possiamo definire un chilling effect nel volume e nella frequenza delle mobilitazioni per la giustizia climatica.
Anche la mossa di depenalizzare il blocco stradale contenuta nell’ultimo decreto Sicurezza apparentemente risulterebbe un passo in avanti per chi stigmatizza – a ragione – il panpenalismo dilagante. Allo stesso tempo però appare come contromisura per bypassare il vaglio della magistratura e penalizzare attraverso sanzioni pecuniarie chi usa tale tattica, peraltro riconosciuta come legittima anche dal Consiglio Onu per i Diritti Umani. Ed è proprio per riportare il paese nell’alveo della legalità e del rispetto e tutela dei diritti umani che sarà necessario lo stralcio di tutte le norme liberticide tuttora vigenti. Una tabula rasa di tutti i decreti e leggi sicurezza, per ripartire dalla Costituzione e dal diritto internazionale.

La situazione registrata in questo report è speculare rispetto a quella rilevata nella stragrande maggioranza dei paesi europei dove si continuano a registrare, seppur con intensità o gravità diversificate, le ricadute di una svolta repressiva verso ogni forma di conflitto sociale, ecologico o per la solidarietà transnazionale. Nel suo ultimo rapporto su difensori dei diritti umani giustizia climatica e transizione giusta presentato alle Nazioni Unite, la relatrice Onu sui difensori dei diritti umani Mary Lawlor ha condiviso una lettura ampia sulle violazioni a livello globale5.
Per quanto riguarda invece l’Europa, nel suo rapporto sulle tendenze generali relative alla repressione dei difensori dell’ambiente6, il Relatore Speciale Onu Michel Forst offre un’esame circostanziato delle principali minacce per chi difende l’ambiente nel continente, e fa richiamo esplicito all’Italia nella sezione relativa all’adozione di «leggi volte a prevenire, o interferire con la protesta pacifica, incluse leggi mirate specificamente alla protesta ambientale pacifica, attraverso l’introduzione di nuovi reati, pene più dure o divieto di talune forme di protesta pacifica».

Forst poi punta il dito sulle «tattiche abusive e intimidatorie utilizzate dalle forze dell'ordine una forma chiave di penalizzazione, persecuzione o molestia nei confronti dei difensori dell'ambiente nella maggior parte delle regioni», o alle campagne diffamatorie, di stigmatizzazione o al ricorso a minacce ed attacchi verbali o fisici. Altra modalità di repressione è relativa ad indagini penali e procedimenti giudiziari di natura vendicativa, punitiva o che comportano sanzioni sproporzionate. Ciò riguarda in particolare le Slapps (Strategic lawsuits against public participation), considerate uno degli strumenti più potenti utilizzati per mettere a tacere i difensori dell’ambiente. Anche il nostro non ne è esente, giacché il ricorso a tali pratiche contro attivisti ed attiviste o associazioni per la tutela dell’ambiente o la giustizia ambientale ed economica ha subito un incremento particolare negli ultimi anni. Basti pensare alle Slapp intraprese da Eni contro Antonio Tricarico di Re:Common ed altre contro la stessa associazione e Greenpeace o al caso della avvocata Pia Perricci rea di aver denunciato la contaminazione da amianto negli impianti di Marche Servizi srl. Casi poi ripresi dalla relatrice Onu sui Difensori dei Diritti Umani e dal relatore Onu sui Difensori dell’Ambiente. Pia Perricci è anche avvocata difensora di due difensori dell’ambiente del comitato Pesaro No Ngl, Roberto Malini e Lisetta Sperindei, anche loro oggetto di Slapp da parte di Fox Petroli.
Un altro studio sulle tendenze globali della repressione dei difensori del clima e dell’ambiente, a cura dell’Università di Bristol7, propone una importante riflessione, che è anche una delle motivazioni che ci hanno portato a dare maggior spazio in questa edizione del rapporto alle vertenze territoriali contro le grandi infrastrutture inutili ed imposte. Oltre la Tav o la Tap, già trattate in precedenza, questo rapporto contiene infatti contributi sulla lotta per il bosco Lanerossi a Vicenza, sulle vertenze contro le grandi infrastrutture fossili quali il gasdotto Snam o sulla resistenza contro il ponte sullo Stretto, che ha ispirato alcune norme ad hoc del Decreto sicurezza.

Il rapporto dell’Università di Bristol sottolinea infatti la necessità di operare una distinzione tra la protesta ambientale e quella climatica anche se molti attivisti ed attiviste spesso partecipano ad ambedue. Le proteste per il clima, spesso separate dalle aree geografiche che subiscono l’espansione della frontiera estrattiva, sono concentrate nel Nord del mondo o per estensione nei “centri” o nelle metropoli, e rappresentano un fenomeno relativamente nuovo che pratica modalità di protesta nonviolenta ma “dirompente”. Le proteste definite “ambientali”, inerenti al capitalismo, mirano invece a fermare progetti distruttivi per l’ambiente, quali esplorazione o estrazione di combustibili fossili, la costruzione di grandi infrastrutture o l’estrazione di risorse minerarie e sono spesso condotte con tattiche di azione diretta che spesso consistono nel “bloccare fisicamente i progetti contrapponendo i corpi”.

A diversità di condizioni, e di sfide assunte dai movimenti, che siano per la giustizia climatica o la difesa di territori ed ecosistemi, corrisponde indubbiamente la stessa risposta liberticida e repressiva da parte dello stato. Affrontare politicamente il tema della repressione dei movimenti climatici richiede però un cambio di lettura che seppur constatando e contrastando l’espansione dell’apparato repressivo degli stati e dei mercati, porrà enfasi sul fatto che l’aumento della repressione è conseguente all’intensificazione e la moltiplicazione delle pratiche di resistenza e conflitto sociale. Pratiche plurali, che si ridefiniscono, e che pertanto riescono di volta in volta a riprodursi negli interstizi tra potere e società, a fare rete, a praticare mondi possibili, nelle città come nei territori e negli ecosistemi minacciati dall’avanzare della frontiera estrattiva caratteristica propria di questa fase del capitalismo. Interstizi e fessure che andranno tutelati e protetti.
Concludiamo pertanto questa introduzione alla seconda edizione del rapporto Diritto non Crimine citando Dominic Boyer e Timothy Morton ed il loro Iposoggetti8 definiti come «specie native dell’Antropocene. Sono plurali, sono il non ancora, il né qui né lì, sono meno della somma delle loro parti. Non cercano né pretendono una conoscenza, un linguaggio e men che meno una forma di potere che siano assoluti. Si accontentano di giocare, di prendersi cura, di adattarsi, di farsi male, di ridere. Gli iposoggetti sono intrinsecamente femministi, antirazzisti, colorati, queer, ecologici, transumani e interumani. Gli iposoggetti sono come squatter che occupano e abitano le crepe e le cavità. (…) Gli iposoggetti fanno la rivoluzione nei luoghi in cui il radar della tecnomodernità non è in grado di scorgerli. Ignorano con abnegazione i consigli degli esperti. Sono scettici nei confronti di ogni tentativo fatto per descriverli – compreso, ovviamente, quello che avete appena letto.»


CONFLITTO E RESISTENZA. IL SALE DELLA TERRA

di Osservatorio Repressione

Il conflitto è il fondamento della democrazia, ne costituisce l'essenza, la rende viva, altrimenti "la vita pubblica s'addormenta" e "diventa apparente" (Rosa Luxemburg); con la mobilitazione e l'attivismo che reca con sé sconfigge l'apatia, la passività, favorendo la partecipazione, che della democrazia è il cuore. […] La Costituzione disegna una democrazia conflittuale, che esprime il conflitto, lo riconosce, e si proietta verso la trasformazione della società.
È grazie ai conflitti che nascono i diritti, si esercitano e si preservano.

Eppure i più avveduti lo avevano avvertito da tempo: con determinazione, governi di diverso colore e schieramento, in questo Paese, hanno perseguito un unico disegno: restringere, prima, e chiudere poi ogni spazio di conflitto. Ci sono riusciti. A loro dire, i governanti sarebbero stati costretti a ricorrere a una successione di decreti-legge che, pur con finalità di volta in volta diverse, avevano tutti un obiettivo dichiarato: garantire la sicurezza dei cittadini. Il meccanismo è noto. Accrescere la paura, alimentare l'insicurezza, perché — come scriveva Leonardo Sciascia nel 1982 — «la sicurezza del potere si fonda sull'insicurezza dei cittadini». Far credere che un futuro migliore passi attraverso misure restrittive, divieti, obblighi e doveri; attraverso emergenze che, per definizione temporanee, non sono mai finite.

Di emergenza in emergenza, di decreto sicurezza in decreto sicurezza, da almeno quarant'anni vengono minate le fondamenta della Carta costituzionale del 1947: il punto più alto di mediazione tra interessi legittimi rappresentati dalle forze politiche di allora, di cui oggi sembra essersi persa ogni traccia. Ogni emergenza e ogni decreto che ne è seguito non sono stati altro che il segno dell'incapacità — allora come oggi, ancor più oggi — di dare risposte alle condizioni di vita sempre più precarie e, queste sì, sempre più insicure di donne e uomini, e in ultima istanza allo stato del mondo che abitiamo. In questo quadro si colloca il presente report. Un lavoro che, come emerge con chiarezza dal contributo di Livio Pepino, non può che porsi l'obiettivo di contrastare la violenza delle leggi e dei comportamenti di chi è chiamato ad applicarle, riaffermando un fondamento essenziale della democrazia: il diritto al conflitto e il diritto, costituzionalmente garantito, a resistere.​​​​​​​

Gli ecoattivisti, del resto, hanno sperimentato in questi anni un repertorio repressivo sempre più ampio: fogli di via, daspo, sanzioni amministrative, procedimenti penali. Misure che vengono adottate contro chi esercita forme di opposizione non violenta, animate dal tentativo di prendersi cura di una Terra segnata da genocidi, disastri ambientali, diseguaglianze, sfruttamento e politiche predatorie che distruggono ecosistemi e popolazioni. Per chi è responsabile di tutto questo, le democrazie occidentali — così come sono sopravvissute alla Seconda guerra mondiale — rappresentano, per ciò che ne rimane, un fastidio di cui liberarsi. Le Carte internazionali dei diritti vengono calpestate e denigrate; la forza diventa l'unica unità di misura. Se la pace viene pensata come il prodotto delle politiche di deterrenza e di logiche di dominio contrapposte, non vi è alcuna ragione perché i diritti continuino ad avere un significato.
Delegittimare e criminalizzare chi si oppone diventa una necessità sistemica. Già nella prima edizione di questo report, nel 2025, segnalavamo come in diversi ambiti della cooperazione di polizia internazionale gli attivisti ambientali venissero definiti "ecoterroristi". Un'espressione che rivela tutta l'arroganza di un potere incapace di tollerare forme di opposizione che si affidano unicamente ai corpi e alla disobbedienza civile.

Le diverse espressioni del movimento degli ecoattivisti hanno maturato, nell'ultimo anno, una consapevolezza nuova. Non è possibile agire da soli. È necessario contrastare le guerre. È necessario stare al fianco della Palestina, perché il genocidio di un popolo non è più o meno criminale del genocidio della Terra e dei suoi abitanti. Siamo, oggi, tra Gaia e Gaza. Diventa allora indispensabile interrogarsi su come e con quali strumenti non abbandonare il conflitto — o meglio, i conflitti — che costituiscono la spina dorsale della storia e innervano le forme di organizzazione sociale, mentre il diritto ne rappresenta il precipitato. Chi rifiuta il conflitto, infatti, non fa che difendere lo status quo e le relazioni di dominio esistenti.

Infine, come attivisti ambientali, dovremmo porci — e porre — una domanda radicale: è possibile costruire una geografia e un calendario, un'eruzione spazio-temporale, in cui un'altra logica di produzione e di relazione con la natura permetta — attenzione: permetta, non necessariamente crei — nuove forme di relazione tra gli esseri viventi, riconoscendo la natura come il tutto di cui l'umanità è soltanto una parte?
Per costruire nuove forme di relazione, per la ripresa del conflitto, agito nelle forme che ciascuno riterrà più opportune, è indispensabile che tutte le leggi e i decreti, tutte, emanate da governi di centro sinistra, centro destra o di destra, siano abolite per ridisegnare mappe, percorsi, relazioni, e possibilità. Per arginare e chissà forse, un tempo, porre fine a quanto questi tempi ci propongono tra genocidi e guerre genocidarie, tra devastazioni ambientali ed ecocidi che hanno un comun denominatore: l'agire dei potenti, l'agire degli uomini.

                                             


                                                                                                                                         



Note:

1) G.Azam, su L’Abbecedario dei Soulevements de la Terre. Comporre la resistenza per un mondo comune, pag 151 Ortothes, 2024.
2) Si veda al riguardo l’interessante saggio di Rodrigo Nunes Né orizzontale né verticale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre 2025.
3) I.Stengers, Gaia si sollev, Abbecedario dei Soulevements de la Terre, pag 77 Ortothes, 2025.
4) https://www.movimentononviolento.it/politica/sicurezza-o-stato-autoritario-lennesimo-decreto-sicurezza-e-la-progressiva-erosione-dello-stato-di-diritto
5) https://docs.un.org/en/A/80/114.
6) Special Rapporteur on environmental defenders. Report on key trends and threats re- garding environmental defenders identified by the Special Rapporteur on environmental defenders. Economic Commission for Europe , Geneva November 2025. 
7) O. Berglund, T. F. Brotto, C. Pantazis, C.Rossdale, R. Pessoa Cavalcanti “Criminali- zation and repression of climate and environmental protests”, University of Bristol, 2024. https://crecep.blogs.bristol.ac.uk
8) D.Boyer T.Morton Iposoggetti. Sul diventare umani, LUISS University Press, 2022.


30 maggio 2026 (pubblicato qui il 31 maggio 2026)