Attingendo all'azione diretta sul campo come volontario con il Movimento di Solidarietà Internazionale (ISM), ho descritto in questo saggio le realtà violente dell'apartheid e dell'occupazione israeliana e le modalità in cui il colonialismo sionista di insediamento cerca di rompere le relazioni dei palestinesi con la terra. Il saggio offre anche una finestra sulla resistenza palestinese e sulla sumud (fermezza), illustrando come lo stato israeliano attui il greenwashing sull'accaparramento di terre, l'ecocidio e la pulizia etnica.
Tutto inizia con i suoni stridenti dell'occupazione—cancelli di ferro arrugginiti che sbattono e odio razziale tanto caustico quanto sprezzante. I checkpoint bloccano, i bulldozer sbattono, e "Morte agli arabi" viene urlato dai coloni sprezzanti. Con una regolarità scioccante e surreale, i coscritti delle Forze di Occupazione Israeliane (IOF) bullizzano bambine palestinesi in bicicletta, i comandanti infilano cappucci su giovani palestinesi detenuti sotto la minaccia delle armi, e i soldati assistono con soddisfazione mentre terre e case palestinesi vengono derubate e rase al suolo..jpg)
Benvenuti nella Cisgiordania occupata; dove l’espropriazione, la disumanizzazione e l'umiliazione dei palestinesi per mano del regime dell'apartheid israeliano sono un evento quotidiano. Tuttavia, non ci sono dubbi: tutto ciò è parte integrante del più ampio progetto coloniale dei coloni del movimento sionista. Per ben oltre un secolo, la Palestina continua a essere posta nel mirino e smembrata dall'avanzata distruttiva di coloni, capitali e impero. Famiglie isolate stanno subendo un assalto sionista militarizzato progettato per eradicare la vita palestinese.
Ho assistito a questa realtà in prima persona durante il mio tempo sul campo in Cisgiordania, dal registrare la demolizione di una casa a Masafer Yatta al essere costretto a inginocchiarmi e venir brutalizzato dai soldati delle Forze di Occupazione Israeliane mentre fissavo la canna di un'arma. La mia squadra è intervenuta anche durante una sparatoria iniziata dai coloni ad Al-Rakeez che ha lasciato un pastore palestinese con una gamba amputata e suo figlio incarcerato per aver affrontato verbalmente il colpevole. Successivamente abbiamo affrontato le conseguenze di un raid notturno nella Valle del Giordano, durante il quale una folla di coloni ha teso un'imboscata e ha irrorato con spray al peperoncino una famiglia beduina prima di ferire a una gamba e avvolgere una catena intorno al collo di un giovane studente palestinese.
In mezzo ad attacchi come questi, si formano gli "avamposti agricoli" dei coloni sulle colline mentre gli sfratti vengono effettuati attraverso l'istituzione di "zone di fuoco" militari e insediamenti suprematisti ebraici illegali in continua espansione . Attraversando la remota Valle del Giordano per accompagnare i compagni ai turni notturni presso famiglie rurali beduine, ho incrociato insediamenti israeliani fortificati con strade asfaltate, prati curati e cartelli che pubblicizzavano "ecoturismo sostenibile". Il contrasto era netto, inequivocabile e rivelatore nel grado in cui il comfort, i lussi e i paesaggi curati degli insediamenti sionisti siano prodotti diretti del furto di terre e acque palestinesi. Il tentativo di annessione della Cisgiordania da parte di Israele è tanto palpabile quanto premeditato.
Le comunità palestinesi stanno soffocando sotto barriere di separazione, droni di sorveglianza e la minaccia imminente di una prigionia arbitraria, che viene addolcita retoricamente come "detenzione amministrativa". In mezzo alla violenza palese, né il riconoscimento né il rispetto per le relazioni dei palestinesi con la terra attraversano la mente dei coloni — solo la conquista.
Dalla Nakba ("Catastrofe") del 1948, quando oltre 750.000 palestinesi furono costretti a lasciare le loro case, mandati ad una marcia della morte e massacrati a sangue freddo, il duplice obiettivo di Israele è rimasto lo stesso: espulsione ed eliminazione. In effetti, il progetto coloniale del sionismo è caratterizzato dalla deradicazione e dal genocidio. Lo spazio viene utilizzato come arma, le relazioni sulla terra palestinese vengono recise e le fosse comuni proliferano. Attualmente, campi confiscati, acque confiscate e insediamenti proibiti a livello internazionale svolgono la stessa triplice funzione: sradicare i palestinesi, rendere la vita insopportabile e cancellare la Palestina dalla mappa.
L'ho sentito visceralmente mentre la nostra squadra documentava i pogrom dei coloni che lasciavano case palestinesi con le porte divelte, i muri anneriti da incendi dolosi e le serre incendiate. Le famiglie erano scioccate mentre cercavano di raccogliere i pezzi e recuperare i loro averi sparsi, rotti e bruciati. Era tutta una prova chiara e inconfutabile di una Nakba spietata che in effetti non è mai finita.
Relazione dei palestinesi con la terra, resistenza e Sumud
Politicamente e nella pratica, le relazioni dei palestinesi con la terra costituiscono una continuità di presenza e una radicazione duratura.
Tra le comunità che ho visitato, la terra è indissolubilmente legata alla memoria, al sostentamento e all'identità. È anche la base e la linfa vitale della liberazione e della sopravvivenza. Terrazze modellate per decenni, pozzi scavati a mano e uliveti coltivati per generazioni sono testimonianze vive di appartenenza territoriale e relazioni ambientali consolidate.
In una comunità beduina nella campagna della Valle del Giordano, dopo aver pregato silenziosamente, un anziano pastore mi ha accompagnata attraverso le colline rocciose dove la sua famiglia ha pascolato pecore e capre per generazioni. Indicando i campi coltivati dai suoi antenati, ha riflettuto solennemente: "Se perdiamo questa terra, perdiamo la nostra storia, il nostro lavoro e l'unico futuro che i nostri figli possiedono." Per decenni, la violenza coloniale sionista ha preso di mira—ma non è riuscita a sconfiggere—queste profonde connessioni, legami con il luogo e ricordi duraturi.
Pogrom razzisti, recinzioni legislative, sfollamenti forzati e appropriazioni di terre dipinte di verde persistono come pagine principali nel manuale israeliano di pulizia etnica. In tutta la Cisgiordania occupata, il greenwashing avviene quando le autorità israeliane e gli insediamenti illegali propagano attività di annessione criminale che includono la limitazione dell'acqua, la distruzione di villaggi palestinesi e delle banche di semi definendole "sostenibili" ed "ecologiche". Il marchio ambientale è abilmente usato dallo Stato israeliano e dai coloni etnonazionalisti per mascherare la violenza dell’espropriazione.
Il significato della terra mi è diventato più visibile nei momenti di terrore e trauma. Ho visto famiglie ripiantare colture e ricostruire case—con fermezza (sumud)—dopo attacchi dolosi, incursioni notturne e demolizioni armate.
In una giornata estiva cocente, sono arrivati i coloni per infastidire una famiglia beduina. Hanno provocato e spinto sia anziani che bambini mentre un soldato riservista israeliano, precedentemente ripreso mentre uccideva un palestinese, stava a guardare. Quando arrivarono le pattuglie delle Forze di Occupazione Israeliane, i coloni accusarono i componenti della famiglia di essere gli aggressori, consentendo all'esercito a trattenerli a lungo sotto il sole cocente come vendetta. Nonostante gli abusi, la famiglia, in questo caso guidata da donne palestinesi che si rifiutavano di cedere, ha mantenuto la posizione in aperta sfida. Stavano affermando la loro autonomia, il diritto di rimanere e, in modo significativo, le relazioni con la terra.
Ogni piantina piantata nel terreno carbonizzato dal fuoco e ogni soccorso ad ogni pecora ferita dopo una strage di massa [di bestiame] istigata dai coloni, esemplificano la resistenza. Atti intergenerazionali come questi contraddistinguono anche gli argomenti secondo cui i territori palestinesi erano una terra nullius ("terra vuota") predestinata a essere "una terra senza popolo per un popolo senza terra." Rivelano anche come le visioni del mondo coloniali-capitaliste profanino, desacralizzino e distorcano la terra e la natura in semplici beni immobiliari, merci e prodotti mercificabili che devono essere sacrificati all'altare dello "sviluppo nazionale" israeliano.
Come i popoli indigeni hanno illustrato per secoli, loro — e i loro rapporti con la terra — si rifiutano di “andare quietamente nella notte” [accettare la fine senza lottare, ndt] quando sono sottoposti alle violente macchinazioni del colonialismo di insediamento e alle logiche sfruttatrici del capitale.
Qui, non ignoriamo né rinneghiamo l'imperativo morale e il diritto legale che le persone soggette all’occupazione e oppresse hanno alla lotta armata. Dal Chiapas alla Palestina, le relazioni con la terra indigena spesso comportano il dovere di difendere il territorio perché è innegabile che la dignità umana e la sopravvivenza collettiva siano motivi validi per combattere. Quello che ho visto in tutta la Cisgiordania erano relazioni con la terra ancorate alla cura e alla responsabilità. Agricoltori e pastori palestinesi hanno affermato la loro presenza sulla terra perché porta con sé le loro genealogie e il senso di chi sono.
Ciò che si può testimoniare in Palestina sono i modi di intendere la terra che si discostano dalla proprietà privata, dalle motivazioni di profitto e dalla ricerca di rendite. Piuttosto, le relazioni sono plasmate dalla gestione responsabile, dal servizio e dai legami reciproci che legano le comunità palestinesi e il patrimonio culturale agli antenati, ai semi e al suolo.
Un esempio è quello della raccolta delle olive, quando le nostre squadre di protezione civile vedono e vivono tali relazioni da vicino e personalmente. Lavoriamo fianco a fianco con le famiglie palestinesi mentre raccolgono le olive dagli alberi piantati generazioni fa. Ogni cestino riempito sembra non tanto una faccenda da svolgere o un compito da completare, quanto espressioni di resistenza e atti di riaffermazione. Lavorare insieme in un uliveto è solo una manifestazione di una moltitudine di ricordi e pratiche condivise di lavoro collettivo che rendono la vita significativa e legano i palestinesi alla terra.
Greenwashing, ecocidio, pulizia etnica e razzismo
La politica israeliana e gli insediamenti illegali funzionano come strumenti prevalenti dell'apartheid ambientale e dell'ecocidio in Cisgiordania. Quelle che vengono presentate come questioni di "sicurezza nazionale" e di "ripristino ecologico", nella pratica, sono schemi usati per spostare con la forza i palestinesi e oscurare la barbarie che rende possibile l'espulsione. In breve, la conservazione è diventata un'arma burocratica impiegata dal movimento sionista per portare avanti il colonialismo verde e la pulizia etnica. L'esempio più chiaro si trova nelle foreste di pini europee piantate dal Fondo Nazionale Ebraico. Le foreste si trovano direttamente sopra villaggi distrutti e spopolati durante la Nakba. Le terre coltivate, irrigate e abitate da generazioni di agricoltori e pastori palestinesi furono considerate vuote. I pini importati sopprimono la vegetazione autoctona, acidificano il suolo e sono altamente infiammabili. Ciò che ora appare "naturale" a un occhio non esperto sta coprendo crimini contro l'umanità.
Dinamiche simili sono alla base delle riserve naturali israeliane e dei parchi nazionali. Interi villaggi sono stati sgomberati ed etichettati come "aree protette". I campi rubati vengono riassegnati all'imprenditoria agricola dei coloni, mentre i contratti di pascolo sono un preludio agli accaparramenti di terre.
Una volta sgomberati i palestinesi, le loro piccole proprietà vengono rinominate santuari ecologici. La terra viene strumentalizzata due volte: prima tramite la lo spossessamento etichettato come "sviluppo sostenibile", poi con le affermazioni israeliane secondo cui tale furto "salva" l'ambiente.
Il greenwashing avviene anche attraverso le infrastrutture e l’architettura. Israele si promuove a livello globale come pioniere nelle energie rinnovabili e nell'innovazione idrologica, confiscando pannelli solari, sigillando cisterne d'acqua e dirottando acquiferi verso insediamenti illegali. Le terre agricole palestinesi sono limitate sotto il pretesto della regolamentazione ambientale, mentre le imprese agricole industriali dei coloni si espandono grazie ai sussidi statali. Tali fenomeni rivelano una strategia cinica: Israele utilizza l'ambientalismo per giustificare il furto sistematico di risorse e lo sfollamento dei palestinesi.
Inoltre, i cliché razziali stereotipano i palestinesi come invasori incivili e terroristi che non sanno né come prendersi cura né come "modernizzare" la terra.
Un ciclo di recinzioni ed espropriazioni si riproduce attraverso le "preoccupazioni" legate alla sicurezza nazionale e alla tutela ambientale. Immaginari sionisti e discorsi legati al "far fiorire il deserto" rivitalizzano fantasie coloniali che dipingono le terre palestinesi come disabitate e aride — una frontiera desolata, da rendere "produttiva" e "protetta" dalle mani dei coloni.
Il raccolto delle olive e le devastazioni dell'occupazione sionista
Se c'è una sola stagione che cattura pienamente la ferocia dell'occupazione, è la raccolta delle olive. Per i palestinesi, l'ulivo rappresenta la vita.
Alcuni sono rimasti in piedi per secoli, con i loro tronchi resistenti e consumati dal tempo ricchi di storia. Ogni autunno, le famiglie tornano agli uliveti, tendono reti sotto i rami e lavorano dall'alba fino al calare della luce.
Quest'anno, il raccolto è stato caratterizzato sia da minacce costanti che da morte angosciante. Gruppi di coloni, spesso mascherati, vagavano sulle colline armati. I soldati delle Forze di Occupazione Israeliane si presentavano accanto a loro per "mantenere l'ordine", ad esempio arrestare e deportare attivisti.
Ciò che seguiva era la brutalità fanatica dei coloni incarnata. In alcuni uliveti gli alberi venivano abbattuti con motoseghe o dati alle fiamme da intrusi sionisti.
In altri, i lavoratori della terra palestinesi lavovano sotto pressione solo per poche ore, prima che gli venisse ordinato di andarsene sotto la minaccia delle armi dai comandanti delle Forze di Occupazione israeliane, o prima di essere picchiati dai coloni.
La violenza durante il raccolto è raramente spontanea, ma sempre deliberata. Segue uno
schema riconoscibile: molestie quando il frutto matura, intimidazione e aggressione durante la raccolta e atti vandalici o furti dopo la raccolta del frutto. L'effetto cumulativo è una combinazione debilitante di trauma psicologico, lesioni fisiche e perdita di reddito. Col tempo, le famiglie palestinesi abbandonano gli uliveti perché è troppo pericoloso entrarci. Lo stato israeliano poi classifica la terra come "non coltivata" e la trasferisce ai consigli degli insediamenti.
Eppure, anno dopo anno, il raccolto continua. Per i palestinesi, raccogliere le olive sotto costrizione e in circostanze così disperate significa resistere — un atto sia di autodeterminazione ribelle che di riproduzione sociale insurrezionale. Gli agricoltori ridono mentre trasportano i sacchi del raccolto oltre i posti di blocco, senza farsi intimidire dai soldati delle Forze di Occupazione Israeliane che non capiscono che l'arco della storia si piega verso la giustizia. È la pratica parallela della coscienza oppositiva e della prassi insubordinata, un rifiuto silenzioso di scomparire e un modo per (ri)affermare che i palestinesi, le loro relazioni con la terra —e la stessa Palestina—rimarranno.
Ho lasciato la Cisgiordania con la sensazione che uno degli errori più gravi dell'occupazione sia la sua ignoranza e i gravi fraintendimenti su tempo, luogo e presenza. Colonizzatori, capitalisti e coloni pensano in termini di annientamento, accumulazione e diritti di proprietà individuali. I popoli indigeni oppressi pensano in termini di memorie ancestrali, relazioni reciproche con la terra e le generazioni future. Gli ulivi hanno radici profonde e crescono lentamente—non dimenticano né le mani che spargono i loro semi e se ne prendono cura, né quelle che tagliano i rami e bruciano la terra.
→ Tratto da Undisciplined Environments. Originale in
inglese Qui.
* Traduzione di Ecor.Network
Foto:
* Copertina: Un contadino palestinese salva i semi dopo un attacco sionista. Credito: ISM
1) I fiori di una donna beduina nella campagna palestinese. Credito: ISM
2) I coloni israeliani attaccano i palestinesi e danno fuoco agli ulivi. Credito: ISM
3) Una fattoria palestinese brucia dopo un'incursione dei coloni e un attacco doloso. Credito: ISM4) Demolizione di una casa, pannelli solari, serbatoi d'acqua e alberi. Credito: ISM
5) Donne palestinesi che raccolgono collettivamente in un uliveto. Credito: ISM