Antropocene come crisi multipla, prospettive dall'America Latina. La Biodiversità

di Olaf Kaltmeier, Antoine Acker, Regina Horta Duarte, León Enrique Ávila Romero

Riportiamo alcune pagine tratte dal secondo volume – dedicato alla Biodiversità - dell’opera monumentale edita da CLACSO-CALAS “El Antropoceno como crisis múltiple. Perspectivas desde América Latina”, della quale Ecor.Network ha già pubblicato l’introduzione generaleIn particolare, proponiamo l’intro del capitolo che analizza i processi di distruzione della biodiversità dal 1950 in poi, il periodo che comprende la “Grande Accelerazione”, dove è possibile individuare un'intensificazione dei fattori antropogenici in America Latina, con la Rivoluzione verde, lo sfruttamento del petrolio, fino alle politiche neoliberali che hanno accelerato le economie estrattiviste e il consumismo di massa.



Nella sua opera La caduta del cielo, lo sciamano yanomami Davi Kopenawa racconta la sua “scoperta dei bianchi” negli anni ’60 nell’Alto Orinoco, quando era ancora un bambino. Gli adulti yanomami conoscevano già da tempo questi stranieri (Kopenawa e Albert, 2024), ma la prospettiva di Kopenawa da bambino gli ha permesso di trasmettere il primo incontro con un gruppo straniero, autenticamente terrificante, che riecheggia duramente con lo sconvolgimento provocato dall’arrivo dei primi colonizzatori sulle coste del Messico, del Brasile o delle isole dei Caraibi nel XVI secolo. Il mondo dei bianchi scoperto da Kopenawa era minerale, plastico, elettrico. Si chiedeva cosa fossero le loro scarpe, gli occhiali, gli orologi e le torce, e provava paura e disgusto per il rumore dei loro motori, le voci delle loro radio e l'odore della loro benzina (2024, p. 176). Queste trame, suoni e odori provenivano direttamente dai mercati mondiali e dalle società capitalistiche ossessionate dal progresso tecnologico e dal consumo. Secondo il piccolo Davi Kopenawa, i bianchi non avevano alcuna nozione della vita vegetale, animale, spirituale e acquatica che interagiva nella foresta e, tuttavia, questi stranieri hanno dato il loro tragico “contributo” alla biodiversità diffondendo agenti patogeni, creando epidemie che hanno causato una drammatica perdita di vite tra gli Yanomami (2024, p. 252). Solo anni dopo Kopenawa riuscì finalmente a comprendere il progetto dei bianchi che avrebbe stravolto il paesaggio, che equivaleva a una massiccia riduzione della biodiversità: «Capii che volevano conoscere [la foresta] e tracciarne i confini per impadronirsene. [...] È questa rabbia che oggi mi spinge a lottare contro questi stranieri che pensano solo a bruciare gli alberi della foresta e a sporcare i fiumi come orde di pecari!» (2024, p. 177).

La distruzione della diversità, delle interconnessioni e dell’equilibrio di un ecosistema, vissuta come la fine del mondo, non si evidenzia solo nei racconti della percezione indigena delle conquiste coloniali del XVI secolo. È stato un processo continuo, intensamente riacceso nella seconda metà del XX secolo dalle operazioni di colonizzazione interna, dalle politiche congiunte di sviluppo da parte dello Stato e del capitale stabilite dai moderni paesi latinoamericani, spesso con il sostegno di prestiti e consulenze internazionali. Le comunità mapuche si sono ritrovate ad essere minacciate dall’espansione delle piantagioni forestali sin dai tempi della dittatura di Pinochet e dei suoi progetti infrastrutturali, come le dighe sul fiume Bío Bío. I maya, da parte loro, hanno lottato contro l’inondazione delle loro terre causata dalla diga in Guatemala alla fine degli anni Settanta, così come accaduto agli Emberá Katío in Colombia, due decenni dopo. Tutti questi popoli hanno probabilmente provato una sensazione simile, di fine del mondo, come quella descritta in precedenza da Kopenawa (Kaltmeier, 2022b; Cabrera Becerra, Calvo e Rubio, 1999; Leguizamón Castillo, 2015; Einbinder, 2017; Deutsch Lynch, 2019; Torres-Salinas et al., 2016; Valencia-Hernández, Muñoz-Villarreal e Hainsfurth, 2017).

Kopenawa è nato in Amazzonia, un bioma della foresta pluviale nel cuore dell’America Latina, che ha subito una perdita impressionante di copertura forestale. Ancora in fase embrionale nei decenni del dopoguerra, i progetti infrastrutturali si sono diffusi in Amazzonia a partire dalla fine degli anni Sessanta: dighe idroelettriche, attività minerarie, porti e, nei decenni successivi, persino concessioni petrolifere in Ecuador e Suriname. Ancora più spettacolari, sebbene mai portati a termine, furono i progetti “faraonici” di costruzione di strade, come la Marginal de la Selva (annunciata nel 1963), che avrebbe dovuto collegare l’Amazzonia colombiana, ecuadoriana, peruviana, venezuelana e boliviana, e la Transamazónica, che attraversa il Brasile da est a ovest (1970). Ignorando le popolazioni già insediate nella regione, i governi latinoamericani, spesso con il sostegno degli Stati Uniti e delle banche internazionali di sviluppo, hanno incoraggiato sia la creazione di colonie rurali che di grandi proprietà agricole (in particolare allevamenti) per colmare il “vuoto demografico” della “foresta vergine” (Acker, 2022). In questo contesto, l'Amazzonia è diventata uno specchio della distruzione del mondo, e l'allarmante ritmo di riduzione della biodiversità è diventato un simbolo della Grande Accelerazione (Acker, 2017).

A partire dalla Seconda Guerra Mondiale, il consumo di materie prime e di energia è aumentato (Fernández Durán e González Reyes, 2018). Questo periodo è stato definito la Grande Accelerazione. I suoi aspetti centrali sono stati un maggiore accumulo di anidride carbonica nell'atmosfera e un aumento sostanziale del numero di automobili, passato da 40 milioni a metà del XX secolo a 850 milioni nel XXI secolo. Un altro aspetto degno di nota è stato l'aumento della produzione di plastica: nel 1950 se ne producevano circa 1 milione di tonnellate, mentre nel 2015 si sono raggiunti i 300 milioni (McNeill e Engelke, 2016). In generale, l'uso di prodotti agrochimici nella cosiddetta Rivoluzione Verde è aumentato in modo significativo. L'impiego di azoto sintetico nella produzione agricola è passato da 4 milioni a 85 milioni di tonnellate nello stesso periodo di riferimento. Oltre a questi dati, il XX secolo ha visto l'impressionante crescita delle opere infrastrutturali che hanno espanso la tecnosfera a scapito della biosfera: dighe, strade, centrali elettriche, macchinari di estrazione e un aumento dei metodi predatori nei confronti dell'ambiente, come la pesca con reti a strascico.

In questo contesto, il termine «biodiversità» fece la sua comparsa nel 1986, quando scienziati naturalisti e politici statunitensi lo utilizzarono in occasione del Forum Nazionale sulla Biodiversità. È un neologismo, tuttavia, che affonda le sue radici storiche nella conquista neoimperialista statunitense dei tropici caraibici e mesoamericani alla fine del XIX secolo (Raby, 2017). Questo concetto tecnoscientifico, che ha rapidamente fatto il suo ingresso nella politica internazionale e locale, rivela come un crescente interesse e preoccupazione per la diversità delle specie e per il loro futuro sia scaturito dalla svolta esponenziale che l'Antropocene ha preso in quel periodo. È stato proprio durante la Grande Accelerazione che gli Stati latinoamericani iniziarono a sviluppare ambiziose politiche di conservazione, in particolare attraverso la proliferazione dei parchi nazionali.

Sebbene i primi parchi nazionali in America Latina fossero stati istituiti negli anni ’30 in Cile, Argentina, Messico e Brasile (Kaltmeier, 2022a; Freitas, Leal e Wakild, 2024), é negli anni '60 che molti paesi della regione conobbero un vero e proprio boom di parchi nazionali e, a partire dal 1971, di riserve della biosfera dell'ONU per proteggere la flora, la fauna e il paesaggio. Con oltre 4.000 specie minacciate, l’America Latina è in testa alla “Lista Rossa” stilata dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, e gli Stati latinoamericani esercitano la sovranità su contesti di biodiversità che sono vitali per l’intero pianeta (Moreno, 2013).

Soprattutto nell'ambito del conservazionismo statunitense, la tutela della natura – intesa come uno stato immaginario di natura selvaggia – costituisce un vero e proprio ethos delle aree protette, spesso in conflitto con gli usi delle popolazioni indigene e delle comunità contadine, poiché prevede «parchi senza persone». Questo approccio è rappresentato anche nella “Convenzione sulla protezione della natura e la conservazione della fauna selvatica nell’emisfero occidentale”, una pietra miliare stabilita dall’Organizzazione degli Stati Americani già nel 1940. Nonostante tutti questi sforzi volti a proteggere la biodiversità, viviamo in un’epoca in cui la sopravvivenza di migliaia di specie è minacciata dall’intervento umano. Questa fase, denominata «sesta estinzione», è probabilmente il più grave fenomeno di estinzione di specie terrestri e marine degli ultimi 65 milioni di anni. Ci sono stati episodi di estinzione di massa in diversi periodi della storia del pianeta, che hanno portato alla scomparsa di circa il 98% della vita sulla Terra, ma la sesta estinzione è l'unica che è stata attribuita a cause antropogeniche, con il cambiamento climatico e la perdita di habitat come principali fattori (Kolbert, 2019). E, in effetti, i mega-incendi causati dal cambiamento climatico rappresentano la principale minaccia per la fauna latinoamericana durante la Grande Accelerazione. Nella regione delle zone umide del Pantanal, al confine tra Brasile, Bolivia e Paraguay – habitat di giaguari, tapiri e centinaia di specie rare di anfibi, pesci e uccelli, oltre a più di 1.700 specie conosciute di piante - sono morti circa 17 milioni di animali a causa degli incendi del 2023 (WWF-Brasile, 2023).

In tutta l'America Latina il calo della diversità, sia faunistica che floristica causato dall'uomo, è stato amplificato da diversi fattori durante la Grande Accelerazione. Nella seconda metà del XX secolo, la migrazione dalle campagne alle città ha accelerato il ritmo dell'urbanizzazione: mentre nel 1950 solo il 40% della popolazione viveva nelle città, oggi il tasso di urbanizzazione si avvicina all'80% (CEPAL, 2012). L'urbanizzazione smisurata di Città del Messico ha provocato la distruzione delle foreste e delle zone umide circostanti e ha minacciato numerose specie endemiche, come l'axolotl, un noto anfibio autoctono della regione (Méndez, Binnqüist e Méndez, 2019; Román Suárez, 2022). L'espansione di Bogotá, dal canto suo, ha portato alla trasformazione degli ecosistemi di páramo circostanti in aree urbane, privando specie di orsi e piante locali, come il frailejón, di quell'acqua vitale di cui hanno tanto bisogno (Preciado Beltrán, Leal Pulido e Almanza Castañeda, 2005). Molti altri esempi vengono esaminati sistematicamente nei capitoli seguenti di questa sezione.


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In ogni caso la biodiversità dell’America Latina è stata, prima di tutto, vittima della posizione strutturale del continente come fornitore di risorse naturali trasformate in materie prime e commercializzate, a partire dagli anni ’80, nell’ambito del principio neoliberista dell’integrazione selettiva nel mercato mondiale. Questo è stato l'elemento centrale di un rinnovato processo di eccessiva semplificazione della biodiversità per le esigenze dei mercati internazionali, specialmente in relazione alla cosiddetta Rivoluzione Verde: la modernizzazione del settore agricolo del Sud del mondo a partire dagli anni '60 e '70. Il Messico e il Brasile hanno svolto un ruolo pionieristico in questo contesto, soprattutto nello sviluppo e nella diffusione di tecnologie agricole e di varietà di colture ad alto rendimento. All'inizio degli anni '40, agronomi statunitensi iniziarono a collaborare strettamente con scienziati e autorità messicane, grazie al sostegno finanziario e tecnico di organizzazioni internazionali come la Fondazione Rockefeller. Definirono strategie specifiche per migliorare l'adattabilità delle specie di mais e grano ai mercati nazionali e mondiali. Le nuove varietà – che ben presto furono soprannominate «semi miracolosi» – erano resistenti a malattie, parassiti e stress ambientali, il che portò non solo a un aumento significativo della resa dei raccolti, ma anche alla scomparsa di molte specie di mais, con un impatto negativo sulla dieta umana (Azpíroz, 2019; Turrent Fernández, 2018). Dall’inizio degli anni ’90, la manipolazione delle colture agricole ha assunto una dimensione accelerata con la comparsa degli organismi geneticamente modificati [OGM], essendo il Cono Sur uno dei “laboratori” mondiali per la loro diffusione massiccia, principalmente di soia e mais (Bravo, 2014). Nel 2000 l’Argentina era il secondo produttore mondiale di OGM, concentrando il 18% della superficie mondiale destinata all’agricoltura transgenica (Solbrig, 2004).

In paesi latinoamericani grandi e popolosi come il Messico, il Brasile e l’Argentina, la Rivoluzione Verde è stata, in effetti, un processo di trasferimento tecnologico che ha stimolato la crescita economica e ha dimostrato una capacità di mobilitazione delle nazioni latinoamericane mai vista prima. Ma, paradossalmente, ha anche accentuato il ruolo del continente come riserva di esportazione di materie prime, un ruolo assegnatogli all’epoca dal progetto coloniale. L'integrazione semiperiferica dell'America Latina nei processi economici mondiali è avvenuta a scapito della sua biodiversità. Il Plantationocene, l’alternativa proposta da Donna Haraway (2015) e Ana Tsing all’Antropocene, che caratterizza l’eccessiva semplificazione della biodiversità attraverso la creazione di economie agricole orientate all’esportazione, potrebbe aver avuto origine nel contesto coloniale dello spazio atlantico, ma ha assunto la sua piena forma moderna nelle monocolture e nei pascoli (latino)americani della Grande Accelerazione destinati a produrre frutta, soia e carne per il mondo. Nel vasto Cerrado brasiliano (savane centrali), questa espansione accelerata dell'agroindustria a partire dagli anni '70 ha scatenato tassi allarmanti di deforestazione, che superano di gran lunga quelli della tanto osservata foresta amazzonica (Dutra e Silva, 2017). Nel Cono Sud, l'espansione del settore frutticolo da esportazione e delle piantagioni forestali è diventata uno dei principali motori della semplificazione bioculturale dei paesaggi. In diverse regioni del Mesoamerica, l'espansione delle coltivazioni di avocado su terreni prima estranei a questa pianta ha svolto un ruolo simile, generando al contempo squilibri nelle falde acquifere circostanti, poiché gli avocado richiedono acqua tutto l'anno, a differenza della flora autoctona adattata alle variazioni stagionali delle piogge (Hernández Fernández, 2023).

Le trasformazioni guidate dalla tecnologia di questo nuovo Plantationocene hanno permesso al capitalismo di apportare cambiamenti e sostituzioni radicali alla configurazione interspecifica degli ecosistemi latinoamericani, mai raggiunti in epoche precedenti. All'inizio del XX secolo, le multinazionali con maggiori risorse, come la Ford, si sono scontrate con una barriera insormontabile nel tentativo di introdurre monocolture in Amazzonia, combattendo una battaglia persa contro funghi, erbacce e insetti resistenti (Grandin, 2010). Agronomi brasiliani, dal canto loro, hanno creato una varietà di soia che si adattava bene ad alcuni dei terreni tropicali più complessi, portando il Plantationocene in ambienti selvaggi più ostili (Marcio da Silva e De Majo, 2022). Le forme transgeniche di colture di massa come la soia, il mais o la canna da zucchero – sebbene si ritenga che migliorino la resistenza a malattie e parassiti, oltre ad aumentare la produttività e la qualità per adattarsi alle richieste del mercato – hanno contribuito ad accelerare la deforestazione e la perdita di biodiversità (Atencio et al., 2020; Blum et al., 2009; Centurión Mereles, 2011; Molina e Melgar Morales, 2014). In questa ottica, Maristella Svampa collega il dibattito sull’Antropocene alla critica al (neo)estrattivismo: «Di conseguenza, è possibile stabilire una relazione tra neoestrattivismo (come dinamica di sviluppo dominante) e Antropocene (come critica a un determinato modello di modernità)» (2019, p. 19).

Senza dubbio, questo nuovo regime di relazioni interspecifiche è stato il risultato di rapporti di potere molto più complessi rispetto all’epoca coloniale. La modernizzazione agraria continuava ad avere come obiettivo quello di soddisfare la domanda del commercio internazionale mantenendo saldamente l’America Latina su un percorso di dipendenza legato all’andamento dei prezzi delle materie prime. Si può parlare, almeno in parte, di strutture imperialiste residue, che a volte assumevano la forma di rapporti di potere apertamente neocoloniali. Un noto esempio è il colpo di Stato del 1954 in Guatemala, sostenuto dalla CIA, in cui è noto che la multinazionale agroindustriale United Fruit svolse un ruolo di rilievo (Gleijeses, 1991). Un altro esempio è l’introduzione del modello forestale-esportatore in Cile da parte della dittatura neoliberista di Pinochet. Ma anche i cosiddetti regimi progressisti degli anni 2000 e 2010 hanno sostenuto il boom delle materie prime agroindustriali (Svampa, 2019). A partire dagli anni '70, la semplificazione eccessiva della biodiversità che ha sostenuto la Rivoluzione Verde è stata in gran parte progettata da biologi, agronomi e ingegneri (bianchi) latinoamericani e finanziata dai governi latinoamericani (sia autoritari che democratici), arricchendo una nuova classe agroindustriale molto potente, svolgendo così un ruolo significativo nel fare e disfare dei governi latinoamericani.

Un'altra minaccia in continua crescita è rappresentata dal turismo, soprattutto a partire dagli anni '60. Le agenzie di viaggio occidentali hanno iniziato a promuovere le spiagge latinoamericane come un vero e proprio paradiso terrestre. Gli insediamenti costieri destinati a complessi turistici e attività ricreative hanno distrutto barriere coralline, mangrovie e siti di nidificazione delle tartarughe marine. Il turismo crocieristico nei Caraibi è stato associato a problemi quali l'inquinamento da scarichi di rifiuti e il danneggiamento dei fragili ecosistemi marini. Tuttavia, durante la Grande Accelerazione si è verificato anche un paradosso che riguarda la biodiversità latinoamericana: maggiore è la minaccia che grava su di essa, maggiore è il suo valore simbolico come patrimonio collettivo con cui le élite invitano i latinoamericani a identificarsi.

L'iguana, raffigurata dal 2003 nel logo della compagnia petrolifera colombiana Ecopetrol, ne è un esempio, funge sia da strategia di greenwashing (le iguane sono vittime dirette del clima più secco causato dall'uso insostenibile dei combustibili fossili della Grande Accelerazione), sia da simbolo del patriottismo tropicale (Gutiérrez, 2019). Anche gli Stati latinoamericani e persino i movimenti sociali hanno iniziato – in modo molto consapevole – a utilizzare la biodiversità come veicolo per difendere i propri interessi sulla scena globale. Allo stesso modo, le popolazioni indigene di tutto il continente hanno stretto alleanze con ONG ambientaliste internazionali per difendere i propri mezzi di sussistenza e la propria sopravvivenza (Acker, Kaltmeier e Tittor, 2020; Arambiza e Painter, 2013; Chicchón, 2009). L'iniziativa dell'Ecuador del 2007, di richiedere all'ONU un risarcimento internazionale per le entrate petrolifere perse in cambio di lasciare il petrolio amazzonico nel sottosuolo e proteggere la biodiversità del parco Yasuní, è stata una mossa politica spettacolare, che illustra la complessità della Grande Accelerazione (Gallardo Fierro, 2017). Ciò ha messo in luce l'ambiguo rapporto dei governi latinoamericani con la biodiversità, che negli ultimi decenni è diventata sia un patrimonio da preservare sia una merce di scambio per promuovere interessi economici.

Ma la protezione della biodiversità non riguarda solo l'ambito nazionale latino-americano. Il continente ha svolto anche un ruolo importante nel plasmare la politica mondiale in materia, almeno a partire dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro del 1992, un evento in cui i paesi dell'ONU hanno discusso per la prima volta della perdita di biodiversità e dei cambiamenti climatici come fenomeni correlati. In occasione di questa conferenza è stata presentata la Convenzione internazionale sulla diversità biologica (CBD), che è stata ratificata da tutti i paesi latinoamericani. Nel 2010, le Nazioni Unite hanno proclamato l'Anno internazionale della diversità biologica come punto di partenza del Decennio delle Nazioni Unite sulla diversità biologica. L'attivismo ambientalista e i governi di sinistra hanno ulteriormente rafforzato questo approccio intersezionale delle Nazioni Unite nel tentativo di proporre una diplomazia ambientale globale alternativa, come nel corso della Conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti della Madre Terra organizzata a Cochabamba (Bolivia) nel 2010 (World People’s Conference on Climate Change and the Rights of Mother Earth, 2010). Negli ultimi decenni, i movimenti indigeni, afro-discendenti e contadini hanno introdotto nel dibattito politico nuove forme di relazione tra esseri umani e più-che-umani. Partendo dalle cosmovisioni indigene, queste rivendicazioni si basano sulla difesa della vita e su idee di una vita abbondante, piena, come il kichwa sumak kawsay (Kaltmeier, 2024). In questo contesto, in alcuni paesi come l’Ecuador e a livello locale la Colombia, vengono introdotti i diritti della natura, riconoscendo la natura o i suoi elementi, per esempio i fiumi, come soggetti giuridici (Acosta, 2019).

Dal punto di vista politico, questo nuovo rapporto con il mondo non umano trova espressione in una “svolta ecoterritoriale” dei movimenti sociali latinoamericani (Svampa, 2019), che comprende la difesa della sociobiodiversità dei diversi territori. Dalla fine degli anni ’80, le Costituzioni latinoamericane hanno incorporato in misura crescente regimi territoriali speciali con una gestione collettiva dal basso, con limitazioni rigorose alle attività minerarie e agricole destinate all’esportazione, o con il loro divieto, per preservare le relazioni sostenibili tra gli esseri umani e le altre specie. Questo è stato un processo disomogeneo, in gran parte incompleto e caratterizzato da numerose battute d’arresto. La lotta continua delle comunità di discendenza africana, delle popolazioni indigene e dei contadini per i loro diritti a praticare l'agricoltura multispecie, la raccolta ragionevole di risorse vegetali e la caccia moderata – spesso socialmente ritualizzata in uno scambio spirituale con animali non umani – è stata una condizione essenziale per richiamare l'attenzione sul futuro della biodiversità nella regione. Anche nel contesto urbano, le comunità emarginate e socialmente svantaggiate sono in prima linea nel recupero della biodiversità, come nel progetto di riforestazione della favela Morro de Babilônia a Rio de Janeiro, o nelle «terrazze verdi» della Comuna 13 di Medellín (Sedrez e Augusto Barbosa, 2023). In un momento in cui l'aumento delle aree verdi è considerato a livello globale una condizione indispensabile per la sopravvivenza della vita urbana su un pianeta sempre più caldo, le periferie sociali dell'America Latina, unite alle tradizioni multiculturali del continente e alla sua pluralità di cosmogonie, si stanno rivelando risorse importanti.

Attivisti socioecologici (indigeni), così come antropologi sociali, hanno messo in discussione la grande divisione distintiva della cosmologia europea che separa la natura dalla cultura. Anziché partire dalla separazione classificatoria tra natura e cultura, esiste una “vertiginosa alterità dell’esistente” (Latour, 2017, p. 68). Per stabilire una relazione all’interno di questa diversità, ciò che serve ora non è un reincanto quasi religioso e panteista del mondo, ma nuove ontologie per abitarlo. Anziché isolarsi dalla rete della vita nella tecnosfera autoprodotta, gli esseri umani dovrebbero accettare il loro esistere-in-questo-mondo e comprendere se stessi e gli altri coabitanti come terrestri. Tuttavia, da un punto di vista andino, resta aperta la questione di chi includere in questo gruppo. In molte prospettive indigene è ovvio includere gli animali e le piante – che possono persino essere considerati umani (Kohn, 2021; Descola, 2014) – mentre nelle cosmovisioni andine dovrebbero essere inclusi anche gli esseri della terra, come le montagne (apus) (De la Cadena, 2010). La conservazione della vita e l’ontologia dell’abitare la terra sono aspetti centrali di questa cosmovisione, che sfidano la concezione moderna di una biodiversità esterna alla società umana.


* Traduzione di Marina Zenobio per Ecor.Network

 


El Antropoceno como crisis múltiple. Perspectivas desde América Latina
Volumen II. Biodiversidad
Olaf Kaltmeier, Antoine Acker, Regina Horta Duarte, León Enrique Ávila Romero
CLACSO-CALAS, Buenos Aires, marzo 2025, 604 pp.

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29 aprile 2026 (pubblicato qui il 02 maggio 2026)