*** Mappa critica del Salento ***

Un Altro Salento. Carta non solo turistica

Siamo abituati al racconto del Salento come luogo idilliaco, alla narrazione romantica fatta di scorci magnifici, sabbie dorate, erbette di campo e ricci di mare, anziani sorridenti e giovani abbronzati. Ma le cose stanno davvero, soltanto, così?
C’è una nuova mappa (non solo) turistica del Salento.

Non mostra gli attrattori, le cose belle, le chicche di un territorio di grande bellezza, ma evidenzia alcuni problemi, criticità, emergenze. Si tratta di una mappa pensata per il turista curioso, per il viaggiatore a cui non basta dare uno sguardo alla splendida superficie ma che vuole conoscere, approfondire, iniziare a stabilire un legame. Una cartina che mostra l’altro lato della medaglia, la faccia nascosta della Luna, la polvere sotto il tappeto...

Il proposito - da tempo coltivato dal grafico, fattosi cartografo per l’occasione, Alberto Giammarruco e attuata grazie al fertile incontro dell’Associazione Bianca Guidetti Serra e dei redattori di ECOR.NETWORK (Estrattivismo, Conflitti, Resistenze) con Edizioni Kurumuny - viene dalla necessità di dare una rappresentazione cartografica che sfugge alle convenzioni del marketing del territorio, adottando piuttosto un approccio proprio della geografia critica in cui lo spazio non è un dato oggettivo e neutro ma una costruzione sociale, frutto degli equilibri interni alla società e dei suoi rapporti di potere. Il tutto allo scopo di superare il sempreverde adagio secondo il quale i panni sporchi vanno lavati in casa, e quindi anche di usare la rappresentazione dello spazio come produttore sociale, come elemento politico di sostegno ai conflitti attivi sul territorio.

 

Cosa si nasconde sotto il tappeto dello sviluppo?
Il modello di vita che ci siamo prefissati è sostenibile?
Quanto incidono le grandi opere clima alteranti come il gasdotto TAP sulla nostra vita e sulla nostra salute?


Viviamo in un territorio dai grandi valori paesaggistici ma circondati da mostri come l’ex-Ilva e Cerano, tra discariche a cielo aperto. Abbiamo mare e le spiagge tra le più belle, ma l'accesso è precluso perché c'è una spartizione economica delle bellezze. Il bene comune, la cosa pubblica è sempre più al servizio del privato.

La mappa, in distribuzione gratuita, è un lavoro collettivo che si avvale dei testi di Alessandra Cecchi, Camillo Robertini, Emanuele Larini e coinvolge e dà voce a sigle e movimenti del territorio: Movimento NoTap Brindisi, NoTAP Melendugno, comitato Associazioni No Burgesi, il Comitato dei custodi del Bosco d’Arneo. L’ideazione e il progetto grafico è di Alberto Giammaruco, le illustrazioni sono dell’illustratrice Paola Rollo.

Pur non avendo pretese di esaustività - per esempio non sono trattate le trasformazioni del paesaggio legate al CoDiRO, alle rinnovabili in area agricola, oppure la gestione dei beni culturali... - la mappa è però il frutto di uno sforzo collettivo che confidiamo sia sempre più aperto e in evoluzione. Data la natura divulgativa di questo lavoro, pubblicato in forma sperimentale, indichiamo nella nota in calce alcune delle fonti utilizzate.

 

PRIMA PRESENTAZIONE
VENERDÌ 29 MARZO ALLE H.18.30
PRESSO IL CASTELLO DI CORIGLIANO D’OTRANTO

assieme ai gruppi, associazioni, comitati, impegnati nelle vertenze e nelle lotte
contro le nocività ambientali e le grandi opere fossili del territorio.


I PUNTI DELLA MAPPA 

AREA INDUSTRIALE DI BRINDISI
TRA CROCIATE E DEINDUSTRIALIZZAZIONE

Tutta l’area industriale di Brindisi, divisa in area chimica e area energia, è classificata come Sito di Interesse Nazionale (SIN), cioè come area contaminata che necessita di interventi di bonifica. Comprende impianti a rischio come il deposito GNL Edison, la discarica industriale di Micorosa, la megacentrale a carbone ENEL Federico II di Cerano, la centrale a biomasse SFIR, il petrolchimico Eni Versalis, Il deposito di GPL IPEM, la centrale a turbogas di EniPower, la centrale A2A Brindisi Nord, oltre a grosse industrie petrolchimiche (Syndial, Basell e Chemgas) e alla centrale di interconnessione SNAM di Matagiola. È inoltre in fase di cantiere nel porto della città una grande vasca di colmata (una sorta di discarica in mare), ed in sospeso il progetto del deposito costiero di benzina e diesel Brundisium. Nel 2023 il 6° Studio epidemiologico Sentieri, rilevava a Brindisi un aumento delle anomalie congenite, dei tumori maligni e un eccesso del rischio di ospedalizzazione nella comunità residente, dimostrando una evidenza scientifica del ruolo dei siti industriali contaminati.

LA CENTRALE DI CERANO
LA SALATA BOLLETTA DI FEDERICO II

La Federico II è una centrale a carbone con una capacità totale di 2640 MW installati, che si estende su 270 ettari. È tra le più grandi d’Europa, anche in termini di emissioni di CO2, ed è stata per 30 anni al primo posto in Italia per i costi causati dalle sue emissioni inquinanti, i cui impatti si estendono verso sud fino al basso Salento. Nel luglio 2015 uno studio pubblicato dalla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health ha affermato che la centrale provocherebbe fino a 44 morti l’anno. Nel 2025 l’ENEL ne ha dismesso le quattro unità produttive a carbone, ma il governo Meloni ne ha rinviato la chiusura definitiva al 2038, subordinandola alla realizzazione di futuri impianti nucleari. Il mantenimento della centrale come impianto di riserva per le emergenze nazionali ne impedisce la bonifica dei suoli e l’uso alternativo dell’ampio territorio al suo servizio.

AREA INDUSTRIALE DI TARANTO
DALLA MAGNA GRECIA ALL’ONCOLOGIA

Taranto è sede di impianti industriali e militari che hanno prodotto nell’ultimo secolo livelli altissimi di contaminazione, con relative ripercussioni su ambiente e salute. Il disastro ambientale è stato alimentato dal siderurgico ex Ilva, dall’arsenale militare, dalla raffineria dell’ENI, dalla Cementir, dalle discariche di rifiuti altamente pericolosi. Il Rapporto Sentieri riportava nel 2023 per Taranto e la vicina Statte un tasso standardizzato di mortalità prematura per malattie croniche superiore del 20,9% nei maschi e dell’11,1% nelle femmine rispetto al dato regionale. Risultavano in eccesso la mortalità per tumore al polmone, alla pleura e per malattie respiratorie, oltre ai ricoveri per malattie dell’apparato urinario e per i tumori in età pediatrica. Nel 2015 le malformazioni congenite superavano del 9% la media regionale. Nello studio Sentieri mancano i numeri di ciò che non provoca morte o ospedalizzazione, ma che l’epidemiologia dal basso già sa: tiroiditi autoimmuni, dermatiti, endometriosi, forme infiammatorie artritiche o vascolari, allergie di ogni tipo, sindrome MCS (sensibilità chimica multipla), disturbi bipolari, malattie neurodegenerative, sterilità. L’infinita varietà di forme che a Taranto può assumere il dolore, che segue l’infinita varietà degli inquinanti chimici a cui è esposta la città.

EX ILVA – ACCIAERIE D’ITALIA                                                                           
COZZE, ACCIAIO E MALATTIE

Inaugurato nel 1965, lo stabilimento siderurgico di Taranto (ex Italsider, ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia) ha contaminato nei decenni aria, suoli, mare e falde acquifere con una molteplicità di agenti tossici, cancerogeni, mutageni, genotossici, allergizzanti. È la principale fonte di nocività per la città di Taranto e non solo: le particelle inquinanti delle sue emissioni trasportate dal vento sono state rinvenute fino al Capo di Leuca. La nocività dell’ex Ilva venne affrontata dalla magistratura con l’inchiesta Ambiente svenduto. Nel 2021 la sentenza di primo grado comminò condanne per circa 270 anni di carcere a 26 imputati tra manager, classe dirigente locale e funzionari del siderurgico, per i reati di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Quattro anni dopo il processo venne annullato per ragioni risibili e trasferito a Potenza per ricominciare da capo, avviandosi così verso la prescrizione dei reati e il colpo di spugna.

PALUDE DEL CONTE - MANDURIA
BIODIVERSITÀ A RISCHIO LIQUAME

La Palude del Conte di Torre Colimena è un‘area protetta che fa parte di una riserva naturale regionale. È un luogo magico, un sito di importanza comunitaria dove sostano gli uccelli migratori, crescono specie vegetali rare e nidificano tartarughe marine, fenicotteri rosa, fratini e pesci di ogni specie. Ma è anche un luogo a rischio, minacciato dell’arrivo di un canale per lo sversamento dei reflui in eccesso, in caso di guasto o di troppo pieno, del nuovo depuratore consortile di Sava e Manduria. L’impianto, costruito a poche decine di metri dal quartiere residenziale avetranese di Urmo Belsito, è attualmente dimensionato per gestire 5mila metri cubi di liquami al giorno, ma ne è già previsto il raddoppio entro il 2036. Il TAR ha già respinto i tentativi di fermare il progetto di sversamento dei reflui nel canale Arneo di Torre Colimena (che afferisce a sua volta al mare), ed è attualmente in atto un ricorso al Consiglio di Stato da parte di cittadini di Manduria e di Avetrana a difesa della riserva.

BOSCO DELL’ARNEO
LA PUBBLICA UTILITÀ DI UN BENE COMUNE

Il Bosco dell’Arneo è ciò che resta della antica foresta oritana, estesa un tempo da Oria a Porto Cesareo e oggi in gran parte scomparsa. È racchiuso all’interno dell’area occupata dai circuiti per il collaudo di auto di lusso della Porsche Engineering, il Nardò Technical Center (NTC). Nell’agosto 2023 NTC, la Regione Puglia, i Comuni di Nardò e Porto Cesareo e il Consorzio ASI firmarono un accordo per l’ampliamento del circuito con nuove piste e impianti, da realizzare distruggendo 200 ettari del bosco ed espropriando 351 ettari di terreni privati. L’accordo tentava di aggirare i vincoli posti a tutela del bosco dalla Direttiva Habitat e dalla rete Natura 2000, dichiarando una supposta pubblica utilità del progetto, e sarebbe andato in porto se i cittadini e associazioni riuniti nel
Comitato dei Custodi del Bosco d’Arneo non avessero condotto per quasi due anni una lotta determinata, con manifestazioni, ricorso a TAR, iniziative davanti alla sede della Commissione Europea a Bruxelles e della Porsche a Stoccarda, stringendo alleanze con i movimenti ambientalisti europei. Oggi, grazie a loro, il Bosco d’Arneo, è salvo.

GASDOTTO TAP
IL GAS PIÙ DEMOCRATICO CHE CI SIA

Il Trans Adriatic Pipeline è un gasdotto proveniente dall’Azerbaigian, un paese governato da più di 30 anni dalla stessa dinastia, segnalato per gravi violazioni dei diritti umani e per i disastri ambientali causati dall’estrazione di idrocarburi. L’approdo di TAP nel territorio di Melendugno ha generato, dal 2012 in poi, una ferma opposizione della popolazione locale, che ha contrastato l’opera con manifestazioni di massa, serrate, denunce agli organi preposti, e con blocchi fisici delle operazioni di espianto degli ulivi, trivellazioni, accesso dei mezzi di cantiere. Lo Stato ha risposto con la militarizzazione del territorio, l’imposizione di zone rosse, le cariche dei reparti antisommossa, la repressione economica e la criminalizzazione giudiziaria di attiviste e attivisti. Nel 2020 i mesi di lockdown hanno permesso il completamento dell’opera senza opposizione. Come tutti i gasdotti, il TAP è un’opera che, in piena catastrofe climatica, contribuisce a legarci ancora per decenni all’uso dei combustibili fossili. Vi scorre un gas 80 volte più climalterante della CO2, inquinante e potenzialmente esplosivo a ridosso dei centri abitati. Per Info: NO TAP Melendugno.

Z.E.S. GALATINA - SOLETO
IL CUORE PUZZANTE DEL SALENTO

Nella Zona Industriale – ZES Galatina/Soleto si concentra un alto numero di opifici industriali di prima classe (che dovrebbero per norma essere tenuti essere lontani dalle abitazioni) attivi da anni: il cementificio Colacem, una fonderia, una galvanica, un bitumificio, aziende di trattamento rifiuti. Solo da questi impianti i rifiuti processati e prodotti raggiungono 800.000 t/a, di cui la metà inceneriti dalla Colacem. Inoltre è in previsione l’insediamento nell’area di un impianto della Forenergy srl per la produzione di biometano mediante digestione anaerobica, con capacità di trattamento di circa 40mila tonnellate di rifiuti organici all’anno. Un quantitativo 9 volte superiore alla frazione organica prodotta dai Comuni di Galatina e Soleto, il che ne prefigura l’arrivo annuo di 35.000 tonnellate da altre zone. Il progetto è fortemente contestato dagli abitanti per le prevedibili conseguenze in termini di inquinamento, emissioni odorigene, consumo di acqua.

CEMENTIFICIO COLACEM
IL PROFUMO DI OSSIDO DI AZOTO AL MATTINO


Il cementificio, attivo dal 1953, attualmente è di proprietà del Gruppo Financo. L’impianto utilizza coke da petrolio come combustibile e ceneri industriali come materie prime nel ciclo di produzione. È all’ottavo posto tra i cementifici italiani per emissioni di NOx e produce oltre 600.000 ton/anno di CO2. A queste si aggiungono polveri sottili, anidride solforosa, ammoniaca, metalli pesanti e composti organici volatili. Nel 2011 la Colacem figurava al 586° posto nella graduatoria dell’EEA degli impianti europei a maggior danno sanitario. Studi epidemiologici identificano nei 15 Comuni più vicini allo stabilimento un eccesso di tumori polmonari maschili. Nel tempo, le cave di argilla e calcare di servizio alla Colacem si sono allargate per decine di ettari. Attualmente incombe il rischio che l’impianto possa essere autorizzato alla combustione di rifiuti (CSS). Per info: Coordinamento civico Ambiente e Salute - prov. di Lecce.

PORTO SELVAGGIO – NARDÒ
MORIRE PER UN PARCO

Il Parco di Porto Selvaggio prese vita negli anni ‘50, grazie a un ampio intervento di rimboschimento da parte del Corpo Forestale. Dalla metà degli anni ’70 l’insenatura divenne oggetto di un tentativo di lottizzazione che avrebbe stravolto l’area con la costruzione di centinaia di immobili. Il progetto venne osteggiato da un vasto movimento, che nel 1980 riuscì ad ottenere dalla Regione l’istituzione del Parco naturale attrezzato Porto Selvaggio - Torre Uluzzi. Ma la legge regionale non riuscì a fermare i tentativi di speculazione. La notte del 31 marzo 1984 venne uccisa Renata Fonte, assessore del Comune di Nardò. Renata aveva partecipato alle battaglie civili e sociali di quegli anni contro le lottizzazioni cementizie, e continuò ad opporvisi anche da assessore, nel momento cruciale della definizione normativa dei confini e dei vincoli del parco. Venne uccisa perché «stava facendo perdere un sacco di soldi», ostacolando la realizzazione di un residence sulla costa in prossimità di Porto Selvaggio. Dobbiamo anche a lei se questo paradiso naturale non è stato distrutto, e a tutte le persone che hanno difeso il parco anche dagli appetiti speculativi successivi.

DISCARICA SCOMUNICA - CORIGLIANO
MARA L’ACQUA DELLA FALDA, MARA MARA...

Nel sottosuolo del Comune di Corigliano si muove un bacino idrico decisivo per l’approvvigionamento potabile del Salento, uno dei più ricchi delle regioni meridionali, periodicamente messo a rischio da vecchie e nuove discariche. Nel 1987 sopra questa falda, nel sito di una vecchia discarica abusiva in località Scomunica, venne aperta una nuova discarica per il conferimento dei rifiuti “tal quali”, posta sotto la gestione della società Monteco. Funzionò per pochi anni, sufficienti però a creare una potenziale bomba ecologica. Nel 2003 la Regione individuò un sito attiguo all’area ex Monteco per collocare una nuova discarica, e la scelta venne confermata negli anni, nonostante la fiera opposizione di ambientalisti e Comuni. L’impianto, costruito dalla COGEAM, venne ultimato nel 2014, ma non venne mai attivato per il rischio oggettivo che rappresentava per le riserve idriche e grazie alla mobilitazione popolare. Nel febbraio 2025, la giunta regionale ha deliberato di metterlo in funzione, generando nuovamente una forte protesta da parte di sindaci e cittadini, che ancora dura.

PORTO MIGGIANO
UNA STORIA DI MARE E CALCESTRUZZO

La magnifica baia di Porto Miggiano fa parte di uno dei litorali più incontaminati dell’intera costa italiana e, per tale motivo, è stata vincolata nel 1970 ai sensi della Legge 1479/39, e dal 2000 compresa nel Sito di Importanza Comunitaria Otranto – Santa Maria di Leuca. Nonostante ciò, la baia è stata deturpata prima dalla realizzazione sul costone a picco sul mare di un resort e di un club con piscine, bar, ristorante e shopping center, e poi da lavori di consolidamento (o, piuttosto, distruzione) delle pareti delle falesie che hanno tagliato un’intera porzione di costa. I lavori erano funzionali alla creazione sotto le rocce (che rimangono comunque a rischio crollo) di piattaforme di cemento per il comodo stazionamento dei bagnanti, con grave alterazione della bellezza naturale del luogo. Un comitato a difesa della Baia ha cercato di fermare lo scempio.

DISCARICA BURGESI - UGENTO
IL CICLO INFINITO DEI RIFIUTI

La discarica Burgesi venne aperta nel 1991, grazie a una “concessione edilizia in sanatoria”, all’interno di vecchie cave di tufo dismesse. Originariamente doveva ricevere 700mila tonnellate di rifiuti urbani e speciali non pericolosi provenienti da 24 comuni della provincia, ma nel 2008 ne conteneva già quasi un milione e mezzo. Quell’anno venne ucciso il consigliere comunale Peppino Basile, noto per l’impegno contro la discarica. In un contesto così teso, la Regione decise di dirottare verso Burgesi ulteriori rifiuti di altre zone, ma la popolazione insorse ottenendo nel 2009 la chiusura dell’impianto. Burgesi è stata, nel tempo, oggetto di svariate denunce sullo sversamento illegale di rifiuti tossici, di cui non furono però trovati riscontri nelle indagini. Ci sono invece riscontri sull’incidenza di tumori nella zona, in particolare alla tiroide, con picchi che superano la media provinciale e regionale. Attualmente, la popolazione è di nuovo in strada per contrastare il progetto di riapertura, sopraelevazione ed ampliamento dell’impianto, finalizzato al conferimento di ulteriori 190.000 m3 provenienti da Brindisi. Per info: pagina FB Comitato Associazioni “No Burgesi.

PARCHI EOLICI OFFSHORE
VENTO DI TUTTI, ENERGIA DI POCHI

La Messapia Floating Wind (partecipata ENI) ha presentato un progetto per la realizzazione di un parco eolico flottante denominato Messapia nell’area marina compresa fra Tricase a Santa Maria di Leuca. Il progetto prevede l’ancoraggio di 73 pale eoliche a 28 km dalla costa, su fondali profondi da 550 a 800 m, oltre a cavidotti a mare, opere impattanti sottocosta in prossimità del punto di approdo (Porto Badisco), e un cavidotto a terra che coinvolgerà numerosi comuni salentini. Attualmente il procedimento VIA è nella fase di istruttoria tecnica. Le osservazioni presentate denunciano come gli ancoraggi delle pale e le opere di connessione a mare coinvolgano aree tutelate e ad elevata valenza naturalistica per la presenza di posidonia e coralligeno, per le grotte, i fiumi e le sorgenti sottomarine, e gli habitat della foca monaca. Messapia si aggiunge ad un altro progetto eolico, l’Odra Energia, che prevede autogeneratori alti fino a 315 metri, sempre sullo stesso tratto di costa di straordinario valore paesaggistico. A questo arrembaggio delle multinazionali dell’energia si oppone il Parco naturale regionale Otranto-Santa Maria di Leuca

L’ESERCITO DEGLI INVISIBILI
A SAN FOCA, MA ANCHE NARDÒ, GALLIPOLI...

San Foca è il suo mare, le sue spiagge sempre meno libere e, ultimamente, anche un posto alla moda, uno strano posto nel quale sorgono come funghi locali, baretti, rosticcerie e tikibar. Surf, banani e nomi in inglese sono la cifra di una località di mare sempre più “contemporanea”. All’occhio poco attento potrebbe sembrare che essa navighi in un benessere diffuso e capillare. Solo settant’anni fa era un paesino in cui i pochi abitanti lottavano contro una natura matrigna, stretti tra i latifondi dei signori e la malaria che rendeva quasi invivibile un territorio aspro. Passeggiando per la San Foca di oggi è difficile immaginare quel passato fatto di miseria, oggi è una marina sgargiante, come ci ricorda solertemente l’omonima scritta a caratteri cubitali che fa la sua bella presenza sul lungomare. Vi è però un lato oscuro di San Foca: l’esercito di lavoratori stagionali che negli ultimi anni sono affluiti e sono impiegati come lavapiatti, aiuto cuoco, camerieri e tuttofare nei lidi oppure in campagna. Parlandone con chi vive nella marina anche in inverno c’è sempre un po’ di diffidenza malcelata. Spesso si sente dire con una certa soddisfazione «non si vedono per le strade perché stanno sul retro, in cucina». Il vacanziero in agosto forse preferisce non vedere l’altra faccia del benessere, ma poi, inevitabilmente arriva l’inverno, quando le strade di San Foca sono oramai deserte, le giornate corte e fredde e quell’esercito di lavoratori, oramai in disoccupazione appare alla spicciolata. Sono sul lungomare a ciondolare su e giù, oppure sulla strada che conduce a Melendugno. Vengono dall’Africa subsahariana, dall’India, dal Pakistan, Bangladesh e dallo Stri Lanka, ma nell’isolamento e nella solitudine di una località quasi deserta il loro isolamento sociale e economico è ancora più accentuato. Non vi è un autobus che li porti a Melendugno a fare la spesa, un consultorio medico, un supermercato accessibile. L’inverno a San Foca è una lunga attesa per i locali, che attendono la stagione successiva per svoltare, ma anche per questi lavoratori che forse sognano di spostarsi più al nord, o fuori Italia.

                                                                             


Alcune fonti utilizzate:

https://va.mite.gov.it/it-IT, https://epiprev.it/,
https://www.isprambiente.gov.it/it,
https://protezionecivile.regione.puglia.it/,
https://www.sit.puglia.it/,
https://www.arpa.puglia.it/,
https://www.sanita.puglia.it/web/asl-lecce/registro-tumori,
https://www.regione.puglia.it/web/ambiente,
www.svimez.it,
https://www.salutepubblica.net/,
https://www.isdenews.it/,
nocssnellecementerie.org ,
www.liberiepensanti.it ,
comitatonoburgesi.org ,
https://www.peacelink.it/facebook.com/CoordinamentoCivicoAmbienteeSalute.prov.diLecce,
facebook.com/notap.melendugno/,
facebook.com/custodidelboscodarneo,
facebook.com/NOTAPBrindisi/
facebook.com/noalcarbonebrindisi/,
facebook.com/SvincolamiLa275


 

21 marzo 2026 (pubblicato qui il 22 marzo 2026)