La devastazione ambientale è un'arma del sionismo.
Voci da un viaggio in Palestina contro l’ecocidio di Israele
di Ecoresistenze, NOO-SFERA.ORG
Gennaio 2026, 41 pp.
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ESTRATTO
La lotta per la terra in Palestina
a cura dell’Associazione Rurale Italiana - membro de la Via Campesina
La questione della terra è sempre stata centrale in ogni sistema di espropriazione coloniale e capitalista. È utile tenere presente che esiste un filo rosso tra la gestione fondiaria durante il mandato britannico della Palestina (1920-1948) e le politiche implementate successivamente sotto il dominio sionista. L’impero britannico impose una tassazione vessatoria nei confronti della popolazione contadina, creando una crisi economica artificiale e minando le basi della società palestinese. Allo stesso tempo, stravolgendo le preesistenti norme fondiarie del diritto ottomano e le antiche consuetudini locali, stabilì politiche progettate per privatizzare vaste aree coltivate, favorendo quindi l’insediamento ebraico così come stabilito dalla dichiarazione di Balfour del 1917.
Venne attaccato in particolare il diritto consuetudinario che permetteva la coltivazione di terre statali dell’impero ottomano (chiamate miri) e quello che regolava i domini collettivi (musha’), fondamentali per vaste comunità di pastori beduini ma anche di agricoltori, a beneficio del Jewish National Fund (JNF) e delle sue affiliate, pronte ad intervenire per acquistare le terre secondo le condivise e confortanti regole di libero mercato imposte dagli
inglesi. La crescente emarginazione politica ed economica subita dagli agricoltori alimentò nei settori rurali della popolazione le avanguardie della resistenza palestinese, con insurrezioni e pratiche di disobbedienza diffuse fin dagli anni ’20. Non stupisce che già a quei tempi la risposta ufficiale dell’imperialismo fosse la punizione collettiva, con arresti e sanzioni di massa, sancita persino in una “ordinanza per la punizione collettiva” del 1932. Alla base della “Grande rivolta araba” del 1936-39 va ricercata una condizione di indebitamento ed espulsione dalle proprie terre ormai insostenibile, ma anche una frattura sociale tra una classe contadina proletarizzata e spesso ridotta alla condizione del lavoro migrante e le classi alte palestinesi, i cui notabili, grandi proprietari terrieri e mercanti avevano strumenti per sopravvivere o persino accumulare profitto nel sistema coloniale.
A seguito dell’autoproclamazione di Israele nel 1948 le autorità del neonato Stato ebbero gioco facile a rafforzare a proprio vantaggio le basi legislative ereditate dai britannici attraverso una serie di provvedimenti che tra gli anni ’50 e ’60 trasferiscono ad Israele non solo le proprietà statali mandatarie, ma anche quelle dei proprietari terrieri palestinesi o arabi che nel corso della Nakba non fossero presenti sul posto (la famigerata “legge degli assenti” del 1950).
Ad oggi le biopolitiche legali, militari e amministrative del regime israeliano che privano i palestinesi della propria sovranità alimentare sono molto articolate e spaziano dalla legge che vietò l’allevamento delle capre nere palestinesi nel 1950 fino alle politiche di riforestazione coloniale, passando per il divieto di raccolta di piante eduli selvatiche con la scusa della protezione ambientale, in un sistema che non si fatica a definire ecofascismo. È importante però ricordare che l’autodeterminazione del popolo palestinese e in particolare dei suoi agricoltori è anche pesantemente influenzata dalle politiche finanziarie imposte dal sistema degli aiuti umanitari, che spesso orientano dall’esterno le istituzioni e il sistema produttivo.
Basti citare il fatto che il WTO, e di seguito molti donatori internazionali hanno per decenni influenzato la produzione agricola di Gaza orientandola sin dagli anni ’80 verso produzioni ritenute strategiche e ad alto valore per l’esportazione, come ad esempio i fiori recisi e le fragole. Scelte produttive che hanno allontanato dall’autosufficienza alimentare, basate su ingenti input esterni, altamente dipendenti da mercati volatili e dall’esportazione, a beneficio guarda caso degli acquirenti o degli intermediari israeliani.
La lotta di classe dei contadini palestinesi deve affrontare, negli anni ‘20 come oggi, le baionette dell’impero, un sistema legislativo ed economico oppressivo e l’incomunicabilità con le proprie stesse élites. Gli storici stanno rivalutando sempre più il ruolo dei contadini nell’emersione di un anticolonialismo rurale”, spesso invisibilizzato dietro ai pregiudizi di classe su una società rurale depoliticizzata e ferma nel passato. Un movimento agricolo con legami internazionalisti è invece quanto di più fondamentale per costruire un'economia di resistenza in una condizione di occupazione prolungata.
Tratto da Ecoresistenze.