
Environmental Warfare in Gaza
Colonial Violence and New Landscapes of Resistance
Shourideh C. Molavi
Pluto Press, 2024, pp.136
RECENSIONE DI ISABEL MORO-PALACIOS *
1. Guerra ambientale e scenari politici
Environmental Warfare in Gaza, di Shourideh C. Molavi, è un'opera che arriva in uno dei momenti più vulnerabili e critici della storia recente di quel territorio. L'autrice, antropologa e accademica specializzata in studi su diritti umani e ecologia, ha svolto un ampio lavoro di ricerca nei territori della Palestina. L'opera, pubblicata originariamente nel 2024 in inglese dalla casa editrice Pluto Press e successivamente tradotta in spagnolo nel 2025, affronta le conseguenze degli attacchi ecologici compiuti da Israele a Gaza fino al 2019. Questo divario temporale tra i fatti narrati e il momento della pubblicazione crea una tensione significativa: ciò che viene presentato come presente viene percepito, nella lettura attuale, come un'ecodel passato che si intreccia con la realtà più immediata di un territorio che, lungi dall'essersi stabilizzato, oggi è ancora più devastato.
Dal 2014 Shourideh C. Molavi lavora come ricercatrice e tra il 2016 e il 2018 ha svolto attività di ricerca sul campo per Forensic Architecture, un'agenzia di ricerca affiliata all'Università di Londra, che trova riscontro in diverse forme in questo libro. Da sottolineare il suo prolungato contatto con la popolazione di Gaza, con cui ha interagito sul campo durante questi anni, raccogliendo testimonianze, documentazione visiva, mappe, interviste ad agricoltori, organizzazioni locali e attivisti, osservando direttamente gli impatti ambientali dell'occupazione militare.
In tal senso, è particolarmente rilevante il modo in cui l'autrice trasmette le enormi difficoltà che comporta il lavoro sul campo in un contesto di occupazione, caratterizzato dalla necessità di affrontare processi complessi e rischiosi di incursione nel territorio. Questo sforzo conferisce al libro una forza testimoniale unica, in cui la ricerca accademica si intreccia con l'esperienza diretta e con la voce di coloro che vivono e resistono nella Striscia di Gaza.
Qui risiede uno degli aspetti più interessanti dell'opera, in cui il lettore si sente immerso nella narrazione e diventa partecipe della complessa realtà politica e sociale di un territorio segnato dalla violenza. Questo ancoraggio a un tempo “chiuso”, che presenta la situazione fino al 2019, invita a riflettere sulla persistenza di dinamiche di distruzione ambientale e sociale che non solo non sono cessate, ma si sono intensificate con il passare degli anni. Così l'opera diventa uno specchio scomodo: i disastri descritti assumono una doppia dimensione, da un lato documentaria e storica, dall'altro profondamente attuale, che suscita nel lettore un sentimento di empatia e, allo stesso tempo, di inquietudine di fronte alla constatazione che la situazione descritta non appartiene a un passato superato, ma a un presente che si protrae e si aggrava.
In questo senso, la lettura invita a riflettere sulla natura ciclica e cumulativa della violenza ambientale, che non si limita a un momento specifico, ma si estende nel tempo, generando nuovi livelli di vulnerabilità in una popolazione che già sopporta condizioni estreme. Il testo, quindi, non solo documenta ma interpella anche eticamente il lettore, sottolineando la necessità di ricordare che dietro ogni dato e ogni paesaggio devastato c'è una comunità che resiste e soffre.
2. La resistenza per narrare lo scenario
L'opera è un esempio di ricerca e attivismo che ha permesso all'autrice di riflettere sulle proprie esperienze nel territorio gazawi. Il suo lavoro si inserisce nel contesto dei movimenti ambientalisti che, in questo caso, si organizzano per rendere visibili gli effetti più dannosi dello sviluppo coloniale esercitato da Israele sul territorio palestinese, denunciando sia la devastazione ecologica che le conseguenze sociali e culturali che ne derivano (Molavi 2013). Shourideh C. Molavi è una ricercatrice e scrittrice critica; fa parte di team internazionali di analisi dei diritti umani e lavora per organizzazioni come Forensic Architecture. Tutto ciò le ha permesso di costruire un solido e impegnato quadro di conoscenze, che si intreccia con la sua esperienza di vita e accademica sui conflitti territoriali tra Palestina e Israele. (Molavi 2011). Il libro è anche una riflessione teorica ed etnografica, ma forse uno degli aspetti più interessanti è l'approccio metodologico che lo accompagna.
Prima di recensire ciascuna delle sezioni, è indispensabile soffermarsi su questo punto chiave per comprendere il racconto nella sua complessità. Sul piano metodologico, l'autrice sottolinea di essersi basata su documentazione cartografica, fotografica e visiva, nonché su espressioni artistiche che le hanno permesso di registrare la situazione e le emozioni del popolo gazawi. Allo stesso modo, il suo lavoro si basa sull'osservazione partecipante, integrandosi con la popolazione residente e collaborando con diversi attori, come agricoltori, associazioni locali e collettivi comunitari.
3. Scenario umano: identità e memoria
Per quanto riguarda la sua struttura, il libro è composto da undici capitoli, uno dei quali include una prefazione all'edizione in spagnolo e un prologo scritto da Eyal Weizman, architetto israeliano, che introduce il lettore al tema centrale. In questo prologo viene sottolineato il “clima del colonialismo israeliano”, descrivendo sia le caratteristiche fisiche e climatiche della regione sia il modo in cui queste si sovrappongono alle condizioni politiche. Inoltre, vengono affrontate questioni attuali di grande rilevanza, come i problemi legati all'acqua e alla desertificazione, fattori che aggravano la situazione ecologica della zona. Il resto del libro è organizzato in diversi blocchi distinti. Il primo introduce il lettore alla complessa questione del linguaggio, soffermandosi sulla difficoltà di utilizzare termini geografici e spaziali adeguati per denominare e differenziare i luoghi della Palestina e di Gaza. Come sottolinea l'autrice, la denominazione “Striscia di Gaza” esclude il resto della Palestina e fa parte di una visione coloniale ed esterna che non corrisponde ad aspetti giuridici o amministrativi, con l'obiettivo di separare questo territorio dalla Palestina.
Il capitolo dedicato agli alberi scomparsi in Palestina si apre con un'accurata rassegna storica sulle colture agricole, incentrata in particolare sugli agrumi e, in modo particolare, sulle arance Jaffa, un prodotto squisito che raggiunse grande prestigio internazionale e fu consumato come prelibatezza dall'alta società europea. L'autrice descrive come questa coltura, simbolo di prosperità e di connessione con i mercati esteri, sia stata gradualmente sostituita e trasformata sotto l'impatto dei cambiamenti politici, economici e bellici della regione.
La distribuzione geografica della produzione di arance era direttamente collegata alla disponibilità di acqua sotterranea per l'irrigazione e alla vicinanza ai porti, che ne facilitava l'esportazione su larga scala. Questo tessuto agricolo non solo ha plasmato il paesaggio fisico, ma anche quello umano e culturale, poiché l'industria agrumicola contribuì a consolidare un'identità palestinese legata al lavoro della terra, al commercio e alla vita comunitaria attorno a questa risorsa. L'opera arricchisce questa visione storica attraverso l'uso di cartografia specializzata, che permette di visualizzare la produzione di agrumi nella Striscia di Gaza negli anni tra il 1931 e il 1948. Queste mappe evidenziano come l'arancio costituisse un elemento dominante del territorio palestinese, non solo come risorsa economica ma anche come simbolo di appartenenza, resistenza e memoria collettiva.
Più recentemente, le colture tradizionali sono state sostituite da altre più redditizie, generando come risultato una segregazione identitaria tra la popolazione più anziana, che si riconosce nei paesaggi di aranceti e uliveti, e la popolazione giovane, che si identifica con le colture di ortaggi e fragole, diventate paesaggi di riferimento delle nuove generazioni gazawi. In questo stesso ordine di cose, l'autrice trasmette questa realtà ricorrendo a murales e arte di strada, dove la figura femminile appare rappresentata tra campi di ulivi, rendendo visibile un immaginario ecologico che tende a scomparire (Nazzal 2019). Il capitolo non si limita quindi a ricostruire un episodio agricolo, ma lo trasforma in una chiave interpretativa per comprendere il modo in cui i processi di colonizzazione, espropriazione e conflitto hanno trasformato radicalmente un paesaggio che per decenni era stato emblema di ricchezza e radicamento culturale.
Il terzo capitolo, dedicato all'impresa di esportazione di agrumi Al-Shawwa, ci avvicina alla situazione attuale, caratterizzata dalle politiche di occupazione territoriale e dai cambiamenti nella domanda di prodotti sia a livello locale che internazionale. Si tratta di una brusca transizione tra scenari che hanno conosciuto le generazioni più anziane, fatti di aranceti, uliveti, e la realtà frammentata di oggi.
Particolarmente significativo è il complesso sistema di permessi che regola l'accesso ai terreni coltivati ma occupati da Israele, secondo norme rigorose che condizionano tutto, dai prodotti che possono essere seminati agli orari di accesso, il tutto nell'ambito di un sistema di sorveglianza costante. L'autrice descrive, a questo punto, alcune delle sue incursioni e dei suoi viaggi in questi territori, mostrandoci le strategie che gli agricoltori sviluppano come atti di resistenza: coltivazioni sotto teloni per proteggersi dalle irrorazioni, o la scelta di specie che richiedono meno cure per ridurre al minimo le conseguenze delle restrizioni imposte. Si tratta di tattiche silenziose, piccole ribellioni che consentono loro di sopravvivere economicamente e di conservare, anche se solo in parte, il paesaggio della loro infanzia. In questo contrasto, l'autrice ci presenta l'impresa Al-Shawwa, un tempo emblema di un passato prospero e oggi ridotta a un deposito che conserva più ricordi che frutti. Le ricevute di vendita degli anni Settanta e Ottanta, giustapposte alle immagini attuali di spazi vuoti, evocano un'attività economica che un tempo era fiorente e che oggi è scomparsa.
Il quarto capitolo, dedicato alla guerra chimica condotta da Israele come pratica coloniale, mette in luce come si siano consolidate forme di potere che riconfigurano quelli che l'autrice definisce “scenari biopolitici”. Questi nascono come risultato di pratiche violente esercitate su un territorio militarizzato e sottoposto a fumigazione come meccanismo di guerra ambientale ed ecocidio (Dinc e Necmettin 2025). Come sottolinea l'autrice, questa tattica bellica è stata utilizzata da diverse potenze mondiali in contesti bellici a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, costituendo una strategia di dominio e controllo.
Queste pratiche non solo incidono sulla salute e sui mezzi di sussistenza della popolazione di Gaza, ma anche sul paesaggio stesso, cancellando simboli identitari profondamente radicati. A questo proposito, Shourideh C. Molavi accompagna la sua analisi con immagini documentarie, fotografie scattate da lei stessa della vegetazione danneggiata nelle piantagioni dopo una fumigazione israeliana, nonché con materiali di telerilevamento elaborati da Forensic Architecture, segnalati anche dalle Nazioni Unite (Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente 2024). Tali registrazioni consentono di rendere visibile l'entità del territorio colpito e dimostrano, inoltre, l'impatto diretto sulla salute pubblica, come sottolineato da Abuawad et al. (2025).
Il capitolo dedicato alle conclusioni verte su ciò che l'autrice definisce i nuovi paesaggi di resistenza. In esso vengono presentati diversi esempi di questo nuovo scenario ecopolitico tra cui spiccano, tra gli altri, i rapporti di Forensic Architecture, che evidenziano come gli agricoltori vengano feriti e mutilati dagli attacchi di Israele mentre lavorano i loro campi. Questa realtà è documentata grazie alle testimonianze dei medici, che segnalano gravi lesioni agli arti causate da armi da fuoco e proiettili sparati nelle zone limitrofe.
Come ci si può aspettare, l'opera si conclude con una sezione di ringraziamenti in cui l'autrice riconosce la complessità del lavoro di raccolta dei dati presentati e si dichiara privilegiata per aver ottenuto i permessi necessari per svolgere la sua ricerca. In questo spaziocita nomi e cognomi di quelle persone che, pur essendo anonime, hanno costituito un esempio e un sostegno fondamentale.
Infine, l'opera si chiude con un commovente omaggio a Roshdi Yahya al-Sarraj, amico e giornalista deceduto nel 2023 durante uno degli attacchi aerei israeliani. Il suo sostegno è stato fondamentale per consentire all'autrice di studiare e conoscere in prima persona la scomparsa degli aranceti, esperienza che si è rivelata decisiva per la configurazione di questo libro.
4. Contributi e sfide
La Guerra ambientale a Gaza, di Shourideh C. Molavi, costituisce un contributo necessario per comprendere il modo in cui la violenza coloniale determina il territorio e i paesaggi umani. Basandosi su un complesso lavoro sul campo svolto fino al 2019, l'opera documenta l'identificazione di spazi, territori e paesaggi devastati da Israele che generano nella popolazione più giovane di Gaza un senso di sradicamento e perdita, conseguenza diretta dei sistematici attacchi ecologici. In questo senso è fondamentale aggiornare lo sguardo sulla situazione attuale, poiché la portata e la continuità della distruzione richiedono un monitoraggio costante e nuove letture che rendano conto di un paesaggio, purtroppo, in continua trasformazione. Il racconto mette in luce il senso di oblio e di rifiuto provato dalla società di Gaza, sottoposta a un controllo asfissiante che arriva persino a dettare le norme su cosa e come coltivare. La scomparsa delle colture tradizionali, come gli ulivi, illustra con forza la dimensione simbolica di questa violenza ambientale, poiché non solo viene distrutta una risorsa economica, ma anche un elemento essenziale della memoria e dell'identità culturale.
Di fronte a questa imposizione, l’autrice sottolinea, attraverso manifestazioni artistiche e creative, il nuovo significato attribuito agli alberi e ad altre specie vegetali come simboli di resistenza. In questo modo, l'opera trascende la semplice denuncia per mostrare come i paesaggi distrutti diventino anche scenari di resilienza e lotta collettiva. In sintesi, questo libro è fondamentale per comprendere il conflitto ambientale a Gaza e come la terra, i raccolti e le vite umane si intrecciano nella stessa geografia di violenza e resistenza, dove ogni ferita ecologica diventa anche un atto di riaffermazione identitaria e di lotta per la sopravvivenza.
* Tratto da: Primer número extraordinari: per una antropologia compromesa amb Palestina”.(Con)textos: revista d’antropologia i investigaciósocial, no.1 Extraordinari, novembre 2025, pp.71/78.
** Traduzione di Marina Zenobio per Ecor.Network.
*** Isabel Moro-Palacios è docente nell'area di Geografia, Paesaggio e Cultura per la Laurea in Studi Ispanici del Centro Internacional de Estudios Superiores del Español -Fundación Comillas, è coordinatrice del Centro di Spagnolo del CIESE-Fundación Comillas in collaborazione con l'Istituto Cervantes e direttrice dei corsi della Fundación Abierta della Fundación Comillas.
Riferimenti:
Abuawad, Ahlam, Mark Griffiths, Graham H. Edwards, Adan Eftekhari, Mohammed Al-Ebweini, Husam Al-Najar, Abeer Butmeh, Rasha Abu Dayyeh, ohammed El-Shewy, M. y Amira Aker. 2025, “The ongoing environmental destruction and degradation of Gaza: The resulting public health crisis”. American Journal of Public Health, 115 (7): 1053–1061.
Dinc, Pinar y Türk Necmettin. 2025. “Roots of Destruction: Exploring the Genocide-Ecocide Nexus through the Destruction of Olive Trees in Occupied Palestine and Rojava”, The International Journal of Human Rights, 1–25.
Molavi, Shourideh. C. 2011. “Stateless Citizenship and the Palestinian-Arabs in Israel”. Refuge: Canada’s Journal on Refugees, 26 (2): 19–28.
Molavi, Shourideh. C. 2013, Stateless Citizenship: The Palestinian-Arab Citizens of Israel, Brill.
Nazzal, Rehab. 2019, “The olive tree and the Palestinian struggle against settler-colonialism”. Canada and Beyond: A Journal of Canadian Literary and Cultural Studies, 8 (1).
United Nations Environment Programme, 2024. Environmental Impact of the Conflict in Gaza. United Nations.
Immagini:
Copertina del libro, da Pluto Press.
Immagine di asia Musicco, da https://flyersforfalastin.com/
Immagine di Sanigdhaya Mahajan, tratta da Political Pandora, "Violence as a Colonial Ecology: On Environmental Warfare in Gaza", 27 settembre 2025.
Immagine di Heedayah Lockman, tatta da Shado Magazine, "What is settler Colonialism", 8 giugno 2024.