*** Terza parte ***

Lottare per la vita nel Messico dei mega-progetti

di Inés Durán Matute, Rocío Moreno


 

Il Corridoio Interoceanico.

Fin dall'arrivo di Hernán Cortés si è guardato alla regione dell'Ismo di Tehuantepec come potenziale per favorire il transito e il commercio mondiale. E' stato Porfirio Diaz a cercare di realizzare questo piano attraverso la costruzione del Corridoio Interoceanico di Tehuantepec. Ma con la creazione del Canale di Panama e il movimento rivoluzionario, questo percorso è crollato.41 Da allora è stato interesse di diversi governi farlo rivivere per promuovere la crescita economica e lo “sviluppo” della regione. Così sono apparse diverse proposte, Alfa Omega (1977), il Programma Integrale di Sviluppo Economico per l'Istmo di Tehuantepec (1996), Plan Puebla Panama (2001), il Sistema Logistico dell'Istmo (2007) e le Zone Economiche Spaziali (2016),42 che sembravano voler articolare sempre più progetti nella regione. Ora è la volta del Corridoio Interoceanico, come parte del Piano di Sviluppo Nazionale 2019-2024. Oggi è ieri. Questo corridoio non è solo un progetto, è un pacchetto proprio come gli altri megaprogetti armati per appropriarsi e sfruttare la maggior quantità di beni. E' composto da vari “progetti di espropriazione e sfruttamento dei beni naturali, delle persone, dei beni culturali del sud-est del Messico” (Bettina).

Il Corridoio Interoceanico coinvolgerebbe 79 municipi degli stati di Oaxaca e Veracruz, o 98 se includiamo Tabasco e Chiapas.43 Comprende la ristrutturazione della ferrovia per trasportare merci e collegare i due oceani, ma anche la costruzione di autostrade per garantire la comunicazione, dieci parchi industriali per la produzione e la lavorazione, un oleodotto per collegarsi con la raffineria Dos Bocas e un gasdotto per rifornire la regione di gas naturale proveniente dagli Stati Uniti.44 Comprende anche l'espansione dei porti di Coatzacoalcos e Salina Cruz e la costruzione di un porto petrolifero-commerciale sempre a Salina Cruz. Questo corridoio potrebbe anche coinvolgere nuovi progetti energetici e minerari, come è stato recentemente denunciato nella selva dei Chimalapas.45 Per Bettina è progetto che riguarda qualcosa di fondamentale, la produzione di energia. È quindi importante chiedersi cosa c'è dietro la rete di gasdotti che continua ad espandersi nel sottosuolo dentro e fuori i confini nazionali? I megaprogetti non sono isolati e hanno una logica che deve essere portata alla luce con urgenza. Non sorprende, in questo contesto, che IENOVA non è solo la società che sta dietro il gasdotto Sonora, ma anche dietro ai controversi parchi eolici e a vari progetti previsti nella regione dell'Istmo di Tehuantepec, compreso il terminal di trasferimento di idrocarburi a Poncitlán, Jalisco. Vogliono ridurre i costi che vanno dall'energia alla manodopera. Così come per il Treno “Maya” il Corridoio Interoceanico vuole essere quella cortina, quella nuova frontiera per fermare la migrazione centroamericana verso gli Stati Uniti.

Nel discorso del governo si dice che l'intenzione è quella di attivare economicamente una regione storicamente abbandonata.46 Ovviamente questo corridoio devasterebbe la regione in quanto si tratta di una zona ricca di 'beni naturali', il capitale entrerebbe per consumare e appropriarsi dell'acqua, della terra, del vento, della selva e dei minerali. Bettina sa che “l'impatto sull'ecosistema e l'impatto sulle nostre vite sarà molto forte”. Mette in guardia sul fatto che, se realizzato, altererebbe la geografia fisica, provocherebbe cambiamenti nelle correnti marine, aumenterebbe la densità della popolazione, inciderebbe sulla pesca di cui vivono i popoli, si contaminerebbero ulteriormente le terre, i fiumi e i mari, genererebbe conflitti sociali, causerebbe carenze d'acqua e l'esproprio delle terre renderebbe la vita ancora più precaria, aumenterebbe la violenza, l'insicurezza e il narcotraffico. L'arrivo dei megaprogetti in Messico nasconde una guerra di sterminio mascherata da “sviluppo”, “occupazione” e “benessere”. Gli effetti che avranno sulla gente, sulla regione e sul pianeta non sono considerati.

Bettina mette in discussione questa guerra promossa dallo Stato e dal capitale, riflette sul fatto che nemmeno il saccheggio durante la colonizzazione spagnola può essere paragonato allo scenario attuale, e dice:

Questo disastro è ancora più grande di quello vissuto durante il periodo coloniale. Perché allora lasciarono almeno le Repubbliche degli Indios, oggi neanche quelle. Si pagavano dei tributi e c'erano cose molto brutte, ma il popolo ha potuto tenere ciò che era suo. Ora siamo spogliati di tutto per essere inglobati alle grandi masse di persone senza identità, senza niente, senza speranza. Quindi, io lo vedo molto devastante.

L'espropriazione, il disprezzo, lo sfruttamento e lo sterminio dei popoli originari della regione sono stati presenti nei diversi momenti storici del Messico; verso le e gli ayuuk, binnizá, chinanteco, Chontal, Ikoots, Mazateco, Mixteco, Nahua, Popoluca, Totonaco e Zoque. Ciononostante questi popoli portano con sé anche una memoria di resistenza che ha permesso loro di continuare ad esistere e ad abitare le loro terre. Oggi affrontano il megaprogetto del Corridoio Interoceanico per preservare l'essenziale, la vita. Si sono mobilitati nel passato e si mobilitano nel presente contro una storia di oppressione. Oggi è ieri. Come gli altri popoli che resistono senza esitazione a questi megaprogetti, sono consapevoli di resistere da più di cinquecento anni.
 

Industrializzazione e urbanizzazione a El Salto

Ci si potrebbe allora chiedere se questa guerra sia stata sofferta e combattuta solo dai popoli indigeni ma, mentre il capitale si espande su tutto il pianeta, sappiamo che questa guerra - anche se in modi diversi - l'abbiamo vissuta tutti e tutte. Nella località di El Salto, Jalisco, si evidenzia una delle esperienze più allarmanti del nostro paese, ossia come il capitale in complicità con lo Stato riesce a distruggere fiumi, terra, flora, fauna... la vita. Nel XIX secolo fu promosso lo sviluppo industriale della regione che iniziò con una fabbrica di filatura nel 1866, ma alla fine del secolo Porfirio Díaz iniziò a incoraggiare una maggiore industrializzazione della zona. El Salto emerge così come una città di lavoratori e di lavoratrici che avevano “il loro reddito e anche l'accesso al cibo da tutti gli spazi naturali” (Alan). Da allora sempre più aziende cominciarono a trasferirsi, il boom arrivò soprattutto con la firma del Trattato di Libero Commercio (1994). Conosciuta ora come la Silicon Valley del Messico, El Salto ospita 974 industrie.47 Si tratta di industrie automobilistiche, farmaceutiche, alimentari, chimiche e di ogni altro tipo che hanno trovato come vantaggio, oltre alla manodopera a basso costo, la mancanza di regolamentazione per lo smaltimento dei loro liquami nel fiume Santiago. Si prometteva il progresso, ma arrivarono la devastazione, lo sfruttamento, l'inquinamento e le malattie. Le popolazioni di El Salto si sono quindi organizzati per lottare contro le minacce nella regione che arrivano da una sempre maggiore industrializzazione e urbanizzazione; contro le centrali termoelettriche, i gasdotti,48 le discariche di rifiuti 49 e i frazionamenti.50 Anche loro sentono il peso della storia; Alan condivide:

Leggendo come sono cambiate le cose dal XIX secolo ad oggi tutto sembra così recente, perché riflette le condizioni in cui ci troviamo ora. Forse succede a chiunque quando legge la storia del luogo da cui proviene, dei suoi antenati, dei modi di essere e della comunità. Ma quando si comincia a grattare quel passato, allora sì ci si rende conto di come è stata permeata un'idea, precisamente l'idea di 'progresso', di come sia stata provocata una rottura con i modi di essere, di stare, di mangiare, con tutto quello che esisteva prima dell'industrializzazione, che alla fine è come [...] un'altra rottura provocata dalla conquista ai modi di organizzarsi politicamente, economicamente e socialmente nelle comunità.

Ovunque esisteva questa idea di progresso esistevano anche l'organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori, il sindacato e la lotta di classe. E' nella loro memoria che i primi abitanti si sono rivendicati come anarchici in lotta per migliori condizioni di lavoro. In questo contesto non sorprende che nel 2001 i lavoratori di Euzkadi abbiano lottato per recuperare la fabbrica e trasformarla nella Cooperativa dei Lavoratori Democratici Occidentali (TRADOC).51 Tuttavia, questo non è stato sufficiente a ripristinare il territorio, a rispettare il fiume e a far sì che ne beneficiasse la popolazione. Il nemico non era più il padrone, era diventato il modello industriale. Dal 2005, un gruppo di residenti, lavoratrici e lavoratori delle fabbriche di El Salto si sono organizzati in Un Salto de Vida. Oggi è ieri. Questo collettivo è nato per rispondere alla distruzione che si stava generando intorno a loro, ma ha guadagnato forza quando si sono resi conto che i loro figli, nipoti, genitori, madri, nonni e nonne stavano (e stanno) morendo di cancro e per insufficienza renale come conseguenza dell'alta tossicità che l'industria riversa nel suolo, nell'aria e nell'acqua.52

Nonostante le terribili condizioni ambientali e lavorative, hanno deciso di non emigrare e di lottare per ripulire il fiume, perché ci sono ancora forti legami con il loro territorio, e per difendere la vita che ancora esiste in esso. Per esempio, dal 2019 hanno iniziato a mobilitarsi contro la costruzione di una centrale termoelettrica nella vicina città di Juanacatlán, un progetto che inciderebbe gravemente sulla salute e sulla qualità della vita della popolazione, comporterebbe una serie di gravi implicazioni ambientali e aprirebbe la possibilità di espandere il corridoio industriale.53 Mentre nella vicina città di Guadalajara gli abitanti continuano ad ignorare la devastazione che avviene a pochi chilometri da loro. Sofía afferma che “ci stanno estinguendo come popolazione”.

La industrializzazione a El Salto non è solo un attacco contro i suoi abitanti ma contro tutta la regione che è stata violentata per centinaia di anni e attualmente avvelenata. Fin dal periodo coloniale questa regione è stata aggredita con azioni che hanno sterminato i popoli originari e le strutture comunitarie. Faceva parte del territorio del popolo coca che si estendeva dall'attuale città di La Barca fino a Tonalà, dove le comunità insediate sul bordo della conca Chapala-Santiago beneficiavano e vivevano del fiume. La terra dove ora si trova El Salto era parte di questo territorio che, a causa del brutale processo di conquista, ha fatto sì che i coca venissero dimenticassero. Tuttavia, oggi, l'insieme di popolazioni della regione come quelle di Juanacatlán, Tlajomulco, Mezcala, San Pedro Itxicán, Jocotepec e Ocotlán, si stanno organizzando per difendere la conca. L'unità tra famiglie e vicini, come pure le forme storiche di organizzazione, sono state pilastri fondamentali per organizzare questa resistenza. Condividono il prosciugamento e la contaminazione del lago Chapala causati della 'modernizzazione' e considerano il fiume Santiago come un fiume che in passato li univa generando la vita, e che ora li convoca per difenderlo dalla malattia e dalla morte. La conca è diventata così un avvertimento di ciò che accadrà se i megaprogetti che si stanno promuovendo sul territorio nazionale diventeranno realtà. Un fiume storico è ora un fiume tossico, un prodotto dell'insediamento industriale che dura da cento anni. Oggi è ieri.

(3. Fine)
 

* Inés Durán Matute è ricercatrice dell'Università Autonoma di Puebla (Messico) e membro dell' International Research Group on Authoritarianism and Counter-Strategies della Rosa Luxemburg Foundation. Rocio Moreno è miitante di lungo corso del Congresso Nazionale Indigeno (CNI)

Traduzione di Marina Zenobio


NOTE

 


Download:

La lucha por la vida frente a los megaproyectos en México
Inés Durán Matute, Rocío Moreno
Universidad de Guadalajara-Ciesas-Cátedra Jorge Alonso, 2021 - 89 pp.

 

25 maggio 2021 (pubblicato qui il 28 maggio 2021)