*** Seconda parte ***

Neoestrattivismo e violenza di Stato: difendere i difensori in America Latina

di Aldo Orellana Lopez

  

Perù e Colombia: casi emblematici.

La violenza nei confronti delle comunità in conflitto in contesti estrattivi proviene principalmente dallo Stato attraverso l'uso della forza pubblica. Tuttavia, non è né l'unico né il peggiore.

La presenza di attività estrattive semina un gran numero di interessi oscuri che possono attivare reti e gruppi criminali nei luoghi in cui si trovano. Si crea un ambiente molto teso e ostile nei confronti dei difensori. L'impunità prevalente per i crimini commessi peggiora la situazione. Quando si verifica un crimine, è difficile trovare gli autori materiali e intellettuali.

Global Witness afferma che nel 2019, 64 dei 148 omicidi di leader ambientali avvenuti in America Latina si sono verificati in Colombia. "È il numero più alto mai registrato nel paese". Inoltre, l'organizzazione sottolinea che l'omicidio dei difensori del territorio avviene in un "clima di persecuzione e minacce", "che cercano di infondere paura".

"Difendere i diritti umani è molto difficile... e ancora di più a La Guajira, con la questione dell'attività estrattiva del carbone", ha affermato Jakeline Romero, indigena Wayúu dell'organizzazione Fuerza de Mujeres Wayúu1, un'organizzazione che resiste anche all'espansione dell'estrazione del carbone. "Nella nostra organizzazione abbiamo dovuto vivere tante situazioni di violenza, passando per minacce, stigmatizzazioni, segnalazioni".

Front Line Defenders afferma che "il 44% degli attacchi avvenuti tra il 2015 e il 2019 (in Colombia) erano contro difensori che avevano espresso preoccupazione per l'attività di cinque imprese... Cerrejón è una di queste". Questa compagnia ha anche un accordo di sicurezza con i batallones minero energéticos.

Nel caso del Perù, la repressione è aumentata anche nelle aree dove c'è resistenza principalmente contro le attività minerarie. La situazione è particolarmente grave nella regione andina meridionale del Perù, una delle regioni con il maggior numero di concessioni minerarie del Paese e dove si trova il cosiddetto “corridoio minerario”, un'area che ospita diverse attività minerarie e attraverso la quale il minerale viene trasportato per la sua esportazione. La maggior parte delle società estrattive che hanno accordi di sicurezza con la polizia hanno progetti in aree altamente conflittuali, compreso il “corridoio minerario”. Quest'area è costantemente militarizzata a causa degli “stati di emergenza”, una figura normativa che sospende i diritti delle comunità e delle proteste.

In questa zona si trova la miniera di rame, oro e argento di Antapaccay, di proprietà della società mineraria transnazionale svizzera Glencore.

Espinar è una provincia che convive con l'attività mineraria da più di 3 decenni. In tutto questo tempo, sono sorti una serie di conflitti dovuti a denunce di contaminazione delle fonti di acqua, aria e suolo intorno alle aree di influenza della miniera. È stata anche dimostrata l'eccessiva presenza di metalli pesanti nel sangue di decine di uomini, donne e bambini delle comunità della zona.

La mancanza di attenzione da parte dello Stato e dell'impresa alle richieste delle organizzazioni di Espinar ha causato conflitti di grande intensità nella zona.

Nel 2012, una dichiarazione di sciopero generale e blocco stradale ha portato all'intervento della polizia che provocò la morte di 3 persone, decine di feriti e diversi arresti arbitrari. Dopo questo conflitto, il Coordinamento Nazionale Peruviano per i Diritti Umani (CNDDHH, sigla in spagnolo [NdT]) denunciò l'esistenza di un accordo di sicurezza tra la polizia e la compagnia mineraria e che in quel periodo la polizia ha utilizzato le strutture della compagnia come "base operativa" e centro di detenzione dove sono state attuate torture ad attivisti dei diritti umani.

Gli ultimi gravi conflitti a Espinar si sono verificati tra luglio e agosto 2020. La popolazione ha chiesto ancora una volta attenzione alle proprie esigenze in termini di salute e ambiente, ma anche il pagamento una tantum di 1.000 soles (circa 265 dollari) per alleviare la crisi economica associata alla pandemia. Le risorse sarebbero dovute arrivare dal cosiddetto “accordo quadro” tra azienda e Comune, con il quale il 3% degli utili dell'attività mineraria avrebbe dovuto essere destinato a progetti di sviluppo nella provincia. Di fronte al rifiuto della società, quella che gestisce le risorse dell'accordo, la popolazione è uscita per protestare ed è stata repressa dalle forze dell'ordine. Il CNDDHH ha riferito di 3 feriti con ferite da arma da fuoco, 6 feriti con proiettili di gomma e diversi feriti da percosse e contusioni. Il CNDDHH ha accusato la polizia di aver sottoposto i manifestanti ad atti di tortura e trattamenti inumani e degradanti. “Le persone sono state torturate, minacciate di morte, è stato gettato carburante sui loro corpi, minacciando di dar loro fuoco. Ci sono anche testimonianze di donne che hanno subito toccamenti indebiti ", ha affermato Mar Pérez, un avvocato del CNDDHH.

Gli “stati di emergenza ed eccezione” sono un modello di abuso normativo che si ripete nella regione. Questa situazione viene utilizzata dallo Stato per militarizzare i territori e sospendere i diritti costituzionali, incutendo timore nella popolazione e consentendo più facilmente lo sviluppo delle attività estrattive. "Questi meccanismi hanno configurato un metodo efficiente per sgomberare le popolazioni che protestano", afferma il Centro di Documentazione e Informazione Bolivia (CEDIB).

Queste situazioni di conflitto e di repressione in contesti estrattivi portano anche a processi di “criminalizzazione della protesta sociale”, attraverso l'arresto e la condanna di leader sociali nell'ambito di reati forzati e ambigui, quali terrorismo, sabotaggio, associazione illecita ed estorsione.

Dopo le proteste del 2012 a Espinar, lo stato ha perseguito 3 leader sociali con l'accusa di istigazione e altri reati. Il processo è durato più di 8 anni, e nel processo le persone colpite hanno dovuto affrontare il costo di risorse economiche e tempo, ma anche gli impatti psicologici, familiari e sociali. L'obiettivo di questi processi è ammonire le persone che protestano, incutere paura e inibire altre proteste sociali.

La coercizione statale, dalla violenza della polizia alla criminalizzazione della protesta, rispondono all'agenda di sviluppo e promozione delle attività estrattive che è stata attuata nella regione per più di due decenni. Sono stati utilizzati "concetti come "sicurezza nazionale, ordine pubblico, protezione di asset critici dello Stato, tra le varie cose, con i quali si giustifica la subordinazione della forza pubblica - sia di polizia che militare - agli interessi delle società estrattive" afferma CEDIB.

Esistono altre forme più sottili di abuso che si riproducono in contesti estrattivi, come l'abuso attraverso il discorso, che cerca di stigmatizzare le organizzazioni e i leader sociali. Le persone e le organizzazioni che guidano processi di resistenza territoriale sono state spesso descritte come “nemici dello Stato, nemici dello sviluppo e terroristi”. Questo tipo di qualificazione non solo crea stigmi, ma crea anche un'atmosfera tesa di violenza che può portare a conseguenze fatali per le persone colpite, soprattutto nei paesi in cui in passato si sono verificati conflitti armati interni.

Questo tipo di attacchi e discorsi provengono generalmente dalle autorità statali, ma si ritrovano anche nelle forze repressive, la cui formazione si basa sulla logica del "nemico interno" che deve essere distrutto. Questa logica non rispetta la protesta sociale come diritto o come esercizio cittadino legittimo e democratico.

Come se non bastasse, l'esercizio della violenza da parte dello Stato e queste forme di abuso sono cariche di razzismo. Durante i conflitti di Espinar nel 2020, l'avvocato del Coordinamento per i Diritti Umani del Perú ha sottolineato che "l'uso delle forze di polizia è stato riconosciuto a livello internazionale come marcatamente razzista", considerando che "il 70% delle vittime dell'uso della forza da parte della polizia nelle manifestazioni sono indigeni”, ciò ha generato critiche anche da parte del Comitato delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione razziale.
 

Tendenza regionale

Gli esempi che abbiamo visto in Colombia e Perù relativi all'uso delle forze coercitive statali, alla criminalizzazione della protesta e ad altri tipi di abusi, sono modelli e tendenze generali che si riproducono in tutti i paesi della regione come conseguenza di ciò che Svampa ha chiamato "illusione sviluppista".

L'Ecuador e la Bolivia sono paesi con progressi molto importanti nell'incorporazione dei diritti umani e della Madre Terra nei loro regolamenti costituzionali. Si tratta però di due paesi che nelle proprie strategie di sviluppo hanno incorporato anche una serie di progetti legati all'estrattivismo. Le conseguenze non sono state molto diverse dal resto degli altri paesi.

Uno dei casi che più ha attirato l'attenzione nel caso della Bolivia è il conflitto TIPNIS. Nell'agosto 2011, un migliaio di indigeni della Bolivia orientale ha iniziato una marcia di 400 chilometri dal dipartimento orientale di Beni al quartier generale del governo a La Paz. L'obiettivo era chiedere l'interruzione della costruzione non sottoposta a consulta della strada che doveva passare attraverso il Territorio Indigeno del Parco Nazionale Isiboro Secure (TIPNIS), zona popolata da diverse popolazioni indigene amazzoniche. Le comunità cercavano di evitare la potenziale incursione di attività estrattive in questa riserva naturale.

Il governo aveva screditato la marcia in molti modi, collegandola alle ONG e ad altri gruppi politici. Infine, il governo è intervenuto violentemente contro la marcia a 80 chilometri da La Paz, non facendo caso alle critiche nazionali e internazionali che l'avevano fatto desistere temporaneamente dal progetto.

In Ecuador, un conflitto in Amazzonia tra una compagnia mineraria cinese e la comunità Shuar è venuto alla luce a livello internazionale. Nella provincia di Morona Santiago, le comunità della Cordillera del Cóndor hanno rifiutato il progetto di estrazione del rame a cielo aperto di San Carlos-Panantza, di proprietà della società cinese Ecuacorriente. Nell'agosto 2016, centinaia di agenti di polizia sgomberarono con la violenza la comunità Shuar Nankints dalle terre che la compagnia cinese rivendicava come sue. Di conseguenza, varie organizzazioni indigene in Ecuador accusarono il governo di promuovere la mega-estrazione senza ricorrere a una consultazione preventiva, libera e informata. Questo fu l'inizio di altri eventi violenti che si conclusero con la militarizzazione dell'area.

Sia nel caso del TIPNIS che in quello della Cordillera del Cóndor, i governi hanno pubblicamente screditato le comunità e hanno cercato di sciogliere le ONG, accusate di sostenere le mobilitazioni con oscuri interessi.

Ci sono altri progetti estrattivi nell'agenda del governo di Ecuador e Bolivia che hanno generato polemiche negli ultimi anni.

In Ecuador ci sono mega progetti minerari a cielo aperto nella cintura del rame che attraversa diverse province. Inoltre, ci sono i tentativi di estrarre petrolio dal Parco Nazionale Yasuní. Nel caso della Bolivia, il progetto idroelettrico di Bala-Chepete con finanziamento cinese nell'Amazzonia boliviana, l'apertura di aree protette all'attività petrolifera e le intenzioni del governo di estrarre petrolio dalla riserva di Tariquia nel sud del Paese.

Nel caso della Bolivia, nel 2012, dopo il conflitto TIPNIS, il governo creó il cosiddetto “battaglione ecologico”, una forza militare presumibilmente destinata ad esercitare un maggiore controllo nelle aree protette, sebbene alcune organizzazioni lo abbiano collegato all'estrattivismo.

Seguendo uno schema comune, ci sono molti conflitti intorno alle attività estrattive in tutti i paesi della regione.

Le cosiddette “zone di sacrificio” dove sono attivi i progetti estrattivi, si trovano per lo più in territori indigeni che spesso non vengono consultati e contro i quali si esercita successivamente la violenza.
 

Riforme, sostegno alle lotte e alternative

L'estrazione violenta delle materie prime è un modello che si riproduce in America Latina fin dai tempi del colonialismo. La regione svolge il ruolo ereditato di fornitore di materie prime al mondo. L'evidenza mostra che, negli ultimi due decenni, tutti i paesi della regione hanno promosso l'espansione e l'intensificazione delle attività estrattive e una dottrina di sicurezza che l'accompagna.

La Cina ha giocato un ruolo fondamentale nel periodo del neoestrattivismo nella regione. Tuttavia, gran parte delle risorse estratte viene ancora esportata in Europa e negli Stati Uniti. L'espansione degli investimenti e delle aziende cinesi nelle attività estrattive in America Latina condivide ora il terreno con i colossi societari di Stati Uniti, Europa e Canada anch'essi nella regione.

Questa tendenza è stata riprodotta in modo strutturale in tutti i paesi della regione, pur con differenze quali le politiche redistributive e il grado di apertura agli investimenti esteri. "Viviamo in un tradizionale estrattivismo neoliberista e in un neo-estrattivismo progressista di nuovo tipo, in cui lo stato svolge un ruolo più attivo nella raccolta del ricavato e la distribuzione che legittima, ma che riproduce gli impatti sull'ambiente e sui diritti", dice Gudynas.

Questa "corsa globale per le restanti risorse" ha generato una grande resistenza che viene placata con crescente violenza da parte dello Stato, ma anche da parte di gruppi irregolari e criminali. Al contrario, le resistenze si rafforzano e generano nuove strategie di lotta.

È fondamentale promuovere la progettazione di strategie comuni per contrastare l'estrattivismo, come richiedere agli Stati di fornire l'informazione necessaria sia delle attività estrattive che sui sistemi di sicurezza progettati per la loro protezione. Queste denunce e informazioni possono essere girate ai sistemi internazionali dei diritti umani di cui i nostri paesi fanno parte. Inoltre, esistono strumenti internazionali e importanti strumenti e antecedenti nella difesa dei diritti umani territoriali e ambientali che possono essere utilizzati. Nel 2011, l'Assemblea delle Nazioni Unite si pronunciò contro l'abuso delle leggi sulla sicurezza e la lotta al terrorismo per attaccare i difensori dei diritti umani. Nel 2013, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite affermò che le leggi nazionali dovrebbero facilitare il lavoro dei difensori invece di criminalizzarli e stigmatizzarli. Nel 2019 il Consiglio ha riconosciuto il contributo dei difensori dell'ambiente e ha sottolineato l'importanza del loro contributo per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici e preservare gli ecosistemi. Inoltre, sollecita gli stati a garantire la "partecipazione delle comunità alle decisioni che riguardano i loro diritti e territori, a superare l'impunità in caso di violazioni dei diritti dei difensori ambientali, a emanare norme e attuare politiche di protezione" come la consultazione previa.

In Colombia, molte organizzazioni propongono lo scioglimento della polizia speciale ESMAD. Anche l'ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) ha denunciato gli abusi dell'ESMAD e ne ha chiesto la riforma. Sono anche stati messi in discussione esistenza e ruolo dei Batallones minero energéticos. In Perù le organizzazioni stanno lavorando per dimostrare l'“incostituzionalità” degli accordi tra la polizia e le società estrattive. Ci sono anche proposte per riformare i codici penali e persino la costituzione politica, affinché venga dismessa la pratica di usare i reati in modo forzato per perseguire i leader sociali.

Una proposta di natura strutturale che si sta rafforzando è quella di attaccare il sistema che genera il circolo vizioso dell'estrattivismo e la violenza che lo accompagna. Il modello di sviluppo "estrattivista" è stato ampiamente criticato negli ultimi decenni e una varietà di organizzazioni lavora per generare alternative, esortando gli stati ad assumere un ruolo guida in questa lotta. L'inasprimento della violenza nell'estrattivismo rende evidente la crisi sistemica in cui si trova il modello capitalista transnazionale e i limiti ecologici che ha la terra. In tal senso, una buona occasione per pensare alla costruzione di un nuovo sistema di civilizzazione.

Intanto è importante sostenere la resistenza in prima linea, creare autentiche reti di solidarietà per denunciare costantemente ciò che sta accadendo nei territori e il ruolo svolto dalle imprese transnazionali, che sono quelle che alla fine beneficiano del modello, senza avere obbligazione alcuna. In questo senso, è importante smantellare gli scudi internazionali che tutelano le imprese, come il sistema di arbitrato delle differenze investitore-Stato (ISDS) contemplato negli accordi commerciali e di investimento.

Le società transnazionali giocano sempre per vincere o vincere. Non sono responsabili dei conflitti che generano, perché possono facilmente evitare la giustizia nazionale, ricattare i governi o semplicemente sono così potenti che molti paesi non li influenzano affatto. Ecco perché è molto importante chiedere un maggiore controllo internazionale delle loro attività in modo che siano ritenuti responsabili delle loro azioni. In questo senso, dobbiamo continuare a sostenere la costruzione di uno strumento internazionale giuridicamente vincolante per le imprese transnazionali nel campo dei diritti umani che obblighi le imprese a rispettare i diritti umani e a riparare le comunità danneggiate. Il Trattato Vincolante che si negozia all'ONU, sarà uno strumento fondamentale affinché le comunità che resistono e denunciano gli impatti delle imprese transnazionali, abbiano una forma di protezione e un modo internazionale efficace per accedere alla giustizia prima degli impatti sui propri territori.

(2. Fine)

Traduzione a cura di Giorgio Tinelli


NOTE:

1 Fuerza de Mujeres Wayúu è stata creata nel 2006 attraverso un'alleanza tra comunità, ranch e organizzazioni Wayuu. Ha vinto il premio nazionale colombiano per i diritti umani nella categoria "Esperienza collettiva o processo dell'anno" https://www.premiodefensorescolombia.org/ganadores-premio-nacional/

 

06 giugno 2021 (pubblicato qui il 09 giugno 2021)