Ecologia e politica del turismo balneare. Natura e lavoro a buon mercato a Rimini e Durazzo
Matteo Lupoli
Orthotes Editrice
2026, 180 pp.
Download:

ll turismo è uno dei settori produttivi più rilevanti e in continua espansione
dell’economia globale. Eppure, al di là delle cifre e delle retoriche promozionali, la sua crescita porta con sé contraddizioni che tendono a essere rappresentate come effetti collaterali inevitabili: la precarietà del lavoro, la privatizzazione degli spazi costieri, il consumo intensivo di suolo e risorse, la marginalizzazione delle comunità residenti. Questo volume si propone di mostrare come questi presunti effetti collaterali non siano affatto tali, ma costituiscano gli assi strutturali su cui si regge l’intera industria turistica. Prendendo come casi di studio Rimini e Durazzo, due coste e due momenti distinti di uno stesso processo storico, il libro analizza le condizioni materiali ed ecologiche che rendono possibile la vacanza balneare di massa, attraverso la prospettiva dell’ecologia-mondo arricchita dal dialogo con l’ecologia politica, la sociologia del turismo e le analisi della governamentalità neoliberale. Un futuro desiderabile potrebbe non coincidere con l’abolizione del turismo, né con il suo semplice rinverdimento, ma con la capacità di immaginarne uno sviluppo meno estrattivo e più equo. (Orthotes)
PREFAZIONE
di Federico Chicchi
Turismo, desiderio e metabolismo
Ci sono libri che sono scritti per aggiungere un tassello a un dibattito consolidato e libri che provano invece a inaugurare una nuova prospettiva di analisi. Il lavoro di Matteo Lupoli appartiene a mio avviso alla seconda categoria. La ragione e presto detta: il suo lavoro assume fino in fondo la complessità e l’ambivalenza del fenomeno turistico oggi, sottraendolo tanto alla retorica apologetica del terziario avanzato quanto alla condanna senza appello e per lo più moralistica che attraversa una parte della critica contemporanea sul fenomeno.
Queto testo ha un altro pregio importante, è un testo dove la tesi che s’intende sostenere è fin da subito mostrata con chiarezza e solidità teorico-metodologica. Lupoli intende leggere il turismo balneare e il suo sviluppo attraverso gli strumenti dell’ecologia politica, trattandolo non come un settore economico fra gli altri, ma come un dispositivo socio-ecologico che organizza e privatizza energie, territorio, lavoro e desiderio. Non sono in gioco, dunque, soltanto questioni di sostenibilità ambientale o di governance territoriale, ma l’interrogazione di una forma di sviluppo che trasforma radicalmente spazi, relazioni e immaginari. Ma cosa ancora più importante, in tale prospettiva, ciò che spesso viene rubricato come “effetto collaterale” – precarietà del lavoro, appropriazione dello spazio pubblico, pressione infrastrutturale, degradazione ambientale – appare invece essere l’asse strutturale della logica turistica contemporanea. Senza questi elementi non ci sarebbe alcun sviluppo turistico di scala.
In altre parole, il merito principale del libro di Lupoli sta nell’aver mostrato, con rigore empirico e lucidità teorica, che il turismo non è un semplice momento di consumo del tempo libero: e invece un potente meccanismo di produzione dello spazio e di riorganizzazione dei territori. Potremmo dire addirittura che è ciò che definisce l’episteme – in senso foucaultiano – di un territorio. I casi di Rimini e Durazzo, lungi dall’essere semplici studi locali, funzionano infatti come due momenti distinti di uno stesso processo storico. Rimini rappresenta, come e noto, una destinazione turistica ormai pienamente consolidata, il cui metabolismo socio-ecologico si e sedimentato nel tempo fino a diventare parte integrante della complessiva infrastruttura territoriale. Molti dei dispositivi che hanno reso possibile la crescita turistica – dalle concessioni balneari alla specializzazione funzionale dello spazio urbano – appaiono qui come meccanismi naturali, incorporati nella morfologia della città e nell’economia locale. Durazzo, al contrario, permette di osservare questo stesso processo in una fase molto più recente e ancora aperta. Qui le dinamiche di appropriazione dello spazio costiero, di mobilitazione del lavoro e di costruzione dell’immaginario turistico appaiono nella loro formazione, prima che si stabilizzino in infrastrutture territoriali. Letti insieme, questi due contesti consentono di cogliere in modo approfondito il turismo, inteso non solo come settore economico, ma come una vera e propria dinamica storica di trasformazione territoriale.
Territorio come infrastruttura dell’accumulazione
Un altro contributo rilevante del libro riguarda la capacità di mostrare che il turismo non consuma semplicemente territorio ma lo produce. O detto meglio, lo ristruttura secondo le nuove esigenze dell’accumulazione capitalistica. Il territorio costiero, nella ricostruzione proposta da Lupoli, non e uno sfondo naturale su cui si innesta un’attività economica. È una infrastruttura complessa, plasmata da investimenti pubblici, concessioni, privatizzazioni, dispositivi normativi e flussi finanziari. La spiaggia, il lungomare, l’acqua, il paesaggio urbano, la cultura locale diventano elementi di una macchina estrattiva che cattura valore trasformando lo spazio in rendita.
Qui si mostra con chiarezza il nesso tra il turismo e le logiche di appropriazione. L’occupazione progressiva degli spazi pubblici, la privatizzazione di tratti di litorale, la riconfigurazione delle funzioni urbane in chiave turistico-ricreativa non sono fenomeni marginali, ma operazioni strutturali di messa a valore. Il territorio finisce così per diventare al tempo stesso risorsa, merce e dispositivo disciplinare: regola i flussi, ordina i corpi e soprattutto seleziona gli usi e i modi legittimi dello spazio. Le destinazioni mature mostrano poi come questa trasformazione produca una crescente tensione tra funzioni residenziali e funzioni turistiche, tra bisogni delle comunità locali e imperativi della competitività. Forse oggi la più stringente contraddizione del fenomeno turistico. In questo senso, il libro contribuisce a inscrivere il turismo dentro una più ampia dinamica della finanziarizzazione urbana e della competizione interterritoriale, dove le città e le coste finiscono per essere trattate come asset da valorizzare.
Il lavoro invisibile della vacanza
Ma il territorio, per funzionare come macchina turistica, ha bisogno di un altro elemento fondamentale: il lavoro a buon mercato.
Uno dei temi più interessanti e importanti del volume è l’analisi delle condizioni lavorative che sorreggono e possiamo dire rendono possibile l’industria balneare. La promessa di libertà e svago che struttura l’immaginario turistico poggia, realiter, su di una infrastruttura di lavoro precario, stagionale, spesso sottopagato e frammentato. Camerieri, addetti alle pulizie, operatori balneari, personale della ristorazione, lavoratori della logistica e dei servizi digitali: una moltitudine di figure che rendono possibile l’esperienza di vacanza e che tuttavia restano strutturalmente invisibilizzate. La questione e ovviamente molto complessa. La stagionalità, infatti, non e solo un modo dell’organizzazione; e un vero e proprio dispositivo di comando e governo del lavoro. Comprime i tempi di impiego, intensifica i ritmi sui picchi, produce dipendenza dai capricci della domanda, per lo più concentrata in finestre ristrette. Questa ecclettica struttura temporale – che abbiamo già visto operare sul versante dei turisti – si riproduce e spalma sul versante dei lavoratori, generando precarietà strutturale e complicità locale verso la scarsa attitudine alla contrattazione. Il turismo balneare appare così come un settore paradigmatico di quell’economia dei servizi che si regge su bassi salari e alta intensità di lavoro relazionale. L’incontro con l’altro, celebrato come cuore dell’esperienza turistica, si traduce spesso in una relazione asimmetrica tra chi consuma tempo libero e chi vende tempo di vita. La vacanza di alcuni coincide con il lavoro intensivo di altri. E questo incontro organizza un alquanto singolare economia politica della forza-lavoro. Ma ancora più rilevante è che in questa prospettiva, la critica ecologica e la critica del lavoro si trovano finalmente a convergere. Non si tratta, allora, di limitarsi a ridurre l’impronta climatica del turismo, ma di interrogare le condizioni sociali che ne rendono possibile l’espansione. Un modello fondato su competitività dei prezzi e attrazione di flussi massicci tende così strutturalmente a comprimere il costo del lavoro e a esternalizzare gli impatti ambientali. Territorio e lavoro a buon mercato costituiscono dunque i due pilastri materiali della crescita turistica. E questo e vero ancora oggi per Rimini così come per Durazzo oggi.
Oltre la crescita, senza nostalgia
Infine, ciò che rende il libro imperdibile e la sua capacità di evitare tanto la nostalgia per un passato pre-turistico quanto l’illusione di una crescita che possa farsi al contempo “verde” e illimitata. Le destinazioni mature non sono semplicemente vittime; sono spazi in cui si sono sedimentate competenze, reti, economie. Proprio per questo possono diventare luoghi di sperimentazione sociale.
Un futuro desiderabile per il turismo non coincide allora necessariamente con la sua abolizione. Coincide con la capacità di riarticolare il rapporto tra territorio e comunità, tra lavoro e tempo libero, tra desiderio e metabolismo.
Significa sottrarre spazio alla rendita, dignità alla precarietà, potere alla competizione distruttiva. In questo senso il turismo è un banco di prova straordinario della possibilità di uscire dall’attuale modello di sviluppo e di progettarne uno diverso. La prospettiva della decrescita turistica evocata nelle conclusioni del libro, in questo quadro, non può allora limitarsi a una riduzione dei flussi. Deve investire il rapporto tra territorio, lavoro e metabolismo sociale che Matteo Lupoli ha posto al centro del suo ragionamento. Ridurre democraticamente i flussi di materia ed energia implica anche redistribuire valore, tempo e potere contrattuale. Senza un miglioramento strutturale delle condizioni di lavoro e senza una sottrazione del territorio alla pura logica della rendita, ogni discorso sulla sostenibilità rischia di restare retorico e il turismo finisce per divenire da viaggio a veleno delle comunità.
In questo senso, il volume di Lupoli, come già più volte sottolineato, va ben oltre l’analisi settoriale. Il turismo diventa una lente attraverso cui osservare la forma contemporanea dell’accumulazione e, al tempo stesso, un terreno concreto su cui misurare la possibilità di realizzare pratiche alternative. E certamente questo, a mio avviso, il merito maggiore del volume: aver mostrato che parlare di turismo significa anche parlare di come vogliamo reinventare le modalità di funzionamento sociale della vita collettiva. È infatti proprio nei luoghi dove il modello turistico appare più consolidato – le coste mature, le città saturate, le economie stagionali – che si aprono le contraddizioni più feconde. Non per decretare la fine del viaggio, ma per restituirgli una possibilità diversa da quella per lo più intossicante che oggi conosciamo.
→ Tratto da Orthotes Editrice. L’intero volume è scaricabile in formato pdf, sotto licenza Creative Commons, cliccando qui. Può essere liberamente condiviso, riprodotto, distribuito, comunicato ed esposto in pubblico, rappresentato, eseguito e recitato, con qualsiasi mezzo e formato.
Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Per ulteriori informazioni clicca qui.