*** Prima parte ***

“Non lasciare nessuno incolume” nella transizione alla sostenibilità. L'impatto socioambientale della produzione di "colture e materie prime flessibili" in Guatemala

di Alberto Alonso-Fradejas

Lo studio di Alberto Alonso-Fradejas affronta, secondo le prospettive dell’economia politica critica e intersezionale, dell’ecologia e sociologia, il tema degli impatti  sull’occupazione, sui regimi di lavoro e sulla riproduzione socioecologica, delle “colture e materie prime flessibili”, finalizzate alla cd transizione alla sostenibilità.
Per “colture e materie prime flessibili” si intendono produzioni chiave agroindustriali modellate dal mutevole contesto globale, a sua volta rimodellato dalla convergenza di crisi multiple *.
Le “colture e materie prime flessibili” presentano molteplici usi (alimenti, mangimi, combustibili, fibre, materiale industriale, ecc.) che possono essere cambiati in modo flessibile a seconda delle richieste del mercato, e le cui lacune di approvvigionamento possono essere colmate da altre colture flessibili (intercambiabilità). La maggiore molteplicità delle colture e degli usi flessibili delle merci ha alterato i modelli della loro produzione, circolazione e consumo, come nuove dimensioni della loro economia politica, cambiando i rapporti di potere tra proprietari terrieri, braccianti agricoli, esportatori.
L’autore ha scelto il Guatemala come caso di studio emblematico di tali fenomeni, nello specifico delle produzioni di canna da zucchero e di palma da olio, utilizzate anche per la produzione di biocombustibili, biomasse e biogas.
Iniziamo oggi la pubblicazione parziale del suo “Leaving no one unscathed’ in sustainability transitions: The life purging agro-extractivism of corporate renewables”, tratto dal Journal of Rural Studies.
Alberto Alonso-Fradejas è ricercatore e lettore presso lo Human Geography and Planning Department, Faculty of Geosciences, Utrecht University. Traduzione di Ecor.Network.

 Qui la versione inglese.


Introduzione

Le crisi climatiche, energetiche, ambientali, alimentari ed economico/ finanziarie sono state al centro della scena nel 2008 e cresceranno negli anni a seguire. 1 E le crisi hanno suscitato un rinnovato interesse globale nei confronti delle risorse naturali, per obiettivi di business, di riduzione della povertà, di adattamento ai cambiamenti climatici e loro mitigazione (Borras et al., 2018). Questo è particolarmente vero per il ruolo centrale che le economie bio, blu e verdi ad alta intensità di risorse sono chiamate a svolgere all'interno dell'emergente ‘quarta rivoluzione industriale’ “caratterizzata da una fusione di tecnologie che sta confondendo i confini tra fisico, digitale e sfere biologiche ad una velocità, una portata e un impatto sui sistemi [senza precedenti]” (Schwab, 2016).
In questa congiuntura la domanda globale di energia e materiali rinnovabili aumenta e l'estrattivismo delle risorse naturali è inquadrato come un veicolo per la transizione verso un futuro socialmente e ambientalmente sano, che sostiene i bisogni dell'umanità e del Pianeta Terra. Le colture e gli alberi diventano rapidamente uno di questi veicoli di trasformazione, in particolare i loro usi più recenti, in continua crescita e flessibilemente intercambiabili, come pozzi di assorbimento di carbonio e fonti di bioenergia e biomateriali. Usi che sono complementari a quelli tradizionali, come cibo, mangimi, fibre, carburante e legname.
Di conseguenza, le “colture e materie prime flessibili” 2  gestite dalle corporations si consolidano e migliorano all'interno delle precedenti roccaforti e si avventurano in nuovi territori per sconfiggere le crisi sociali ed ecologiche convergenti. Ma così facendo contribuiscono in larga misura all'ultima corsa alle risorse globali.
Le priorità di ricerca su “land grabbing” e sul “nuovo estrattivismo” in risposta alla corsa globale alle risorse hanno portato sotto i riflettori le questioni dei cambiamenti agrari, ambientali e climatici contemporanei. Tuttavia, entrambi i fliloni di letteratura hanno proceduto parallelamente l'uno all'altro. Sebbene abbiano offerto spunti importanti, i loro risultati sono stati spesso disconnessi e quindi parziali nell'affrontare un problema comune.
Collegando prospettive di economia politica critica e intersezionale, ecologia e sociologia, e basandomi sul Guatemala dal 2005 in poi, esploro le implicazioni dell'aumento dei complessi di colture e merci flessibili nelle transizioni alla sostenibilità per occupazione, regimi di lavoro e riproduzione socioecologica. Ciò è particolarmente rilevante considerando la centralità delle energie rinnovabili nelle economie bio, blu e verdi nella quarta rivoluzione industriale, l'accordo sul clima di Parigi del 2015 e in particolare l'impegno dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile a “non lasciare indietro nessuno”.
Basandomi su una ricerca comparativa e longitudinale in Guatemala nel periodo 2005-2014, suggerisco che l'aumento delle colture e materie prime flessibili alimenta una forma specifica di estrattivismo predatorio delle risorse con implicazioni di vasta portata per la natura umana e non umana e per il clima. In breve, i complessi flessibili di canna (da zucchero) e palma (da olio) flessibili hanno prosperato dalla metà degli anni 2000 in poi sotto una favorevole congiuntura globale e gli auspici di una potente oligarchia guatemalteca con forti legami con la finanza transnazionale.
Paradossalmente inquadrati come una soluzione miracolosa sia per lo sviluppo sostenibile che per la mitigazione dei cambiamenti climatici, i modi in cui lavoro, terra, capitale finanziario, conoscenza e natura non umana sono stati mobilitati nella produzione di merci flessibili [derivanti NdT] da canna e palma danno luogo a un modello di “estrattivismo agrario” predatorio e che espelle la vita. 3
Questo perché i fiorenti comparti flessibili della canna e della palma stanno guidando un processo di “distruzione pregiudizievole” attraverso un modello “produttivo” basato su lavoro con scarse opportunità di impiego, culturalmente insensibile, faticoso e non pagato e la produzione di paesaggi tossici dal punto di vista ambientale e sociale.
La distruzione pregiudizievole scatena un'epurazione sociale ed ecologica delle zone rurali che influisce negativamente su amici e nemici e indipendentemente da specie, classe sociale, genere, etnia o mezzi di sussistenza. Tuttavia, nel contesto guatemalteco dell'inizio del 21° secolo, densamente popolato, strutturalmente diseguale e in gran parte con scarse opportunità di impiego, che potrebbe essere riscontrato altrove, l'epurazione colpisce in modo particolarmente duro le migliaia di famiglie lavoratrici (e in particolare le donne) che sono considerate in esubero per il nuovo ordine socioecologico delle corporations guidato dalle energie rinnovabili.
In seguito discuterò queste affermazioni. Innanzitutto, esaminerò brevemente i contributi dei programmi di ricerca su “land grabbing” e sul “nuovo estrattivismo”. Quindi, descriverò il mio approccio analitico, la metodologia e metodi. Dopodiché ripercorrerò gli aspetti fondamentali dell'agro-estrattivismo contemporaneo nella storia postcoloniale del Guatemala. A ciò seguirà l'analisi di come l'agro-estrattivismo predatorio delle compagnie della canna e della palma modelli l’occupazione, i regimi di lavoro e la riproduzione socioecologica. Poi discuterò perché, come e fino a che punto i complessi di canna e palma flessibili stanno guidando un processo di distruzione pregiudizievole che si traduce in un'epurazione socioecologica che, sebbene non sia incontrollata, non lascia nulla e nessuno indenne. Concluderò con una riflessione sulle implicazioni più ampie del nuovo ordine delle corporations , guidato dalle energie rinnovabili, per la riproduzione socioecologica, la gestione del clima e lo sviluppo sostenibile.

I programmi di ricerca sulla corsa globale alle risorse

L'attuale corsa alle risorse durante le crisi globali convergenti ha stimolato una buona parte del dibattito politico e accademico. A tal fine, due programmi di ricerca hanno acquisito rilevanza dalla metà degli anni 2000 in poi. Uno riguarda l'indagine su una nuova corsa globale alla terra. L'altro riguarda l'analisi della massiccia ondata di estrattivismo delle risorse che si sta diffondendo nel mondo.
Da un lato c'è la “corsa alla ricerca sulla corsa globale alla terra” (Edelman et al., 2013, p. 1528). A seguito del rapporto di GRAIN's (2008) che allertava il pubblico sul “accaparramento di terra globale per la sicurezza alimentare e finanziaria”, il fenomeno è stato inizialmente ripreso da attori che hanno un programma per inquadrare e influenzare gli accordi sulla terra come potenziali motori di sviluppo e crescita. 4
Dal punto di vista epistemologico, queste valutazioni si basavano su prospettive economiche neoclassiche e/o neoistituzionali che presumono che gli esiti degli accordi sulla terra dipendano dallo stato della governance e della concorrenza di mercato nei luoghi in cui si vanno realizzando. Quindi, gli accordi sulla terra sono stati ontologicamente divisi in “acquisizioni di terra su larga scala” lecite, trasparenti e desiderabili e “accaparramenti di terra” deplorevoli che non rispettano lo stato di diritto e il fair play del mercato (von Braun, 2008). Oltre a queste valutazioni mainstream vi sono state anche quelle effettuate da prospettive critiche. Ma durante ciò che Edelman et al. (2013, p. 1520) chiamano “il periodo del trovare un senso” tra il 2007 e il 2012, molte ricerche sulla corsa globale alla terra critiche e mainstream hanno sofferto di una serie di carenze analitiche. Queste includono la necessità di situare le indagini all'interno di traiettorie storiche di lungo termine dei cambiamenti agrari, ambientali e climatici,  di ampliare la nostra comprensione dell'accaparramento di terra al di là delle transazioni fondiarie per cibo e carburante, e al di là di 'espropriazione” e “terra”, e di prestare maggiore e migliore attenzione alle metodologie di ricerca e alla qualità dei dati disponibili (Edelman et al., 2013; Zoomers e Otsuki, 2017).
D'altra parte, la nozione di “estrattivismo” riprende slancio nei dibattiti accademici e politici dopo il boom delle materie prime all'inizio del 21° secolo. Di particolare rilevanza a questo proposito sono i contributi della scuola post-sviluppo latinoamericana. Uno dei suoi principali autori, Eduardo Gudynas, definisce l'estrattivismo convenzionale come “attività che rimuovono grandi quantità di risorse naturali che non vengono poi lavorate (o lo sono in modo limitato) e che lasciano un paese sotto forma di esportazioni” (Gudynas, 2010, pag. 1).
Questa è una definizione approvata da Alberto Acosta (Acosta, 2013, p. 63) e Maristella Svampa - anche loro autori chiave del post-sviluppo - sebbene quest'ultima qualifichi la definizione di Gudynas sostenendo che l'estrattivismo implica “l'espansione di frontiere verso territori precedentemente considerati 'improduttivi'” (Svampa, 2013, p. 118). Questi importanti intellettuali sostengono che un “nuovo estrattivismo” sia sorto all'inizio del 21° secolo nei paesi dell'America Latina sotto i governi della “marea rosa” di sinistra. 5
Il nuovo estrattivismo segue lo “stile di sviluppo basato sull'appropriazione della natura” del suo equivalente convenzionale [solo che] lo stato svolge un ruolo più attivo e conferisce all'estrattivismo una maggiore legittimità perché redistribuisce parte del surplus alla popolazione” (Gudynas, 2010, p. 1).
Per Svampa, le differenze tra estrattivismi convenzionali e nuovi si verificano anche lungo le linee di faglia del cambiamento strutturale “dal Washington Consensus con la sua focalizzazione sulla finanza al Commodities Consensus basato sull'esportazione su larga scala di prodotti primari” (2013, p. 118 ). Ciò su cui sono tutti d'accordo, tuttavia, è che il nuovo estrattivismo non riguarda solo l'estrazione di minerali e idrocarburi, ma coinvolge anche l'estrattivismo delle risorse in agricoltura, pesca e silvicoltura.
I contributi degli autori della scuola post-sviluppo e di altri sono ricchi e molteplici. Ma mentre la maggior parte dell'attenzione è dedicata all'analisi della performance del nuovo estrattivismo come progetto politico (Arsel et al., 2016), dei termini di scambio ecologici tra paesi (Rice, 2007) e del metabolismo sociale dell'estrazione (Martínez-Alier et al., 2010), le relazioni sociali di produzione alla base dell'estrattivismo contemporaneo delle risorse hanno ricevuto un'attenzione minore e/o più ristretta. Spesso le analisi materialiste del nuovo estrattivismo si sono concentrate sui fattori chiave strutturali (Acosta, 2013; Svampa, 2013) e sui termini di scambio economici tra paesi (Veltmeyer and Petras, 2014). Pertanto, i rapporti relativi a lavoro, terra, finanza e conoscenza sono generalmente inesplorati o sottoesplorati nella letteratura sul nuovo estrattivismo. Questo rende facile confondere i mezzi con i fini e considerare come scontato l'estrattivismo fin dal saccheggio coloniale piuttosto che come un fenomeno storicamente e geograficamente situato. Nonostante i ripetuti appelli di autori chiave contro l'assolutizzazione e destoricizzazione dell'estrattivismo come categoria analitica (Gudynas, 2013;Veltmeyer e Petras, 2014, gran parte della letteratura sul nuovo estrattivismo nasconde più di quello che rivela sulle varie traiettorie, sulle irregolarità geografiche e sugli esiti ecologicamente e socialmente differenziati dell'estrattivismo delle risorse di oggi.

(1. Continua)


Note:

(*) Per una definizione più approfondita:
Saturnino M. Borras Jr., Jennifer C. Franco, S. Ryan Isakson, Les Levidow, Pietje Vervest, The rise of flex crops and commodities: implications for research, The Journal of Peasant Studies, 2016, Vol. 43, No. 1, 93–115.

1 Sovrapponendosi con la pandemia globale di COVID-19 dalla fine del 2019/inizio 2020.
2 Si tratta di colture e alberi, con “multipli usi (alimenti, mangimi, combustibili, fibre, materiale industriale, ecc.) che possono essere scambiati in modo flessibile” (Borras et al., 2016, p. 94). Vedi anche Goodman et al. (1987).
3 O 'agro-estrattivismo'. Per una genealogia del concetto e degli usi correnti si veda (Alonso-Fradejas et al. (2008), McKay (2017) e Ye et al. (2019).
4 Compresi, ad esempio, la Banca Mondiale (Deininger and Byerlee, 2011) e l'International Food Policy Research Institute (IFPRI) (von Braun, 2008).
5 Argentina, Bolivia, Brasile, Ecuador, Uruguay e Venezuela.


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13 luglio 2021 (pubblicato qui il 30 luglio 2021)